Può il cinema essere interpretato come fonte di benessere? Può la visione di un’opera filmica aprire scenari di riflessione capaci di indagare le paure, i bisogni, i desideri di chi guarda? La visione collettiva, il confronto, la necessità di esprimere il proprio parere può modificare l’impatto che l’opera stessa ha sul pubblico e, di conseguenza, sul singolo? Già prima dell’arrivo dei neuroni specchio (e in tal senso fondamentale è il lavoro Lo schermo empatico di Vittorio Gallese e Michele Guerra), il pluricentenario filosofo e sociologo Edgar Morin, parlava dalla centralità psicologicamente inconsapevole della sala, del suo avvilupparci, ingabbiarci come in un momento onirico.
Sguardo critico
e impatto misurabile
Vittorio Spinazzola, critico e storico del cinema, nel 1985 scrive Cinema e pubblico, opera fondativa per guardare alla sala e alle scelte differenti (dei pubblici) e a come l’impatto di certi film possano influenzare il nostro sentire quotidiano, mentre lo sguardo critico e sociologico di Maurizio Porro (e il suo fondamentale Il cinema vuol dire…) si concentra sulla possibilità di poter analizzare l’impatto cinematografico spettatoriale attraverso il lente della quotidianità (e in qualche modo dell’ironia, arma sottesa di molte dimensioni interpretative). Ma oltre al fascino della sala, è il piacere dello scambio di opinioni, pareri, riflessioni post visione a creare quel fondamentale corto circuito che aiuta a interpretare le linee focali dell’opera. Visione collettiva, benessere, dibattito. Queste, ma tante altre, sono le parole chiave del laboratorio universitario Schermo acceso Mente serena svoltosi nell’arco dell’intero mese di marzo e promosso all’interno dal progetto Proben PRIMA, che vede come referente scientifico la professoressa Paola Aiello dell’Università degli Studi di Salerno e che contempla, tra le molteplici attività proposte in comunione con dieci istituzioni regionali di alta formazione, momenti legati all’incontro degli studenti non solo col mezzo filmico, ma anche con la danza, il teatro, la musica. Attività che seppur da molti pensate per una fruizione extra curricolare, diventano momento necessario per la comprensione dell’altro e il confronto con esperti del settore per contrastare fenomeni di disagio psicologico ed emotivo, nonché a prevenire dipendenze patologiche nell’ambito della popolazione studentesca.
Un’occasione rivolta
al popolo accademico
Un laboratorio, un cineforum, un momento di collettività e confronto, quest’anno alla sua seconda edizione, dedicato a studenti non solo del polo di Fisciano, ma a tutto il popolo universitario e che si propone di utilizzare la narrazione cinematografica come strumento educativo e formativo, capace di favorire il benessere e di sostenere l’evoluzione emotiva di tutti gli studenti, promuovendo processi di riflessione personale e collettiva, stimolando la consapevolezza emotiva e facilitando la rielaborazione delle esperienze di vita. In questa prospettiva, il cinema viene riconosciuto non solo come dispositivo culturale e narrativo, ma anche come risorsa pedagogica inclusiva e, in senso ampio, trasformativa, capace di valorizzare la diversità, favorire l’inclusione, ampliare le possibilità espressive e contribuire al benessere complessivo e alla crescita integrale di ogni persona. Responsabile scientifica di questo necessario laboratorio è la professoressa Fausta Sabatano (docente di Pedagogia speciale e delle marginalità presso l’Università degli Studi di Salerno) che insieme alla consulenza scientifica del professore Alfonso Amendola (docente di Sociologia dell’immaginario tecnologico e Media classici e digitali sempre presso il polo di Fisciano) ha selezionato quattro opere cinematografiche che si sono concentrati sul tema della dipendenza.
Piattaforme social
ecco una dipendenza
Il primo appuntamento ha visto la proiezione del docufilm The Social Dilemma, diretto da Jeff Orlowski. Nonostante sia stato girato nel 2020, l’opera ha la capacità di essere profondamente attuale, focalizzandosi su una delle dipendenze più radicate del contemporaneo: quelle dalle piattaforme social. Girato come una intervista a ex dipendenti nel settore della creazione delle app e piattaforme non solo social ma anche motori di ricerca come Google, il film, ha colpito gli studenti, che ne hanno riconosciuto l’attualità e la potenza riflessiva, sulla scorta di pensatori come Michel Foucault e la sua riflessione sulla dimensione del controllo e della sorveglianza nell’era digitale.
Nei sentieri accidentati
del controllo emotivo
Un’altra dipendenza, che potrebbe in effetti racchiudere tutte in una macrocategoria, è quella affettiva o meglio da “controllo emotivo” ed è stata al centro del secondo incontro, con la proiezione del film Alice, Darling, pellicola poco nota del 2022 della regista Mary Nighy con una Anna Kendrick in stato di grazia. L’attrice statunitense ha dichiarato, inoltre, di avere basato la sua interpretazione su alcune vicende che l’hanno riguardata personalmente e quindi ancora molto presenti nel suo vissuto. La vicenda, incentrata soprattutto su una ragazza continuamente ossessionata dal compagno, fino a orientarne diete alimentari e affetti è diventata oggetto di confronto acceso tra gli spettatori del laboratorio: un tema, anche questo, molto attuale, che difficilmente viene alla luce tra colleghi o amici o, addirittura, in famiglia e che ha visto molta produzione (soprattutto seriale) concentrarsi anche su temi paralleli (si pensi alle serie Adolescence, Euphoria o Baby Reindeer) ma sociologicamente e pedagogicamente rilevanti. Ad arricchire ulteriormente il confronto con gli spettatori anche le riflessioni della professoressa di Psicologia clinica Chiara Fioretti.
