I conti aperti con il terremoto, 40 anni dopo

Il Parlamento, al cui operato guardiamo con fiducia, deve impedire in futuro quanto la Commissione Scalfaro ha così “realisticamente” squadernato davanti ai nostri occhi di spettatori o protagonisti di quegli eventi, sui quali, comunque, non abbiamo mai calato il velo

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Il terremoto dell’80 resta una ferita aperta nella coscienza nazionale. La storia del Sud, da allora, è cambiata, ma tanto di più e di meglio poteva essere fatto. Ricostruiamo quella data storica e i suoi esiti attraverso questo scritto del professore Gaetano Fierro, che fu lo straordinario sindaco della emergenza e della ricostruzione di Potenza e, successivamente, assessore e vice presidente della Regione Basilicata.

Quando il 23 novembre del 1980 la terra tremò in Campania e in Basilicata, nessuno poteva immaginare la tragedia che si stava consumando in particolare nelle zone interne lucane e dell’Irpinia. Quasi tremila morti, rovine per decine di migliaia di miliardi di lire, un centinaio di paesi distrutti e circa un milione di senzatetto. Come sempre accade nella storia dell’umanità, a sopportare il peso devastante di una natura spesso nemica furono i ceti deboli, persone per le quali la vita era già fatta di duro lavoro per la sopravvivenza e che nello spazio di pochi minuti furono sollevate da tale fatica perdendo la vita. La cronaca di un’emergenza inizialmente non avvertita dal Governo nazionale in tutta la sua vastità è nel ricordo di tutti marchiata a fuoco con quel titolo della prima pagina del Mattino di Napoli, Fate Presto.

Il Presidente Sandro Pertini si precipitò in quelle zone creando, perché non dirlo, anche qualche problema ai soccorritori ma testimoniando la vicinanza, sentita ed appassionata, di tutta la politica nazionale e dell’intero Paese al dolore della gente dell’Irpinia, della Basilicata e dell’intera Campania. Mentre la macchina dei soccorritori guidata in maniera impareggiabile dal Commissario Straordinario Giuseppe Zamberletti faceva per intero la sua parte, i partiti a livello nazionale si interrogavano sulla qualità delle risposte da dare a quelle popolazioni. Già c’era stato il terremoto del Friuli per il quale la collaborazione intelligente tra partiti locali e nazionali aveva dato ottimi risultati.

Il problema, infatti, non erano solo le risorse da stanziare, quanto piuttosto quello di ottimizzarne l’utilizzo rilanciando quella cooperazione tra poteri democratici che aveva già dato i suoi frutti positivi in Friuli e in seguito nella Valtellina.

I grandi problemi

posti ai governanti

Il terremoto lucano e dell’Irpinia, quattro volte più grande di quello del Friuli, poneva, però, alle classi dirigenti locali e nazionali qualche problema in più rispetto al terremoto del Friuli e di altre zone del Paese. Questa volta non si trattava solo di ricostruire paesi interamente distrutti dal sisma, ma di cogliere l’occasione storica per dare risposte alla questione meridionale in campo da molti decenni. Dalla Basilicata e dalle zone interne della Campania sul terreno dello sviluppo e da Napoli sul terreno della qualità della vita oltre che, naturalmente, su quello economico.

Miseria antica e distruzione sismica, insomma, stavano diventando un intreccio perverso e un nodo scorsoio al collo di quelle popolazioni, che temevano di vedere del tutto disattese quelle speranze coltivate per decenni. Il dibattito politico si infiammò e, per merito essenzialmente della Democrazia Cristiana e del P. C. I., che governava a quel tempo la città di Napoli, fu messa in piedi la famosa legge 219 che conteneva azioni di tre tipi:
a) la ricostruzione delle abitazioni distrutte con il recupero di un rapporto servizi-residenze equilibrato e moderno;
b) gli incentivi finanziari e fiscali per il trasferimento di attività produttive nelle zone interne della Campania ed in Basilicata;
c) un piano di 20 mila alloggi per la città di Napoli afflitta da un indice di affollamento tra i più alti del mondo (10 mila abitanti per Kmq).

La difficile triplice azione

imposta dalla legge 219

Questa triplice azione strutturale era sostenuta da poteri speciali attribuiti ai sindaci e ai presidenti delle giunte regionali e conteneva, sul terreno finanziario, una novità.

La legge indicava alcuni obiettivi (ad esempio 20 mila alloggi) ma, non potendo quantificare in quel momento l’onere finanziario, e non avendo nel bilancio pubblico risorse sufficienti, affidava alle successive finanziarie il compito di stanziare le risorse necessarie anche sulla base di quello che sarebbe stato l’accertamento definitivo dei costi.

