Spazi contesi e ingiustizie, una lettura geografica delle diseguaglianze

Il Rapporto Oxfam 2026 offre una interpretazione fertile per una “geografia civica e attiva”: la diseguaglianza non si distribuisce in modo omogeneo sulla superficie terrestre né all’interno dei singoli Paesi. Ha una forma spaziale precisa. Ignorare la mappa del malcontento significa accettare l’idea di Paesi “spezzati”, in cui intere comunità si sentono invisibili e senza futuro. Affrontarla, invece, significa riconoscere che la coesione territoriale non è un tema accessorio, ma una condizione fondamentale per la stabilità economica, sociale e democratica

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 Pubblichiamo la relazione del giornalista e saggista Massimiliano Amato, condirettore di Critica Sociale, tenuta per Seminario Notte della Geografia, manifestazione svoltasi a Salerno per iniziativa dell’Università di Salerno, dell’Osservatorio degli Spazi Amministrativi Italiani e Internazionali e dell’European Association of Geographical Societis e dell’International Geographical Union 

Permettetemi di cominciare con un dato che, da solo, vale più di molte analisi. A fine novembre 2025, i 12 miliardari più ricchi del pianeta possedevano una ricchezza superiore a quella dell’intera metà più povera dell’umanità: quattro miliardi di persone. Dodici individui contro quattro miliardi. Nello stesso periodo, la ricchezza netta aggregata dei miliardari globali aveva raggiunto 18.300 miliardi di dollari, con un incremento reale dell’81% dal marzo 2020, vale a dire nell’arco di soli cinque anni, quelli della pandemia e del dopoguerra inflazionistico.

Sono numeri che rappresentano la cartografia di un mondo profondamente diseguale, in cui lo spazio – fisico, sociale, politico – è distribuito in modo radicalmente iniquo. Ed è proprio da qui che voglio partire: dalla convinzione che la diseguaglianza sia una realtà che si inscrive nei territori, modellandoli e ponendoli al centro di contese tra alto e basso, istituzioni e società.

Le domande a cui vorrei cercare di rispondere sono due: in che modo le diseguaglianze si traducono in conflitti territoriali, e: quali pratiche possono contrastarle?

Il Rapporto Oxfam 2026 – Nel baratro della diseguaglianza – offre una chiave di lettura particolarmente fertile per una “geografia civica e attiva” come richiede il tema di questo seminario: la diseguaglianza non si distribuisce in modo omogeneo sulla superficie terrestre, né all’interno dei singoli Paesi. Ha una forma spaziale precisa.

 A livello globale, oltre i tre quarti della popolazione mondiale – il 77,8% – vive in Paesi in cui il divario di ricchezza tra l’1% più ricco e il 50% più povero è rimasto invariato o cresciuto tra il 2022 e il 2023. Alcuni dati emblematici:

In media, una persona appartenente all’1% più ricco del mondo possiede una ricchezza 8.251 volte superiore a quella di una persona appartenente alla metà più povera.

La metà più povera dell’umanità detiene lo 0,52% della ricchezza mondiale; l’1% più ricco ne possiede il 43,8%.

3,4 miliardi di persone vivono in Paesi che spendono più per il pagamento degli interessi sul debito che per istruzione e sanità.

In Africa, la spesa per il servizio del debito supera in media del 150% la spesa complessiva per istruzione, sanità e protezione sociale.

Luoghi che non contano

e il voto antisistema

Se questo è il quadro globale, vediamo cosa accade quando scendiamo di scala, nel caso italiano. Il Rapporto Oxfam dedica un’intera sezione speciale alla questione territoriale del nostro Paese, dialogando con il sociologo Filippo Barbera dell’Università di Torino e con le ricerche di Andrés Rodríguez-Pose sui cosiddetti “luoghi che non contano”.

Il dato centrale è dirompente: il voto antisistema in Italia non si spiega principalmente con le diseguaglianze interpersonali – reddito, povertà individuale, disoccupazione, ma con il declino persistente dei luoghi: non conta tanto chi sei, quanto dove vivi.

I ricercatori identificano nella cosiddetta “Italia di Mezzo” il principale bacino del disagio: città medie, frange metropolitane, aree pedemontane e collinari, comuni a media densità abitativa. Qui si concentrano la stagnazione dei redditi, l’erosione del ceto medio, la riduzione dei servizi pubblici, la crisi della micro-impresa e l’invecchiamento della popolazione.

