Giuseppe Iuliano, la sua poesia azionista compie cinquant’anni

È uscito da alcune settimane per Delta3Edizioni il volume "Giuseppe Iuliano - Cinquant'anni di poesia (1975-2025)", a cura di Paolo Saggese. Il libro, elegante nella veste grafica, raccoglie sessanta saggi redatti in occasione dell'anniversario delle nozze con la poesia dell'apprezzato autore irpino, protagonista di un'instancabile attività creativa innervata prevalentemente sulle dinamiche, la storia e i colori del Mezzogiorno

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È uscito da alcune settimane per Delta3Edizioni il volume “Giuseppe Iuliano – Cinquant’anni di poesia (1975-2025)”, a cura di Paolo Saggese, che è anche autore della nota per la curatela, dall’emblematicio titolo “Giuseppe Iuliano e l’amore per il genere umano”. Il libro, elegante nella veste grafica e densissimo di saggi redatti in occasione dell’anniversario delle nozze con la poesia dell’apprezzato autore irpino, protagonista di un’instancabile attività creativa innervata prevalentemente sulle dinamiche e i colori del Mezzogiorno, è introdotto da Francesco D’Episcopo e si avvale della prefazione di Ettore Catalano e della presentazione di Dante Della Terza. Sono circa sessanta i saggi compresi nel ricchissimo testo. Ecco gli autori: Giuseppe Acocella, Luigi Anzalone, Gaetana Aufiero, Vincenzo Aversano, Raffaele Barbieri, Generoso Benigni, Francesco Caloia, Jenny Capozzi, Alessandro Carandente, Michele Ceres, Antonio Crecchia, Rolando D’Alonzo, Francesca Romana de’ Angelis, Aldo de Francesco, Carlo Di Lieto, Francesco Di Sibio, Lucia Esposito, Franco Festa, Luigi Fontanella, Tiberio Fusco, Monia Gaita, Domenico Gallo, Antonietta Gnerre, Floriana Guerriero, Pietro Guglielmo, Gennaro Iannarone, Maria Teresa Imbriani, Raffaele La Sala, Peppe Lanzetta, Dante Maffia, Luigi Mainolfi, Franco Mangialardi, Andrea Manzi, Stefania Marotti, Floriana Mastandrea, Mino Mastromarino, Carlangelo Mauro, Michele Miscia, Vera Mocella, Carmen Moscariello, Mariagrazia Passamano, Generoso Picone, Ugo Piscopo, Enzo Rega, Rocco Rivelli, Paolo Ruffilli, Teodoro Russo, Michele Sessa, Nicola Sguera, Emanuele Sica, Clara Spadea, Antonio Spagnuolo, Antonio Spiezio, Raffaele Urraro, Michele Vespasiano, Giuseppe Vetromile, Ortensio Zecchino e Hamza Zirem. Per gentile concessione del curatore del volume e dell’editore, pubblichiamo di seguito il saggio su Giuseppe Iuliano scritto per il volume celebrativo da Andrea Manzi, coordinatore del magazine RQ.

UNA POESIA NON INERTE O CONTEMPLATIVA, MA AZIONISTA

Esistono letterati, e non sono molti, che rifondano quotidianamente, con la loro ricerca e soprattutto il loro sentire, una genesi della morale pubblica. Diventano, cioè, senza avvedersene e forse senza volerlo, sismologi della contemporaneità. Registrano i mutamenti dei tempi vissuti attraverso il racconto e la conoscenza, nei loro scritti, si annida nella morale della parola, nell’allargamento del pensiero che la letteratura sa suscitare e sostenere. Penso a Jeremias Gotthelf de Lo specchio dei contadini e, limitando l’osservazione allo scenario meridionale dei tempi moderni, al Cristo di Levi, ai Banditi di Dolci, alle Parrocchie di Sciascia e al cantore della libertà contadina e della sua autonomia che fu Rocco Scotellaro, un poeta che coglieva lo sfasciume teorizzato da Giustino Fortunato ma, ad un tempo, avvertiva la necessità di ricomporre, anche con la forza delle parole e del messaggio, mondi intimamente sconnessi.

