Mimì, la bimba di Milano e la nonna ‘eterna’

Il libro di Domenico Starnone fonda sulla forza dell’immaginazione, cui l’autore, come in altri suoi testi, fa risalire la gemma della sua scrittura

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Chiudo il libro di Domenico Starnone ‘Vita mortale e immortale della bambina di Milano’, iniziato a leggere solo ieri e già finito, e mi dico: non potevo iniziare il nuovo anno con lettura migliore. Ancora grata e emozionata, il passo successivo è di accingermi a scriverne.

La voce narrante è quella di Mimì, otto anni, timido nella vita e ardimentoso nelle fantasie. Lei, sua dirimpettaia, una ragazzina della stessa età, che volteggia sul balcone di fronte con grazia ineguagliabile. Lui adora guardarla e nutrirsi l’ immaginazione con le sue piroette di ballerina da ‘cariglion’.

Col fluire dei giorni, diventa irrinunciabile aspettarne la presenza. Quando appare, il cuore di Mimì picchia forte, soprattutto quel dì che lei si solleva sul parapetto e sprezzante del pericolo si mette a danzare lì, mentre il suo giovane spasimante, con alto senso del melodramma, immagina di gettarsi anche lui nel vuoto se lei dovesse cadere.

Quanto lo eccitano le prodezze… Non le ha mai parlato, ma ne ascolta la voce melodiosa. È lei la donna che desidera un giorno sposare, è certo, e lo confida al compagno Lello, che per dispetto dice di volerla sposare anche lui. Per questa contesa finiranno a duellare.

La vita di Mimì scorre soggiogata dal fascino della bambina, che chiama la milanese sia perché non ne conosce il nome, sia perché il suo accento non ha inflessioni dialettali napoletane (la storia si svolge a Napoli). Questo gli fa supporre che sia di Milano. Che sorpresa sarà scoprire un giorno, molti anni dopo, che è anch’essa napoletana e non ne ha l’accento semplicemente perché appartenente a una famiglia altolocata.

È soggiogata inoltre dal mistero dell’oltretomba, che indaga asfissiando sua nonna.

Una vecchia semianalfabeta, bassa, brutta, con pochi denti, la facies leonina, rimasta vedova giovane giovane, con una figlia di due anni e un altro nella pancia. Il suo bel marito muratore, che le faceva il solletico di notte e la faceva ridere e le dava baci lunghi e profondi (questi gli intimi ricordi che con vergogna la timida donna confida al nipote), morì precipitando da un’impalcatura perché stanco del troppo lavoro.

Così lei dovette sbracciarsi le maniche e lavorare sodo. Cuciva i guanti, migliaia e migliaia ne avrà fatti, per le signore più fortunate. Da lì passò a fare la serva in casa di sua figlia, accudendo tutti, figlia marito e nipoti, ma la sua predilezione è sempre stata per questo nipote qui, Mimì, scazzamauriéll, franfellìk, cui il maestro Benagosti ha diagnosticato un grande futuro e lui si è messo in testa che nella sua vita farà lo scrittore.

Mimì è affascinato dalla bambina, ma non solo. Lui desidera scoperchiare la fossa dei morti, di cui gli parla sua nonna. Ha letto la favola di Orfeo, che andò a riprendersi Euridice finita sottoterra morta per il morso di una vipera.
Anche lui, se la bambina dovesse morire, andrà a prenderla sottoterra, scoperchiando la lastra di marmo che copre la fossa, che ha individuato non lontano da casa sua, dietro l’aiuola del cortile. Cosa c’è sotto, glielo racconta sua nonna con gli occhi che le si accendono come se dentro brillassero tanti altri occhi. Ci sono ‘nuvole di terra e fulmini e saette e una farinata di polvere gialla come tufo agitata da un vento così forte che raspa le montagne’…

Quando si accosta alla fossa con orecchio teso, a Mimì sembra di udire, anzi no, ne è certo, tonfi, brontolii e lunghi sospiri e sibili che lo eccitano e lo terrorizzano. Quello della bambina e della fossa dei morti col suo popolo che si agita sottoterra, sono il segreto suo e di sua nonna.

