Presso il Societing Lab dell’Università Federico II di Napoli, il workshop “Geografie del linguaggio: Generative AI, ricerca accademica e pensiero ibrido”, tenuto dall’ artista AI Angela Fusillo, ha trasformato la tensione tra pratica artistica e indagine sociologica in un terreno di analisi e riflessioni. Nelle giornate del 26 e 27 marzo, gli spazi del Polo Tecnologico di San Giovanni a Teduccio hanno ospitato un laboratorio in cui i Large Language Models (LLM) hanno assunto la funzione di agenti capaci di rimodellare i processi di produzione accademica, artistica e culturale, aprendo nuove prospettive metodologiche per la ricerca contemporanea.
L’utilizzo diffuso dell’AI
e le modalità d’approccio
La convergenza tra ricercatori del Societing Lab di Napoli (coordinati da Alex Giordano) e dell’Università degli Studi di Salerno (attivi nell’ambito della sociologia dei media e coordinati da Alfonso Amendola), ha delineato un contesto interdisciplinare in cui tecnologia, pratica creativa e riflessione teorica si sono intrecciate, trasformando la tecnologia da oggetto esterno a partner attivo nella co-creazione. La prima frattura emersa riguarda il ruolo che l’Intelligenza Artificiale debba occupare all’interno dei processi artistici e accademici: un mezzo di cui avvalersi o agente capace di sostituire completamente l’intelligenza della mano. Una trasformazione, dunque, che non può essere accolta senza riserve e che ha rappresentato lo snodo del seminario.
Forme estetiche
super-innovative
Parallelamente all’attività laboratoriale del workshop che ha previsto la scrittura di un articolo accademico generato interamente dall’Intelligenza Artificiale – a partire dall’idea, dalla scrittura del prompt, all’analisi comparativa tra più chatbot – le due giornate hanno stimolato un dibattito fondamentale sull’utilizzo dell’AI negli ambiti artistici e accademici. Il seminario ha posto l’attenzione su due differenti modalità di approccio: da un lato, la spinta verso l’espansione creativa illimitata, con l’intelligenza artificiale considerata un’estensione ontologica dell’autore capace di generare forme estetiche innovative (dalla scrittura alle arti visive); dall’altro, l’attenzione critica alle dinamiche fondamentali della produzione culturale. Due visioni difficilmente conciliabili, almeno per ora. In questo secondo ambito, il gruppo dei ricercatori con formazione sociologica ha sollevato interrogativi imprescindibili, sottolineando l’impossibilità di indagare l’IA senza confrontarsi con la ridefinizione della paternità, dell’autorialità e dell’autenticità. Una visione critica che non si configura come opposizione alla tecnologia, ma come uno strumento necessario per comprendere le condizioni di possibilità del processo creativo e le trasformazioni simboliche introdotte dall’interazione con algoritmi generativi. In questa prospettiva, dunque, non viene interrogata la legittimazione ad utilizzare l’AI, ma in quale misura il processo creativo possa conservare la sua dimensione intenzionale e sociale, e come l’autore umano dialoghi con un dispositivo che incide sulla struttura cognitiva e sulla percezione sociale dell’opera. Domande che restano scomode e proprio per questo necessarie.
Capacità selettiva
della creatività
In un periodo di transizione, in cui i vecchi medium lasciano spazio ad una trasformazione tecnologica sempre più rapida e futuristica, in cui tesi e antitesi si scontrano, è evidente la formulazione di una sintesi che pur liberando l’utilizzo dell’intelligenza artificiale dallo stigma della illegittimità contenutistica, non sostituisca completamente l’intelligenza della mano. La sperimentazione pratica del workshop, declinata nella co-creazione assistita dall’IA di un articolo scientifico, ha reso evidente come la creatività contemporanea non risieda più esclusivamente nella produzione di contenuti originali, ma nella capacità di selezionare, organizzare e interpretare criticamente ciò che la stessa IA propone, lasciando emergere il rischio che la pratica creativa si riduca ad un atto di curatela.
La sperimentazione
dell’artista Fusillo
Il punto di rottura più significativo è emerso con la posizione dell’artista Fusillo la cui visione ha delineato un orizzonte di sperimentazione totale. Una posizione avveniristica, ma anche radicalmente destabilizzante. Nella sua prospettiva, l’intelligenza artificiale non è un supporto esterno, ma un catalizzatore che dissolve le categorie classiche della proprietà intellettuale sostenendo una tesi radicale: nell’era della generazione algoritmica, il concetto tradizionale di diritto d’autore cessa di avere una funzione ontologica. Una dichiarazione che suona quasi come una provocazione diretta al mondo accademico. In questo approccio, l’opera non appartiene più a un singolo soggetto, ma emerge da un flusso collettivo dove la distinzione tra creatore e strumento viene meno. Difendendo l’utilizzo dell’IA in ogni fase – dalla scrittura all’arte performativa – l’artista ha rivendicato la libertà di un processo creativo post-umano, dove l’appropriazione e la trasformazione del dato algoritmico sostituiscono l’ossessione per l’originalità e la paternità del testo.