Nello scaffale di una mia libreria che raccoglie questi e altri testi, nei quali la storia si trasferisce dalle vene della terra alle risonanze delle parole, conservo alcuni libri di Peppino Iuliano, il poeta irpino del “necessario sfogo giovenaliano” (sintesi mirabile di Paolo Saggese), nelle cui pagine è raccolta e preservata la radice antica di una civiltà, quella contadina, che è l’unica a potersi considerare compiuta tra tante altre provvisorie per natura e background.

Il poeta Giuseppe Iuliano (a sinistra) con il compianto scrittore, giornalista e poeta Giuseppe Liuccio, insigne grecista

Civiltà compiuta ma complessa e, proprio come i territori del Sud, “spopolata” di uomini e idee a causa di quel capovolgimento dei miti del progresso pre-global, terremotati insieme con altre eredità del Novecento. Una povertà ideale che spinge Peppino Iuliano a trasferire al lettore nuove visioni nate nei territori della fragilità, grazie a un realismo aperto non a ideologiche lotte di riscatto ma all’auspicio inconfessato di una rivoluzione culturale. Una poesia non inerte o contemplativa, la sua, ma “azionista”, vicina cioè al mondo della vita e libera dall’eredità lirica otto-novecentesca; una poesia che viaggia nell’anima individuale e collettiva delle comunità, delle piazze, delle chiese, delle campagne, dei monti solenni e minacciosi, tra i volti rugosi disseminati sui territori di frontiera in cerca di un ascolto.

Siamo dentro una conflittuale area poetica che ci ricorda come “dentro il perire dei tempi / l’alba è nuova, è nuova” (Scotellaro), che fa rispuntare un progetto di riforma sociale ribollente nei versi senza mai teorizzare alcunché, vivendo soltanto di palpiti e sussulti etici (“Eccoli con il mento sul petto / con le spalle contro lo schienale” annotava Pasolini nelle sue Ceneri dopo un viaggio tra i contadini di Terra di Lavoro). Peppino Iuliano, con profonda originalità poetica, iscrive le sue tessere in questo mosaico della poesia civile, alla cui realizzazione da anni contribuiscono in pochi. Si preferisce, infatti, evitare gli avventurosi legami tra parola e cosa (e, quindi, tra poesia e mondo contadino), che richiedono costanza, cultura dell’identità e fedeltà alle radici. Il nostro poeta, tuttavia, non ci sta a eclissarsi nell’oblio di una creatività insaccata in un modaiolo socio-psicoanalismo versificatore e preferisce quel rischioso rapporto imbevuto di campi, sudore e parole. E lo fa con forza e scrittura calamitante, tenendosi lontano dai territori delle convenienze letterarie.

Iuliano è dalla parte della frontiera desolata e speranzosa, dove si coltiva l’intimo tentativo di recupero dell’umanità dimenticata, sull’orlo dell’antico conflitto per la terra e per il pane. “(…) Al vento chiedo frusta di giustizia / su questa terra spremuta offesa / vuota d’umanità, serva / di profezia di nessun verbo, / erba voglio di legge su misura. / Dal vento, ruffiano in amore, / aspetto favori di voglie e moine / bisaccia di pane e vino / per sazietà di fame a ogni digiuno / per non morire in questa sera confusa / che avanza e dura. (…)“.

È un poeta di “aria soffio e alito” che si veste di terra e di anima, ma soprattutto che ha scelto da che parte stare, cioè nelle vene di una realtà amara e incognita, amara come la fame e incognita come la storia sospesa. Se si è da una parte (e non dall’altra) si è partigiani di qualcosa o per qualcuno. “(…) Partigiano del mio tempo respiro resisto / e vivo. Sono vento di fronda”. Eh, la fronda. Torna in mente Mazzarino, i fondi da ricercare per finanziare l’esercito francese e l’esserci in quel tempo, agitandosi e ribellandosi allo stato delle cose. La poesia può questo, può unificare il dissenso riscrivendolo in quel romanzo di voci e nell’Italia eternamente sospesa tra guerra e pace che ispirò Alessandro Leogrande.

