Tra l’altro anche Nietzsche favoleggiava, con giocosa rapidità, di fruste che si prefiggeva di portare con sé ogni volta che, in cammino verso la filosofia, andava da una donna. Innanzitutto, mi sembra che Nietzsche abbia in sostanza soltanto voluto troppo. Con un’ombra di scontentezza sembra essersi spinto fino alla frusta, per la quale era troppo istruito. Mai e poi mai sarebbe stato in gradi di metterla in opera, proprio come non ne è capace quella donna che, in sostanza, è di indole troppo dolce per la frusta che possedeva e che poco fa mi ha mostrata. La delicatezza stessa e tutto ciò che le è connesso, indecisione, incostanza, spiritualità, intuito, disgusto di toccare una cosa qualsiasi, rappresentano la frusta più squisita. Col che io richiamo l’attenzione sul potere della femminilità. Robert Walser, Microgrammi, Adelphi, pag. 233. A cura di Lucas Marco Gisi, Reto Sorg e Peter Stocker. E nella splendida traduzione di Giusi Drago.
Questi Microgrammi, meglio dirlo subito, – perché non si potrebbe attendere di più per nessuna ragione, – sono di una bellezza inaudita da qualsiasi punto si vogliano osservare. E ciò sia dal punto di vista puramente visivo, sia d’ideazione, inventiva, perspicacia letteraria o poetica. E perché no, filosofica. Walser scrive come un Dio. Un Dio si nasconde. Un Dio detta le condizioni. Un Dio è incondizionato, supremo e immenso. Lui, Walser, invece, lo è e lo fa con la scrittura, con quell’idea di calligrafia che è essenzialmente pudore. Nessun ha mai parlato del pudore di Walser. Perché il suo tacere è essenzialmente un dire assoluto. Come i greci, egli parla e tace. O meglio scrive e si nasconde. Un doppio silenzio, quello della scrittura che si nasconde con la sua trama sottile e quella del linguaggio che osa fino ai limiti del dicibile.
“Assoluto” in Walser deve essere decifrato, ma non nel senso di un’ermeneutica del dire ultimo, ma del “dire” aperto. Del dire nella sua massima, che poi è minima, estensione grafica e semantica. Ogni parola, ogni locuzione, ogni segno interdice una leggerezza per una gravosità. Walser mentre ti seduce con la levità ti trafigge con una spietatezza inumana. E, infatti, egli non è umano. È uno scrittore con una parvenza eccelsa, sublime, soprannaturale. Non è follia, per chi voglia fare della sua autobiografia una chiave di lettura, ma è scrittura, è poesia, è alterazione di realtà e chiacchiera pazientemente curata e sapiente. Lui non scrive. Non ne ha necessità. Lui libera la parola nel suo nascondersi essenziale. La tira fuori, la eleva, la riconduce al silenzio. Com’è noto, una scrittura non delega, non trasferisce il suo senso in astratto ma mira a quella vasta e raffinata estensione della mira. La scrittura di Walser colpisce in maniera precisa e non lascia opulenza. La sua modestia è sempre scrupolo e premura di precisione. Il suo comporre è un secentesco barocco ma all’inverso. Egli non punta alla fastosità della lingua ma alla trasparenza, all’essenzialità della piccola prosa, dell’allestimento per sottrazione e per niente edificante ma semplice. Semplice che non significa facile né sincero, o spontaneo. Semplice è il linguaggio che traduce il sostanziale senza l’apparire dello sforzo. – Non sono forse felici i danzatori, e nella felicità cos’altro si cerca se non semplificazione, invero senza mai e poi mai confessarselo, perché alle vanità non piace ammettere qualcosa che non sembri straordinariamente intelligente. Il ballo è forse la liberazione da un mucchio di intelligentonismi. Non lo so forse molto bene io che sono un intellettualista? – Non manca a Walser l’ironia. Soprattutto rivolta a se stesso e alla sua aspirazione di scrittore, di artista, di pensatore. – Quel che pareva ormai incontrovertibile era che il mondo mostrasse una sempre maggiore sensibilità artistica e un sempre maggiore interesse al riguardo. Detto altrimenti, il mondo sembrava artisticizzato.
Una segretaria o impiegata su due o tre aveva per amico o fidanzato un pittore. Pertanto il mondo, sia quello colto sia quello semicolto, pullulava di creativi. – Se si pensa che i sei volumi dei Microgrammi siano stati scritti tra il 1924 e il 1933, si comprende come la grandezza di un autore non sia un fatto né casuale né legato alla storia. Ovviamente, qui, in questo ben curato volume di microgrammi se ne hanno a disposizione una piccola selezione che ben si presta a cogliere una sintesi di ciò che è l’universo letterario di Walser. Una letteratura che si rispetti è sempre universale e senza tempo. Sarebbe incomprensibile altrimenti stabilirne una qualità che va verso ogni approdo possibile: poesia, favola, racconto breve, gioco di parole, di scrittura, di trascrizione automatica, disegno. Pittura? Perché no? I fogli dove Walser trascrive i suoi testi sono maniacalmente curati e, oserei dire, dipinti. La grafia si fa segno e spazio. La pagina, allora, è un campo pittorico che ha in sé il magnetismo della pittura. Tutta l’energia dello scrivere, tutta la materialità della grafite acquisisce la valenza della spazialità espressiva della pittura che diventa autonoma e a se stante. Se non si voglia interpretare o tradurre gli scritti, che dopotutto necessitano sempre di continue riscritture, tanto, a volte, sono indecifrabili, si può beneficiare, esultare, compiacersi della loro forma o composizione. I fogli sono delle vere e proprie opere d’arte libere e autosufficienti. Si può goderne proprio come si fa con disegni eccelsi tanto è la loro bellezza e il loro mistero.
Una nota informa, oltre che della cura del volume, che le micrografie di Walser sarebbero state un interessante oggetto di ricerca per la grafologia. Nulla ci vieta però, di pensarle come progetti di una scrittura misteriosa, mancante e impulsiva. Forse, la scrittura è questa necessità di dire e di omettere, di affermare e di glissare, di incontrare e di sottrarsi. Agamben, a proposito di Walser parla di scrittura “della potenzialità”. Tuttavia, come tutti i paesaggi, essa, la scrittura, merita di essere percorsa, non solo dal di fuori ma anche dal di dentro. Naturalmente, con molta discrezione e disubbidienza. E Walser ne è un fulgido esempio, sia di meditativo camminante sia di minuzioso e sagace osservatore. – Questo paesaggio innevato lo vorrei grazioso. E spero che andrà così. Aveva appena fioccato, e la neve, nonostante una certa morbidezza, era ancora piuttosto compatta. C’era aria di virtù in me, adesso. Voglio essere gentile con le persone, ma a patto di poter magnificamente rinunciare a tutti quanti. – Un libro imperdibile questo Microgrammi. Una selezione di scritti con relativo supporto fotografico che restituisce perfettamente ciò che dell’idea di scrittura si è andata a tracciare come infinità possibilità e come deflagrazione.
Robert Walser, Microgrammi, Adelphi, pag. 233