Fu così che le forze politiche di maggioranza e di opposizione si obbligarono a finanziare, negli anni successivi, con manovre creative, 1a più grande opera di infrastrutturazione nella Storia dell’Unità d’Italia, di alcune zone del Mezzogiorno. Quella triplice azione avviata nella primavera del 1981 finì, nel corso di un decennio, per far decollare altre iniziative non direttamente collegate al terremoto, ma che furono favorite dalle politiche ricostruttive e di sviluppo attivate in seguito al sisma del 1980.

Ne cito alcune per tutte.

Lo sviluppo dell’area metropolitana di Roma, Milano e Torino era avvenuto, dalla metà degli anni Sessanta in poi, con l’utilizzo delle somme accantonate con riserve tecniche dagli enti previdenziali (lnps, Inail, Enasarco, Enpam e via di questo passo).

L’ammontare annuo complessivo di questi investimenti era tra i 4 e i 5 mila miliardi di vecchie lire. Una cifra enorme che aveva consentito l’espansione urbana delle maggiori città con un buon livello qualitativo. Quando nel 1988 la Commissione Bilancio preparò un emendamento che obbligava per 5 anni gli enti previdenziali a riservare alle zone della Campania e della Basilicata il 20% dei propri investimenti, le forze politiche furono pronte ad approvarlo. Mille miliardi circa di investimenti immobiliari in quelle due regioni significò molto per lo sviluppo economico e per la vivibilità di quelle popolazioni. Basti pensare che, dalla sera alla mattina, si avviò a Napoli la costruzione dell’attuale centro direzionale che da oltre 15 anni era fermo al palo per mancanza di risorse. Con una domanda pubblica certa, gli imprenditori fecero a gara per costruire ed organizzare, così, un’offerta appetibile.

La diffusa strategia

infrastrutturale

L’opera di infrastrutturazione della Basilicata avvenuta in quegli anni convinse la Fiat di Cesare Romiti a preparare gli investimenti nel polo automobilistico di Melfi. All’epoca l’On. Cirino Pomicino, che era ministro del Bilancio, stipulò con la Fiat un contratto di programma di ben 3 mila miliardi di lire per l’insediamento di Melfi, più un altro contratto di programma per l’indotto delle piccole e medie imprese. Anche in quell’occasione il consenso delle forze politiche e sociali fu altissimo. Due realizzazioni, il centro direzionale di Napoli e il polo Fiat di Melfi, che nulla avevano a che fare con il sisma del novembre del 1980, erano, comunque, figlie di quella cultura di governo sorta proprio in seguito al terribile terremoto e che aveva fatto propri gli obiettivi di sviluppo economico e di ammodernamento urbano di quelle regioni. Insomma due benefici effetti a distanza di quella saggia decisione assunta dalla D.C. e dal P.C.I., oltre che dalle altre forze politiche minori, all’indomani di quella immane catastrofe.

Negli anni che seguirono ebbi modo di seguire da vicino, nella mia veste di sindaco della città di Potenza, l’intero processo messo in moto dalla legge 219/81 che, però, divenne operativa nel 1984. Negli anni precedenti alla sua entrata in vigore, il Governo nazionale operò con l’ordinanza 80, al fine di agevolare il recupero delle abitazioni leggermente danneggiate. In quegli anni ho visto l’impegno fattivo e concreto delle classi dirigenti locali e dei dirigenti nazionali dei partiti eletti in quelle zone, che diedero vita ad una specie di partito trasversale del terremoto, ma ho visto anche crescere l’astio e la contrapposizione politica nei confronti dei risultati che si stavano ottenendo in tema di infrastrutturazione del territorio e di sviluppo industriale. Purtroppo, alla fine degli anni ‘80 il clima cambiò per questa campagna di odio sostenuta, ironia della sorte, dal giornale di Montanelli e da la Repubblica. Incertezze politiche e pressioni scandalistiche della stampa dettero vita a quella “Commissione Scalfaro”, che fu la culla dell’odio e del livore e che esplose poi con i fatti del ’92-’93 con l’Irpiniagate.

Sotto la spinta di Oscar Luigi Scalfaro, diventato nel ’92 Presidente della Repubblica, la ricostruzione sismica fu processata e dopo 15 anni assolta, ma intanto i sacrifici fatti ed i buoni risultati ottenuti con la ricostruzione vennero vanificati dai giudizi sommari verso la classe politica meridionale, considerata disonesta e incapace.

Naturalmente, come in ogni processo complesso, anche nella ricostruzione vi furono fatti positivi ed episodi negativi, in particolare con l’arrivo degli imprenditori del nord che utilizzarono gli incentivi industriali per, poi, rapidamente scomparire.