La poesia civile è ardua, nei suoi versi si rincorrono sconfitte e cadute e il rischio della retorica è molto alto. Peppino Iuliano evita le strettoie della dilatazione etico-estetica e sceglie un verso che muove all’azione, senza mai chiederla, l’azione, ai suoi lettori, che però la scoprono tra parole nude e crude di verità. Egli penetra le contraddizioni della società, apre squarci in un’appannata identità e libera, così, la sua ansia creativa nel linguaggio metatemporale di una poesia che rifugge dai luoghi convenzionali e dai mondi (poetici) senza terra. Ascoltiamolo: “(…) Amo questa terra / che soffre flagelli di vento / come via di croce / e scosse dentro il suo ventre / aborti di esodo e morte / come ultima croce”. Ma è una terra che non rinuncia, anzi chiede ascolto e, nella parola del poeta, tenta una resistenza dura per non soccombere: “(…) Amo questa terra /– sentinella antica disarmata / che cerca asilo e voce / tra pietre aguzze di confino / ed inverni aspri di rovesci e gelo – / ribelle a sdegno a colpe a stupro. (…)”. Nella notte descritta, tra tuoni suoni lampi e stelle, c’è un nero che “infetta gli uomini”. Lo spazio della notte diventa così inospitale. È qui che Peppino Iuliano lascia la panchina dell’osservatore partecipe e si decide a entrare direttamente in campo, aprendo i conti, da poeta qual è, non soltanto con la parola ma con la vita: “Amo l’Irpinia. Odio il suo silenzio muto”. E nel silenzio muto l’ala battagliera della sua poesia coglie un’ancora di salvezza. È fragile, quell’appiglio, come il verso; è soltanto “un granello di idea / una scheggia che sfavilla”, ma è una scheggia che infiamma la notte tenebrosa dei vinti, un bagliore non soltanto visivo ma prensile, offensivo “che graffia l’indifferenza / una spina che si inarca / e ricuce il dolore”. Eccola la poesia civile che muove all’azione, in una terra sofferente che il poeta inquadra nei suoi rosari di paesi “tra monti e valli / dove il verde è regno”. Ed è così, sull’impervia via del destino da piegare alla storia, che “s’alza l’urlo al silenzio / e ricaccia nei recinti / la paura e i suoi vivi fantasmi”.

Vive in questi versi quella che Maurizio Cucchi, a proposito di alcuni autori della poesia contemporanea, ha definito la grande suggestione di raccontare la vita in poesia. Ma credo che Peppino Iuliano non si fermi alla descrizione e colga ulteriori profondità di campo nel Sud dei grandi e ipocriti silenzi. Nascono così i messaggi trasformativi rivolti alla società, formulati attraverso la forza ideale della cultura. La poesia, si dirà, vive di immaginario e la realtà spesso è ben altra cosa, ma è l’intera umanità a essere intessuta di creatività che, cooperando con poeti e artisti, dà vita a un universo fantasma dotato di effetti di realtà. La cultura, d’altra parte, “crea” e scava nelle contraddizioni di una società stanca di essere diseguale e vittima di opache scelte. Perciò, dal Sud muovono rotte di naviganti, scrive Peppino Iuliano, anche se molti segnali scoraggiano le traversate. Non bisogna però arrendersi. Il poeta qui diventa laico profeta d’intellettuale avventura e sprona i lettori: “Spesso una bussola / è sapienza di guida / per violare il buio / e leggere l’ignoto”. Nessun dubbio che la bussola sia la poesia, la fedele compagna e la sublime arma inoffensiva di questo solitario, discreto e profondo poeta irpino.

 

 

Andrea Manzi

Coordinatore di RQ. È stato redattore capo de Il Mattino, fondatore e direttore del quotidiano La Città (Gruppo l’Espresso), vicedirettore del Roma, condirettore del Quotidiano del Sud. Insegna Teoria e tecniche della Comunicazione giornalistica presso l’Università di Salerno, della quale è stato consigliere d’amministrazione. Presiede “Ultimi. Associazione di legalità ODV”. Collabora alle trasmissioni culturali della notte su Raiuno. Scrive per il teatro, al suo attivo pubblicazioni poetiche, narrative e saggistiche

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