Amras di Thomas Bernhard e l’arte del dolore estremizzato

Un libro che si legge tutto d’un fiato se, ovviamente, come tutti i libri dell’autore austriaco, si ha la forza di trattenere il respiro, abbassare il ritmo cardiaco e di sopportare l’accanimento del dolore, della malattia, l’epilessia, dimensione metafisica del male o di qualunque paesaggio, spazio, tempo che si voglia intendere nelle sue inspiegabili e oscure manifestazioni o determinazioni

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Nella torre, come io so, arredata da nostro zio secondo la sua predilezione per le tenebre, e resa da lui sempre più cupa nel corso degli anni per farne, a quanto pare, uso personale, nella torre la nostra vita non era altro che un’unica notte senza sonno, scandita solo dai nostri violenti dolori fisici e interiori, dai rumori dell’acqua e degli uccelli, e neanche la grande arte, quella che si suol chiamare sublime, né le scienze più elevate, che a entrambi era stato dato contemplare sin dall’infanzia nell’ambiente dei nostri genitori, come meglio si poteva e sino a quando era stato possibile, […] né l’arte né le scienze d’un tratto rappresentarono più un mezzo tanto importante da essere salutare, per distrarci, meno che mai per risollevarci da noi stessi, dalle nostre crisi spaventose, dalle nostre malattie spaventose. Thomas Bernhard, Amras, Adelphi, Pag. 104. Secondo libro di Bernhard pubblicato nel 1964, un anno dopo Gelo. Libro intriso di un inaudito dolore e fervore giovanile cui lo stesso autore aveva nutrito una predilezione particolare. Libro che segna Bernhard della sua particolare efficacia narrativa e cifra stilistica.

Un libro che si legge tutto d’un fiato se, ovviamente, come tutti i libri dell’autore austriaco, si ha la forza di trattenere il respiro, abbassare il ritmo cardiaco e di sopportare l’accanimento del dolore, della malattia, l’epilessia, dimensione metafisica del male o di qualunque paesaggio, spazio, tempo che si voglia intendere nelle sue inspiegabili e oscure manifestazioni o determinazioni. Volontà del dolore. Necessarietà del dolore. Invariabilità del dolore. Persistenza. Stabilità. Innocenza? Estraneità? Indifferenza? Tutta l’arte di Thomas Bernhard è manifestatività del dolore. Arte come artificio del dolore.

Nei libri di Bernhard si respira, quando è possibile farlo, tutta la menzogna dell’arte, tutto il suo inutile artificio, quanto la sua inutile, dell’arte, oscurità e chiarezza. Amras è un libro sconcertante e necessario. A nessuna opera che si dichiari tale, deve mancare la necessarietà dell’imprescindibile, dell’indeterminabile, e ciò per consegnarci nient’altro che la nefandezza dell’esistere, l’empietà del destino e la volgarità della vita.

– Spesso infliggevamo ferite ai nostri corpi, nei momenti in cui pensavamo, sentivamo, sapevamo che le nostre anime, anzi i nostri cervelli erano diventati ormai insensibili al dolore, con la massima eccitazione ci ferivamo qua e là, al petto, alla schiena, alle cosce e alle articolazioni dei ginocchi, anche ai palmi delle mani e alla nuca, non ci ferivamo l’un l’altro ma ciascuno per sé. – È dalle tenebre della torre di Amras, dove hanno trovato rifugio dopo essere scampati al suicidio della loro famiglia, concertato in una notte di tempesta, che affiorano ai nostri occhi i fratelli K. e Walter, stretti l’uno all’altro, in una “endogamia spirituale” che non lascia scampo che alla notte senza sonno di una domanda irremovibile, granitica, ostinata. Perché siamo costretti a vivere ancora? La torre, in seguito il bosco, dopo la morte di Walter, sono i luoghi insieme della protezione e della reclusione. Non c’è libertà dal dolore. Non può esserci. Nemmeno la comprensione è possibile. Tutto è frantumato dal panico o dalla stessa anestesia che il dolore provoca. Solo nella forma  dell’arte il dolore, il male, si fa esistenza riflessiva, sebbene fallace, illusoria o ipocrita.

La sincerità dell’arte rispetto al male non può essere che il suo estremo artificio: la menzogna. L’arte ci riconsegna il dolore ma estremizzato, esasperato, radicalizzato dalla sua stessa volontà di sbarazzarsene, di allontanarlo, di renderlo innocuo. Il male non è mai innocuo è semplicemente devastante. Solo che nella forma dell’arte aspira a essere attraente, a essere coinvolgente, a essere malato. Sì, il male può essere malato. Il male può essere esso stesso soggetto a malattia, per dire che essa, la malattia, è inesorabile più del male. Il che vuol dire che tra il male e la malattia c’è una differenza. Una differenza sostanziale che nella forma dell’arte prende corpo come paradosso e inconcludenza. Si ha la percezione del male, in pratica, ma se ne sta lontani.  Non è la malattia, allora, l’incomprensione, ma il male. È il male a tormentare i due fratelli chiusi nella torre di Amras. – Quanto ci sarebbe toccato soffrire in mezzo alla gente, quanto ci toccherebbe soffrire laggiù, se nostro zio non ci avesse portati ad Amras nella torre. – La malattia è un’affezione, l’epilessia che affligge Walter e di cui era straziata la madre e che ha portato al suicidio della stessa, insieme al padre, e ai figli, scampati per caso, è una malattia. Il male invece regna fuori. Certo, il male è una sensazione del dentro. Qui il dentro è la torre, ma tra il dentro e il fuori, almeno nelle variabili dell’arte narrativa di Bernhard sono decisioni labili. Il male è il pregiudizio. Il pregiudizio come ciò che è peggiore della malattia. Dramma sociale più che esistenziale. Per chi conosce Bernhard, sa della sua spietata critica alle convenzioni sociali e borghesi di un’Austria (ma di un’intera civiltà) che lui ha sempre detestato e avversata nonché dileggiata ogni volta che gli è stato possibile farlo. E senza mezzi termini. Tuttavia, per tornare ad Amras, emerge da quest’opera una dimensione della solitudine senza ipocrisia o mediazione. Tutte le opere di Bernhard non hanno vie di mezzo se non l’artificio retorico dell’arte. Sempre ai limiti del pensiero e della maestria tecnica di una scrittura ridondante e ipnotica, l’autore ci spinge ai confini dell’inaudito e dell’ineludibile. E ciò per la coscienza di apparizioni celesti o riflessi infernali. L’arte può tutto, sebbene nelle divagazioni di quest’opera abissale la visione delirante del mondo sveli tutta la sua perspicacia quanto il suo tremendo sgretolamento. – La consapevolezza che tu non sei che frammenti, che i periodi brevi o lunghi o lunghissimi non son che frammenti… che la durata delle città e dei paesi non è altro che frammenti… anche la Terra un frammento… che tutta l’evoluzione è un frammento… che l’interezza non esiste… che i frammenti si sono sempre formati e continuano a formarsi… nessuna via, soltanto arrivi… che la fine è priva di consapevolezza… che, dopo, nulla esiste senza di te e che di conseguenza non esiste nulla. – Tutta l’arte di Thomas Bernhard, si legge, è artificio, metodo. Tutta l’arte di Bernhard è intrisa di un dolore autentico e soffocante. Non è una lettura piacevole questo testo. Tutta l’arte che si vuole credibile non è per niente piacevole. Tutta l’arte di questo grande scrittore merita attenzione e cura. Tutta la sua scrittura non ha nulla di cui ricredersi.

 

Thomas Bernhard, Amras, Adelphi, pag. 104

 

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