Toni Servillo, gran mattatore del set cinematografico e delle scena teatrale, non ha bisogno di presentazioni. Nato ad Afragola nel 1959, è stato per anni il cuore pulsante del Teatro Studio di Caserta. Recitazione rigorosa, modulazione accurata della voce, rispetto dei testi e presenza scenica, lo rendono interprete “consumato e mai usurato” seguito e amato dagli appassionati di cinema e del teatro colto.
Toni Servillo è per tutti un richiamo forte, una garanzia di successo che lascia tracce oltre il sipario calato. “Tre modi per non morire” è il titolo dell’ultima rappresentazione teatrale, sold out al teatro Bellini di Napoli. Spettacolo essenziale, nudo, costruito esclusivamente sulla forza della parola, ripercorre a ritroso Baudelaire, Dante, Eschilo, Euripide, seguiti da riflessioni profonde sul modo in cui è evoluto l’uomo contemporaneo. Il monologo procede veloce in un atto unico, lasciando spazio al respiro nel finale, in cui il ritmo della narrazione rallenta e lascia parole che sembrano scolpite nel marmo.
Il pubblico è chiamato a un ascolto attento, quasi ipnotico, che non concede pause né divagazioni. E lo smarrimento subentra nel caso in cui si è sprovvisti di una preparazione adeguata, capace di assorbire i passaggi tra epoche diverse nella narrazione solo in apparenza frammentata, che invece segue una sua logica, mentre si allunga come il mito del filo di Arianna. Un’opera elitaria, quindi, che chiede molto a un pubblico particolare che “non vuole morire!” Ma … c’è davvero un modo per non morire? La risposta arriva dai grandi classici che resistono alla caducità della materia. Ogni epoca riflette uno specchio sociale e umano, eppure la letteratura, nella sua forma epica, non conosce timer e recinti: continuerà a dialogare con le forme avanzate della modernità. Presente nella memoria collettiva, si pone come atto di resistenza contro l’oblio, contro il silenzio, contro ogni tendenza di omologazione del pensiero e impoverimento del linguaggio.
La frase attribuita a Eschilo, “La sofferenza è conoscenza”, ripresa nel testo teatrale da Servillo, delinea l’utilità del dolore. Nella tragedia greca, il tema della sofferenza patito dai personaggi mai fine a se stesso, è fonte di rivelazioni e nuove consapevolezze. La poetica del dolore è descritta come un tramite per giungere alla saggezza. E “La noia” di Baudelaire, “figlia dell’indifferenza”, sottolinea l’atteggiamento passivo dell’uomo verso la realtà che lo circonda: non un semplice distacco ozioso, bensì un vuoto interiore che degenera nell’apatia spirituale e morale. Si muore dentro quando si smette di pensare, di sentire; si è morti dentro quando si spegne il desiderio. Finché l’uomo sentirà il bisogno di comprendere se stesso per dare un senso alla sua natura umana, poesia, poemi e prosa continueranno a vivere. E nel lavoro di Servillo, l’uomo smarrito di Baudelaire, la commedia dantesca, i rituali dionisiaci, la nemesi e la catarsi della tragedia greca, si concentrano nell’unico atto teatrale.
La disumanizzazione e la violenza, raccontate dai grandi classici, viaggiano assieme alle contraddizioni della società moderna, dominata dall’indifferenza e dall’egoismo: un’analisi del male che arriva da lontano e, con modalità diverse, si spalma nella storia dei nostri giorni. Tutto ciò diventa possibile quando il teatro di parole non è solo richiamo nostalgico del passato, ma si pone soprattutto come strumento che aiuta a leggere il presente, mantenendo in attività la riflessione e la coscienza.