La cronologia elettorale è rivelatrice: già nel 2013 questi territori mostravano quote di voto antisistema superiori a quelle delle grandi città; tra il 2013 e il 2018 la crescita del voto anti-establishment è stata particolarmente intensa nelle aree di cintura e nei comuni intermedi; nelle politiche del 2022, il sostegno alle forze antisistema si è concentrato nell’Italia di Mezzo, estendendosi poi anche alle aree interne.

Al di là della povertà assoluta, sono il declino relativo e la perdita di status e prospettive a innescare la rivolta geografica. La sensazione di “andare indietro” – rispetto ad altre regioni o al proprio passato – genera rabbia politica più della povertà in sé.

Pratiche di resistenza

nei territori emarginati

Arriviamo al punto che a me sembra più urgente per i temi di questo seminario, e che vorrei affrontare con qualche esempio concreto. Se la diseguaglianza si incarna nei territori, è anche nei territori che si costruiscono le pratiche di resistenza e di trasformazione. Queste pratiche hanno un nome preciso nella tradizione del pensiero critico: contropoteri. Il termine rimanda a una lunga genealogia: dalla riflessione gramsciana sull’egemonia e sul “potere popolare”, alla nozione foucaultiana di “contro-condotte”. Fino alle più recenti teorizzazioni sui movimenti sociali urbani. In tutti questi filoni, il contropotere esce dalla dimensione antagonistica, di boicottaggio tout court, per diventare costruzione di alternative. Produzione di pratiche e saperi che anticipano, nel presente, un diverso assetto delle relazioni sociali e spaziali.

In ambito urbano, il contropotere si materializza quando comunità locali riescono a sottrarre spazi alla logica della rendita e della speculazione, a costruire forme di governance condivisa, a rendere visibili i conflitti che il potere tende a oscurare. Siamo di fronte a una pratica quotidiana che, in molte città italiane ed europee, ha già prodotto risultati tangibili. Per capire come queste dinamiche si incarnano nei territori, guardiamo ora ad alcuni casi concreti

Roma e le scelte

operate dal basso

Roma rappresenta, in questo senso, un laboratorio straordinariamente ricco e contraddittorio. Una città in cui la crisi abitativa è tra le più acute d’Italia, in cui la rendita fondiaria ha storicamente condizionato le scelte urbanistiche, ma in cui, allo stesso tempo, si sono sviluppate alcune delle esperienze più significative di autorganizzazione urbana dal basso.

  • Municipio XI – Corviale: dall’isolamento alla cogestione

Il “serpentone” di Corviale – un edificio di edilizia pubblica lungo quasi un chilometro, costruito negli anni Settanta per ospitare oltre 6.000 persone – è diventato il simbolo delle periferie romane abbandonate. Negli ultimi decenni, tuttavia, esperienze di cogestione tra residenti, associazioni culturali e istituzioni hanno trasformato alcuni spazi interni in luoghi di produzione culturale e socialità. Il progetto “Corviale Domani” e la presenza stabile di laboratori artistici e sportivi autogestiti rappresentano un tentativo concreto di riappropriazione dello spazio collettivo da parte degli abitanti, in un contesto in cui i servizi pubblici sono storicamente carenti.

  • Municipio I – Spin Time Labs: il diritto all’abitare come pratica collettiva

Nel 2013, circa 450 persone – famiglie italiane e migranti, in larga parte in condizioni di grave disagio abitativo – occuparono un palazzo dismesso in via Santa Croce in Gerusalemme, di proprietà di un ente ecclesiastico. Nel tempo, l’edificio si è trasformato in un vero e proprio laboratorio di vita comunitaria: scuola popolare, ambulatorio, spazio di aggregazione, punto di distribuzione alimentare. Quando nel 2019 l’ente proprietà avviò le procedure di sgombero, la vicenda ottenne visibilità nazionale. L’esperienza di Spin Time è emblematica di come l’occupazione di uno spazio possa diventare, se organizzata e radicata nel tessuto sociale, una forma di contropotere capace di produrre welfare dal basso in assenza di risposte istituzionali.