Rimozione colpevole
del diritto d’autore
A questa visione radicalmente orientata all’espansione delle possibilità tecnologiche si è opposto il fronte dei ricercatori e sociologi, impegnati nell’analisi delle trasformazioni dei media e della cultura digitale. La rimozione del diritto d’autore e della paternità intellettuale non rappresenta una liberazione, ma un rischio epistemologico che può condurre allo svuotamento di senso della produzione scientifica e artistica, sollevando problematiche urgenti di stampo giuridico, sulle quali la comunità accademica sente la necessità di interrogarsi nella continuità della ricerca.
L’autenticità rimane
categoria imprescindibile
Basandosi sull’evoluzione dei modelli tecnologici e sociali, l’approccio sociologico ha evidenziato come l’autenticità rimanga una categoria politica e culturale imprescindibile. Un punto fermo in un terreno che sembra continuamente cedere. Non si tratta, dunque, di una resistenza tecnologica – e neanche di ripudiare aprioristicamente l’IA – piuttosto di una richiesta di abitazione consapevole del medium. Ma cosa significa davvero “abitare” un sistema che apprendiamo senza comprenderlo fino in fondo? Interrogarsi su chi sia l’autore e su quale sia la responsabilità culturale dietro una stringa di testo prodotta da un software e preservare lo spazio della critica e della soggettività umana all’interno di un processo produttivo sempre più automatizzato.
Dal prodotto finito
al metodo creativo
L’analisi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale all’interno dei contesti accademici e artistici appare oggi fondamentale. In questo spazio liminale, tra produzione algoritmica e scrittura umana, le domande sulla natura stessa dell’autore e sull’aura benjaminiana del processo creativo diventano strumenti analitici fondamentali per abitare l’intelligenza artificiale consapevolmente. Emerge così il quadro di un medium ristrutturante, che modifica il rapporto tra autore, opera e pubblico, spostando l’attenzione dal prodotto finito al metodo creativo e alla negoziazione continua tra soggettività umana e logica algoritmica. Una negoziazione che, tuttavia, non è mai neutrale.
Pensiero ibrido
e complessità
Il laboratorio ha confermato che la bipartizione tra sperimentazione e riflessione critica genera un pensiero ibrido in grado di affrontare la complessità del contemporaneo. Appare evidente come l’adozione dell’IA non possa essere neutrale: richiede di decostruire i modelli di paternità intellettuale e di responsabilità culturale richiamando le intuizioni di Walter Benjamin sulla perdita dell’aura e di Marshall McLuhan sul medium come messaggio. Due riferimenti teorici, oggi più che mai concreti, che sembrano aver anticipato la configurazione delle trasformazioni in corso.
Così si trasformano
i processi cognitivi
L’intelligenza artificiale, se abitata criticamente, non sostituisce la creatività umana ma la stimola, ponendo al centro il dialogo tra intenzionalità umana e logica algoritmica come chiave per comprendere la trasformazione dei processi cognitivi, sociali e simbolici. Ma questo equilibrio resta fragile. Se si guarda all’ambito musicale, le arti sonore sono state storicamente considerate appannaggio dell’uomo, legate all’ estro creativo e alla sensibilità: una dimensione che, pur non riducendo l’arte alla sola sfera emotiva, continua a rappresentare un elemento costitutivo del fare musicale. Oggi l’AI entra nei processi di produzione come supporto performativo e come sostituto parziale della figura del producer, configurando un modello di co-creazione tra macchina e uomo. Ma nel momento in cui la macchina dovesse estendersi all’intero processo compositivo – dalla struttura, alla scrittura arrivando al gesto melodico – fino a sostituire l’intervento umano, resta inevitabile chiedersi: cosa resterebbe, in quel caso, dell’arte se viene meno l’intenzionalità del processo?
L’opera d’arte senza
vincoli proprietari
Mentre la pratica artistica di Angela Fusillo spinge verso un futuro dove l’opera è una forma fluida e priva di vincoli proprietari, la riflessione sociologica ci ricorda che senza una responsabilità intellettuale definita, la produzione del sapere rischia di perdere la sua funzione civile. Ed è difficile non vedere, in questo, una linea di faglia. È proprio in questa divergenza estrema che si gioca il futuro della produzione culturale: tra l’entusiasmo della generazione algoritmica e la necessità di una consapevolezza critica che non smetta di interrogarsi sulle condizioni di possibilità della creazione.
“Geografie del linguaggio” ha dimostrato che la ricerca accademica contemporanea non può evitare il conflitto, interrogandosi in primis sulla dimensione etica del rapporto e produzione con l’IA: la complessità emersa non è stata ridotta a una sintesi conciliante, ma è rimasta come un campo di riflessioni aperte.