Approccio radicale
al mondo reale
La terza proiezione è andata a colpire un nervo scoperto di tutto il Novecento: la dipendenza dalle sostanze stupefacenti. Il film selezionato, Amore tossico, folgorante e disturbante esordio alla regia di Claudio Caligari, ha diviso la platea tra chi vede, nella crudità delle scene caligariane una quasi normalità rispetto a quello che i social e le emittenti televisive ci propongono quotidianamente e chi è rimasto turbato dall’atmosfera che si respirava nella Roma dei primi anni Ottanta, luogo e periodo dove la pellicola è ambientata. Ciò che distingue Amore tossico da alti film incentrati sul tema (Trainspotting ad es.) il suo approccio radicale al realismo, perché girato con attori interamente composti da veri tossicodipendenti, il che conferisce al film un’autenticità pasoliniana (autore al quale il regista era molto legato) difficile da trovare altrove: non solo raccontare la storia della marginalità, ma dare voce a coloro che normalmente rimangono invisibili nella società. L’idea, infatti, di avvicinare ai personaggi narrati da Caligari agli zombi di George Romero è attualissima: si pensi ai video che invadono i social dove si mostrano gli effetti delle ultime sostanze (soprattutto nelle strade di città degli Stati Uniti come Philadelphia, Chicago o New Orleans).
L’insidia del porno
per connessioni doc
Ultimo appuntamento dedicato a una ulteriore visione incentrata su una dipendenza attualissima: quella dalla pornografia. Con un mercato che frutta svariati miliardi di dollari all’anno, il porno è diventata la seconda dipendenza più presente nella società contemporanea, scavalcando ad es. il gioco d’azzardo e l’alcool. Il motivo è chiaramente individuabile nella facilità di accesso al materiale hard presente al novanta per cento gratuitamente sul web. Senza contare le diverse sfaccettature che ha preso l’industria che oltre al materiale filmico si fonda anche su quello delle webcam live e i social (basti pensare all’esplosione recente di OnlyFans) o addirittura sull’IA: recentemente non solo Chat GPT è stata riprogrammata dai vertici affinché possa rispondere a domande più “spinte” ma alcune piattaforme offrono la possibilità di creare partner su misura da “usare” a piacimento per le attività erotiche personali. Ad essere selezionato per la proiezione è stato Don Jon, film d’esordio dell’attore e produttore Joseph Gordon-Levitt. “La pornografia – ha dichiarato il regista – attirerà l’attenzione delle persone, lo so, ma non è quello di cui parla il film. Parla piuttosto di intimità, di autenticità, della nostra fatica nel connetterci veramente gli uni con gli altri”.
L’idea di raccontare una dipendenza così profondamente radicata nelle giovani generazioni che mina totalmente il rapporto tra relazioni “reali” e “virtuali”, nonché tutta la dimensione legata al piacere (sia fisico che affettivo e prima della regolamentazione che ne prevede alcuni limiti di accesso e fruibilità poiché il film è stato girato nel 2013, due anni dopo il più duro e disturbante Shame di Steve McQueen) attraverso il filtro della commedia è risultato vincente. Tutti gli spettatori hanno riconosciuto nonostante la leggerezza dei toni soprattutto la durezza di alcuni momenti legati alla necessità di “disintossicarsi”.
Mai più dipendenze
un lungo viaggio
Il percorso di allontanamento dalla propria dipendenza è stato al centro di questo lungo viaggio cinematografico, così come l’importanza del concetto di cura: avere accanto una persona che appoggi il dipendente durante la propria battaglia e che sappia soprattutto “ascoltare” l’altro. Molteplici fili rossi che hanno trovato risposta nelle riflessioni degli studenti, dottorandi e docenti presenti alle proiezioni. Il dato più affascinante è proprio questo: un momento di riflessione (sia prima che dopo il film il percorso interpretativo è stato coordinato, oltre che dalla professoressa Sabatano e dal professore Amendola, anche da Pietro Ammaturo, dottorando dell’Università eCampus e critico cinematografico) che ha coinvolto studiosi provenienti soprattutto da percorsi accademici diversi. È proprio questo il dato fondamentale: non solo creare un momento di visione collettiva importante ma soprattutto un momento di condivisione dove le tematiche, le vicende, le riflessioni possano diventare terreno comune per una crescita emotiva, psicologica e scientifica non solo personale. La totale immersione nel mondo dell’immagine ci permette poche volte di interrogarci su quanto sia complessa la quotidianità e tutte le sue sfaccettature: occorre tornare allora a uno dei più grandi teorici del cinema come André Bazin e la sua profonda attualità: il cinema sostituisce il nostro sguardo con un mondo che corrisponde ai nostri desideri. Sta a noi e nell’atto della visione collettiva e soprattutto critica, coglierne l’essenza.