  • Municipio VIII – Forum territoriali e bilancio partecipativo

Il Municipio VIII (Garbatella, Ostiense, Testaccio) ha rappresentato negli anni uno dei contesti più attivi sul fronte della democrazia partecipativa a Roma. L’esperienza dei Forum territoriali di quartiere – assemblee aperte in cui residenti, associazioni e comitati hanno discusso e orientato scelte urbanistiche e di bilancio – ha cercato di istituzionalizzare forme di partecipazione che altrove erano rimaste informali. Pur tra contraddizioni e limiti istituzionali, queste esperienze testimoniano la domanda diffusa di riconoscimento e di voce politica che sale dai quartieri, e la possibilità di costruire ponti tra società civile e governo locale.

Il geografo civico

vera necessità

Questi casi – pur nelle loro differenze – condividono alcuni tratti costitutivi che li rendono rilevanti per la riflessione teorica e pratica sulla geografia civica.

Innanzitutto, nascono sempre da una condizione di scarsità o di minaccia: la mancanza di spazi verdi, il rischio di speculazione, l’assenza di alloggi, il deficit di servizi. Sono, in altri termini, risposte territoriali a diseguaglianze strutturali. In più, producono beni collettivi – parchi, spazi culturali, reti di solidarietà, saperi condivisi – che il mercato non produce e che le istituzioni, in una fase di disinvestimento pubblico, non riescono a garantire. Inoltre generano nuove forme di soggettività politica: chi partecipa non è più solo utente o beneficiario, ma co-produttore dello spazio urbano e dei suoi significati. Infine, sfidano, anche involontariamente, la logica della rendita: ogni spazio sottratto alla speculazione è una piccola contestazione dell’ordine economico-spaziale dominante.

 Il Rapporto Oxfam, nella sua sezione italiana, individua una condizione necessaria perché le persone in condizione di svantaggio possano avere una voce politica significativa: la presenza di organizzazioni della società civile forti, di istituzioni democratiche funzionanti, di spazi di confronto e apprendimento tra comunità, imprese e amministrazioni. Il Rapporto cita la Convenzione di Århus come modello da estendere: il diritto all’informazione, alla partecipazione e alla giustizia ambientale come architrave di una democrazia sostanziale.

Le esperienze romane riportate sono, in fondo, applicazioni concrete di questo principio: tentativi di costruire, dal basso e nei quartieri, quella “qualità della rappresentanza” che il Rapporto indica come antidoto al voto antisistema e all’erosione democratica. Pratiche di resistenza – e di invenzione – che meritano di essere studiate, sostenute e diffuse. Ogni luogo, ogni punto geografico può diventare lo spazio di una contesa tra alto e basso, istituzioni e collettività. E l’elemento dinamizzante è rappresentato proprio dalla specificità geografica dei problemi, delle questioni, delle emergenze civili e sociali.

Miserie e stenti causati

da errate scelte politiche

Se il territorio dunque è il luogo in cui le diseguaglianze si rendono visibili, è anche il posto in cui esse si possono contestare. I “luoghi che non contano” chiedono di essere rimessi al centro con politiche capaci di ricostruire funzioni economiche, servizi di prossimità, capacità di governo.

Le diseguaglianze sono il frutto di scelte politiche precise, e possono essere contrastate con scelte politiche diverse. Ma nell’attesa che quelle scelte maturino – o per accelerarne la maturazione – le pratiche di contropotere urbano mostrano che un’altra geografia è possibile: costruita quartiere per quartiere, assemblea per assemblea.

Chi pratica il territorio – geografi, urbanisti, operatori sociali, attivisti – ha un ruolo cruciale in questo processo: rendere visibile ciò che sembra invisibile e dare voce a chi non ce l’ha, per trasformare la conoscenza dei luoghi in strumento di giustizia sociale.

Ignorare la geografia del malcontento significa accettare l’idea di Paesi “spezzati”, in cui intere comunità si sentono invisibili e senza futuro. Affrontarla, invece, significa riconoscere che la coesione territoriale non è un tema accessorio, ma una condizione fondamentale per la stabilità economica, sociale e democratica.

In questo senso, la geografia potrebbe non essere più solo descrizione del mondo, ma uno degli strumenti con cui possiamo cambiarlo.

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