Un partito trasversale

per la sperata rinascita

Per quanto attiene, invece, la ricostruzione dell’edilizia abitativa va ricordato che si formò nella coscienza civile professionale una “nuova cultura dello sviluppo”: prima del novembre ’80, le iniziative da porre in essere nel campo di una qualsiasi ricostruzione non rientravano di certo nella cultura degli amministratori, dei tecnici, dei cittadini; nessuno aveva sentito parlare in termini appropriati dell’adeguamento antisismico con la stessa disinvoltura con cui, a distanza di tempo, si osa oggi trattare argomenti di natura tecnica legati al recupero del patrimonio abitativo.

Alla luce di quelle esperienze vissute si consolidò una cultura urbanistica che concorse, con il proprio contributo, ad un processo di trasformazione soprattutto dei centri storici di molti comuni. Infatti furono riqualificati, in coerenza con il restauro conservativo, tutti gli elementi architettonici ivi preesistenti come i portali, le murature a faccia vista, le mensole dei balconi e dei vani finestra. Vale per tutti l’esempio della città di Potenza che, ancora oggi, ben rappresenta qualitativamente il lavoro fatto.

Con l’intervento ordinario e straordinario dello Stato furono costruiti migliaia di abitazioni, edifici scolastici di ogni ordine e grado, strade e centri sociali, come pure impianti sportivi e centri sanitari. Un discorso a parte merita l’istituzione della Università degli Studi di Basilicata che rappresenta, senza enfasi e retorica, una conquista sociale di notevole spessore, agognata da decenni dalle generazioni lucane. Relativamente alle disfunzioni nel settore industriale va sottolineato che la politica centrale non è stata all’altezza del compito, nel senso che da Roma vennero quattro o cinque imprese che si divisero la grande torta delle infrastrutture; sempre Roma, poi, deliberatamente escluse le imprese della Basilicata e dell’Irpinia, nonostante un’ordinanza dell’allora ministro Scotti avesse sancito che il cinquanta per cento degli appalti doveva essere destinato alle imprese locali. Le suddette imprese “romane”, ottenuta la concessione al mega-appalto, altro non fecero che cedere i lavori in sub-appalto, questa volta alle imprese di Basilicata e dell’Irpinia, con ribassi fino al 50 per cento. Un affare di proporzioni immense, peraltro “registrato” dalla Commissione Scalfaro. Ma i lucani, e lo ribadiamo con rabbia e dolore, non parteciparono affatto a quella mega-ripartizione. I lucani non hanno gestito nulla, tutto è stato calato dall’alto. Gli imprenditori hanno protestato, denunciato le degenerazioni dei subappalti ma nessuno li ha ascoltati.
C’è stata sicuramente sproporzione tra i finanziamenti pubblici elargiti e i risultati pratici ottenuti in termini di occupazione e produzione, ma se sprechi e scelte discutibili ci sono stati, Roma, centro della politica, ne è stata consapevole, sempre. Gli atti posti in essere sono dipesi da una legislazione di 25 anni che li ha consentiti.

Allora? Speranze tradite? Una ricostruzione che ha fatto più male che bene?

Due flussi finanziari

da separare nettamente

Poco onesto affermarlo. Per meglio capire i meccanismi innescati, nonché le perversioni vere o presunte, è necessario fare una distinzione tra le risorse finanziarie destinate alla ricostruzione del patrimonio abitativo e quelle assegnate alla costruzione delle aree industriali. Nel presente, come in prospettiva storica, è importante che i due flussi finanziari vadano nettamente separati. Nel primo caso i finanziamenti sono arrivati direttamente ai Comuni e agli Enti gestori del patrimonio edilizio pubblico e privato; nel secondo caso direttamente agli industriali, attraverso uffici e procedure gestite direttamente da Roma.

Ma, nonostante le scriteriate assegnazioni finanziarie, le aree industriali sorsero e sono ancora lì. Per fortuna! Tra mille difficoltà, fra tante contraddizioni e qualche errore di valutazione, le aree terremotate hanno cambiato volto. I veri problemi dell’industrializzazione ricominciano oggi, soprattutto con le non decisioni del Governo attuale per ulteriori aiuti alle zone terremotate e alla loro rinascita. Le aree industriali della Basilicata, oggi, sono soltanto dei poli produttivi a metà, alquanto isolati. Mancano ancora strade, interne ed esterne, mancano alberghi, mancano servizi come sportelli bancari e postali, posti di polizia, mancano i trasporti. Questi sono stati e sono i veri problemi di crescita di una industria giovanissima: quello che serve – ripeto – è una attenzione maggiore della classe dirigente, possibilmente del Governo centrale, soprattutto per impedire un freno, uno stop ad una crescita economica e sociale che, qualunque cosa se ne dica, comunque c’è stata. Nel cratere ci sono industrie che rappresentano l’«Azienda-Italia»: qui hanno portato tecnologie, management, strategie ma, anche, poca occupazione; tutte, per funzionare sempre meglio, hanno bisogno di un habitat che non c’è.

