Torna Lanzetta con l’urlo di una generazione

I conti aperti con la storia di "Un Messico napoletano" e dell'ansia di vivere dei napoletani

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La copertina del libro di Peppe Lanzetta, ristampa di un capolavoro di circa trent'anni fa

Il magazine RQ (www.resistenzequotidiane.it) collabora con piacere con Corponovecento in questa iniziativa editoriale, che si svolgerà il prossimo 12 giugno presso il Teatro Portacatena di Salerno. Si tratta della nostra prima “uscita” pubblica, che avviene nell’ambito di una manifestazione promossa da una collana teatrale che dà lustro a Salerno e all’intero Paese e che promuove la ristampa, dopo trent’anni, dell’acclamato romanzo di Peppe Lanzetta, considerato l’urlo di una generazione, il racconto dell’ansia di vivere di un intero popolo. Qui di seguito la recensione del regista e drammaturgo Pasquale De Cristofaro. 

Quando penso a Peppe Lanzetta e al suo mondo senza “grazia” – dis-graziato – ma col cuore appassionato e lirico, ai suoi ragazzi e ragazze cresciuti nella strada tra rifiuti, piste di cocaina, eroina e malaffare, mi viene, per una “stranezza” tipica di chi lavora sui testi e gli autori, di metterlo affianco ad un personaggio pirandelliano che da sempre turba il mio immaginario: Cotrone dei “Giganti della montagna” del grande Luigi Pirandello. Il suo obiettivo è sempre puntato sugli ultimi, sui senza gloria, sui marciapiedi delle periferie metropolitane, dove non c’è più traccia del colore tipico di una sempre più inopportuna napoletanità, ma dove sono presenti quintali di dolore e una disperazione che non può essere oltremodo post-datata. Una città, la sua, “che suda, che spesso non si lava, ma ha sempre saputo farsi amare”. Il suo linguaggio è aspro e duro come “cocci aguzzi di bottiglie” che graffiano e fanno male ma scavano solchi profondi nel cinismo e nell’indifferenza di un nostro mondo sempre più immerso in una gigantesca bolla pubblicitaria e travolto da un consumismo che si sta mangiando le nostre anime. E’ come se raccontando questo, Lanzetta si fosse messo un po’ di lato, si fosse dimesso dall’agone mondano e ritraendo questi strambi e sfiniti “figuri” ne facesse un campionario apocalittico che rinvia all’unica salvezza possibile quella cioè di un mondo di carta che ne conservi gelosamente la memoria. Testi preziosi i suoi, scomodi, inopportuni, apparentemente inattuali per un mondo che finge di correre verso paradisi di artificiosa felicità, ubriacature ed euforie che distraggono dalla voragine che effettivamente ci circonda. I suoi testi sono una vertigine maliosa che descrivono il nostro inferno quotidiano con una inesauribile energia, un ritmo dionisiaco difficile da sopportare. Eppure chi riesce ad andare fino in fondo prova sulla sua carne l’esperienza della verità. Così, Cotrone che ritiratosi presso la villa della Scalogna con i suoi adepti (gli scalognati, quanto somigliano ai personaggi che ballano fintamente allegri nei racconti di Lanzetta) vuole trovare riparo da una società che ha perduto i caratteri della sua umanità. Una società cinica e bara che non ha più necessità della bellezza, che declina solo fortune economiche e successo misurato dal conto in banca. Eppure, per un tratto Napoli era sembrata anche al grande Pasolini un rifugio, un porto sicuro, un baluardo al dilagare del cinismo del “nuovo fascismo” della società dei consumi. Una città arcaica, coi suoi femminielli, i trans, i migranti, figli di un Dio minore, d’ogni latitudine; una città mondo, accogliente e tollerante. Macché… La Napoli di Lanzetta è grigia, spesso piovosa con troppi morti di droga e di camorra. In questo letame, però, può nascere, come per miracolo, una straordinaria storia d’amore come quella di Anna, detta la Rossa (come è forte questo rosso che si contrappone al grigio delle periferie metropolitane), e Marco, in “Messico Napoletano”, di Lanzetta ripubblicato dopo trent’anni esatti da Roberto Nicolucci Editore. Trent’anni fa lo pubblicava con grande successo Feltrinelli ora viene opportunamente riproposto e, ne siamo certi, con la stessa fortuna, perché la storia della Rossa e di Marco mantiene tutta la sua forza e la sua efficacia. Sembra tutto un film, un film ancora possibile, una pellicola non sfuocata ma bella e tragica come la vita.

Di questo e altro ancora si parlerà, lunedì 12 giugno presso il Piccolo Teatro di Porta Catena di Salerno, alle ore 19 insieme ad Alfonso Amendola, Andrea Manzi e al grande Peppe Lanzetta.

Pasquale De Cristofaro

Regista e pedagogo teatrale, ha diretto le rassegne, Teatro della Notte e Corponovecento. Ha insegnato in qualità di docente a contratto presso Università e Conservatori, attualmente insegna Storia del Teatro nell’indirizzo di Sperimentazione Teatro del Liceo Artistico di Salerno ed è coordinatore didattico di una scuola di alta formazione teatrale nelle Marche. Ha diretto molti spettacoli nei maggiori teatri italiani e pubblicato vari libri sul teatro del novecento.