Sua nonna così brutta, ma che un giorno è stata bellissima, lo dichiara una foto, la più bella di tutte le belle ed anche lui come il muratore se ne sarebbe innamorato. Anche a lui sarebbe piaciuto vivere un amore che ti dà la sensazione di avere ‘una lummèra accesa dentro al cuore, una specie di trionfo dell’illuminazione a olio o a gas’. I corpi della nonna e il marito muratore ‘si erano alluciati, allustrati all’improvviso, com’era stato bello’.

Accade poi che un giorno d’estate la bambina va in vacanza al mare e non fa più ritorno. Dicono che sia morta annegata. Alla notizia lui sviene. Per molti mesi, sconvolto, è preda di febbri, deliri e sudori (liquidati da sua nonna come febbri di crescenza). Il balcone delle felici piroette si copre di polvere e foglie. Lui in sogno vede la bambina bere alla fontanella, con l’acqua che le gorgoglia nella gola e poi si muta ‘in un mare in tempesta con cavalloni gialli sotto un cielo di sabbia’.

In realtà quel mare in tempesta è la rabbia furiosa di Mimì che non si attenua. Eppure non pensa mai di scoperchiare la fossa dei morti per riprendersela.

E poi passano gli anni e lui diventa un trasandato, anche negli studi, che s’innamora spessissimo e poi se ne scorda. Di discorsi sull’infanzia non ne vuole sapere. Sparita, cancellata. Sceglie per l’università Lettere classiche e la sua fame di conoscere la lingua, di esplorare le parole per costruire racconti, comincia a saziarla attraverso le lezioni e gli studi di glottologia. Ora che va all’università, la nonna ancor più lo idolatra. Crede che quel posto, l’università, sia un altro pianeta per una come lei, invece è proprio a lei che il nipote ancora una volta si rivolge. Il professore di glottologia gli ha dato da preparare 500 schede compilate con la grafia fonetica, chi meglio di lei può aiutarlo.

Lei, che sembra ’un accumulo di metalo sonoro’ e dopo la timida ritrosia iniziale si scatena in un elenco furibondo di parole dialettali piene di suoni e di accenti, magiche parole intraducibili, o meglio traducibili solo se ben ascoltate e ben visti i gesti con cui lei nel pronunciarle le accompagna. Suoni emessi dalla gola, dalla pancia, dai muscoli tesi, dalla sapienza di una vita di sacrifici passata vicino alla cucina…

Un libro sulla forza dell’immaginazione, cui l’Autore, come in altri suoi libri, fa risalire la gemma della sua scrittura.
Nel caso della nostra storia, forza dell’immaginazione innata, ma anche nutrita dal rapporto di Mimì con la nonna, una donna vessata dagli eventi della vita e dalla schiavitù familiare, ma elevata dal rapporto privilegiato col nipote e privilegiata dal possedere una fervida fantasia. Anche Mimì beneficia nella sua formazione umana affettiva e culturale del suo rapporto con lei, nonostante sia semianalfabeta.

Quindi un libro su un rapporto familiare che non c’entra col sangue, ma che ha a che fare con le affinità, le premure, l’incanto, il candore, il dialogo di carne e di acqua di nonna e nipote.

Un libro sull’importanza della lingua, grande amore di Starnone (che è stato a lungo insegnante e nel 2001 premio Strega col romanzo Via Gemito), che porta anche il lettore a innamorarsene.

Numerosi i modi di dire e le parole dialettali della lingua partenopea, i giochi linguistici, le onomatopee, con cui vengono narrate l’infanzia di Mimì e la crescita nel quartiere, e soprattutto la vita familiare, con le sue figure tutte sbiadite, se non quella della nonna, apparentemente anch’essa incolore, talché Mimì ne scopre tardissimo il nome, ma simbolicamente estremamente importante: è lei fa capire al nipote il significato dell’amore, altro cuore pulsante del libro.

 

 

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