Qualcosa allora fu fatta

ma ora il governo tace

Se spesso la modernità passa attraverso la tragedia, in questo Paese, che sa vivere solo con la crisi, la Basilicata e l’Irpinia ne sono state un caso esemplare. Ci voleva un terremoto per farle rifiorire, nonostante le loro irrisolte contraddizioni. Sulla ricostruzione, come già precedentemente accennato, si è abbattuta l’ombra lunga degli scandali e degli sprechi. La Commissione d’Inchiesta parlamentare sulle aree terremotate, presieduta dall’on. Scalfaro, è stata anche a Potenza e ha concluso i suoi lavori dopo 14 mesi di indagini ed approvato tre relazioni che furono successivamente portate in Parlamento. Il lavoro svolto dalla Commissione, comunque, non riuscì a farsi carico della diversità degli interventi previsti da una legge complessa e articolata.

La Commissione non fornì tutti gli elementi richiesti, anzi alimentò il sospetto dell’utilizzo improprio delle risorse finanziarie. Tuttavia è verosimile affermare che in quel periodo la ricostruzione procedeva in maniera diversa da Comune a Comune; in moltissimi Comuni essa era in fase avanzata, mentre in altri si registravano ritardi dovuti a difficoltà di carattere urbanistico o a conflittualità fra condomini o a ritardi nell’elaborazione degli strumenti urbanistici.

Furono stanziati 52 mila miliardi di lire, di cui circa due quinti vennero utilizzati per realizzare i ventimila alloggi di Napoli (dando sollievo ad una penuria abitativa universalmente riconosciuta) e tre quinti per la ricostruzione abitativa nell’intera area della Campania e della Basilicata. Poiché era supposizione comune che l’Irpinia avrebbe ottenuto 64.000 miliardi di lire, l’inchiesta ebbe modo di chiarire ciò: la provincia di Avellino, infatti, ebbe solo 6.549 miliardi. Per gli insediamenti produttivi nelle aree di Avellino, Salerno e Potenza furono stanziati ottomila miliardi di lire. Tutto questo, fortunatamente, è storia passata anche se ha lasciato tante ombre sulla credibilità di una classe dirigente messa alla gogna e strumentalizzata dai giochi nazionali, fatti sulla pelle dei cittadini meridionali.

Troppi decreti stravolsero

una buona legge, la 219

Ma tornando alle cose più propositive che hanno ispirato questa mia riflessione, va detto che: «la legge 219 del 1981, quella concepita per far tornare alla normalità le zone terremotate, era una buona legge. La sua filosofia prevedeva la riparazione del danno e un limitato intervento finalizzato allo sviluppo produttivo. Il tutto da attuarsi entro tempi certi». Ma la 219 fu stravolta, come già detto, da oltre cinquanta leggi e decreti successivi. E così al posto della ricostruzione di ciò che era andato distrutto si diede il via libera, in molti casi, alla costruzione esagerata, fonte di umane distrazioni. Tuttavia, nel tracciare un quadro conclusivo relativo alla raffigurazione dei fatti e delle azioni conseguenti alla calamità, è giusto affermare che l’inchiesta, così come è presentata dai documenti conclusivi, appariva allora indispensabile. Lo scopo della ricostruzione di eventi tanto controversi, specialmente per il fatto che hanno comportato l’utilizzazione di ingentissimi finanziamenti pubblici, era, ad un tempo, la base epistemologica per l’individuazione delle responsabilità pregresse ed il punto di partenza per aprire in futuro un capitolo nuovo: il solo modo perché da una esperienza negativa potessero nascere regole nuove e più sicure nel governo della spesa pubblica, secondo criteri di trasparenza, collegialità, imparzialità ed efficacia.
In conclusione, mi viene da aggiungere che una delle ragioni di forza di una democrazia avanzata è la sua capacità di autocorrezione dei propri errori. A questo deve provvedere sempre e senza indugi il Parlamento, al cui operato guardiamo con fiducia, alfine di scongiurare il pericolo che, in futuro, possa ripetersi quanto la Commissione Scalfaro ha così “realisticamente” squadernato davanti ai nostri occhi di spettatori o protagonisti di quegli eventi, sui quali, comunque, non abbiamo mai calato il velo ipocrita di una prona assuefazione, quanto, semmai, esercitato una nostra responsabile criticità.

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