Bro. “Cosa pensi, bro?”. “Hai paura, bro?”. “Mi comprendi, bro?”… Cosa significa bro? Abbreviazione colloquiale di “brother” (fratello) e nello slang partenopeo ridotto in “frà”, viene usato come intercalare giovanile nel caso di un amico stretto. “Bro” non cade a caso, è il titolo dell’ultimo lavoro teatrale di Francesco Maria Siani, drammaturgo salernitano. Siani le ha provate tutte, spaziando il suo essere eclettico dall’architettura alla musica, dalle esperienze in Francia al ritorno in Italia, per approdare infine al teatro, dove ha trovato “casa”. E Bro è anche il nome dell’interlocutore immaginario, cui si rivolge Antonio Stoccuto, il giovane attore che mette in campo una grande energia. Il monologo si snoda convulso e veloce nella penombra di una scenografia essenziale, fisica, emotiva. Teso come la corda di un arco colpisce al cuore il conformismo e la dittatura dell’immagine, specchio in una società appiattita e indifferente che ha perso il senso di appartenenza e più dell’essere, coltiva l’apparire. In maniera profetica ne parlava Pier Paolo Pasolini e prima ancora i filosofi del XX secolo, attraverso la critica radicale al capitalismo e al consumismo che hanno trasformato l’uomo in un ingranaggio funzionale al sistema. Siani mette in scena l’uomo attuale: nudo, fragile, nostalgico, disorientato. Dichiara di aver tratto ispirazione da esperienze personali e da Bernard Marie Koltés, il drammaturgo francese, espressione del teatro contemporaneo della marginalità e del desiderio. Koltés esplora l’omosessualità e la ferocia delle relazioni umane; dalle opere viene fuori tutta la rabbia sociale, sgorga sangue dalle ferite.
Nel monologo di Siani c’è rabbia e tenerezza. Si legge il naturale bisogno dell’altro, della mano che salvi da quel senso di estraneità che giorno dopo giorno scava voragini. Il sentimento di frustrazione e di impotenza di chi si sente escluso, ignorato, penalizzato dagli ingranaggi che dettano leggi e impongono stereotipi, portano aria densa negli spazi del teatro. Bro ascolta e non risponde. L’urlo umano scuote le coscienze. È il fragore di una rivoluzione interiore che prova a scoperchiare quei sepolcri imbiancati, in cui giacciono le ossa lucide del perbenismo e del potere arrogante. In scena scorre l’acqua di un fiume anch’essa immaginata, che separa il gregge di pecore bianche dalle pecore nere. Le prime belano, perché hanno assorbito le regole e viaggiano lungo il sentiero di sassi già tracciato. I ponti crollano, come accade nelle fratture nette: metafora dell’incomunicabilità, soprattutto per chi si sente alieno, ai margini, diverso. E quel fiume (di parole) è arginato dai bidoni metallici che l’attore si ostina a schiantare a terra, a far rotolare al centro e in periferia, che scompiglia cambiando ogni volta l’ordine simmetrico delle cose … Ma esiste un reale ordine nelle cose? E se fosse una necessità costruita dalla mente per non soccombere al caos? Il pubblico se lo chiede, mentre ascolta in silenzio, un silenzio doveroso, quasi timoroso. A tratti si sforza di entrare in quel linguaggio potente e viscerale, ne assorbe i simbolismi. Sente di essere Bro senza risposte, un piccolo Bro inerme spalmato in poltrona. E avverte un senso di colpa che striscia sottopelle per quella volta che ha taciuto in nome della propria integrità e per l’altra in cui ha finto di non vedere per semplice comodità. Pur non vedendo fisicamente “l’interlocutore fratello”, il suo mutismo è il vuoto della solitudine, una condizione umana esistenziale rappresentata da pensatori e poeti di tutte le epoche: una trappola per la dicotomia sociale tra poveri e ricchi, tra buoni e meno buoni. E viene in mente l’idea di frammentazione dell’io descritta da Fernando Pessoa nel Libro dell’inquietudine: “Mi sento così isolato che avverto la distanza tra me e il mio vestito”. A differenza di ciò che ci si aspetta, Pessoa non pretende di guarire se stesso né di cambiare il mondo. Osserva le distanze, le scompone, scrive e le trasforma in linguaggio. L’identità diventa un teatro interiore, in cui chi parla e chi ascolta coincidono in un punto e al tempo stesso si contraddicono. Questo vale per Francesco Maria Siani e il suo “Bro”: quando il distacco trova le parole non è più vuoto, diventa materia organica. E quando il sipario cala, non rimane un solo attore in scena. Restano voci, restano echi.

