Il film “La Grazia”, distribuito nelle sale cinematografiche italiane a partire dal 15 gennaio 2026, è l’undicesimo lungometraggio del regista napoletano Paolo Sorrentino. Ma ciò che conta non è la durata, bensì le atmosfere e l’interesse dello spettatore che “non cala la palpebra” e rimane attivo durante i 133 minuti di proiezione. Il regista colpisce quasi sempre per lo stile visivo sontuoso – particolarmente curato nelle ultime performance cinematografiche – definito dalla critica “deviazione barocca”, che esplora la bellezza, la decadenza, la solitudine e la vulnerabilità, ricorrendo spesso ai silenzi e ai momenti di sospensione riflessiva in cui l’espressione del viso e la gestualità parlano più delle parole. I personaggi affascinanti e tormentati, spaziano tra lirismo e realismo grottesco; viscerali e liberi dal buonismo narrativo, rompono i cliché del cinema italiano. Scelto come film di apertura della 82esima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia 2025, “La Grazia”, viene definito dalla critica “l’opera della maturità”.
Meno sensuale e più coerente, traccia riflessioni sul potere, l’identità, la responsabilità e la solitudine, attraverso la figura di un Presidente della Repubblica italiana agli sgoccioli del suo mandato. In molti hanno chiesto a Sorrentino quale Presidente lo avesse ispirato. E il regista ha risposto che “Il suo Presidente”, Mariano De Santis, è una figura composita, la fantasiosa fusione genetica di Mattarella, Napolitano e Scalfaro. Un trio di giuristi. E ne spiega le motivazioni: “Il mio intento è stato quello di creare una figura che rappresentasse l’archetipo del buon padre non solo della sua famiglia, ma anche della Repubblica italiana.” Anche in questo film non mancano i momenti contemplativi tra il fumo delle sigarette che si perde nei panorami nebbiosi di Roma. Il racconto politico è frammentato, interrotto dai flashback della vita privata, in cui l’immagine della moglie morta del Presidente vaga sui prati erbosi delle colline, in coppia con il personale tormento di un uomo di potere che ricerca prove compatibili sull’infedeltà: “Perché amare significa accettare di essere fragili.” E, tra qualche sospetto, sembra quasi un sollievo scoprire che l’amata moglie Alma, durante la vita coniugale, abbia aperto una parentesi erotico – sentimentale non con un altro uomo, bensì con l’eccentrica amica comune Coco: “Perché amare significa accettare l’ambiguità.” Il potere è isolamento. Sorrentino mostra come la posizione di vertice produca distanze dagli altri e anche da se stessi. A differenza della grazia, il potere opacizza la lucidità. Cos’è la grazia per Paolo Sorrentino? La grazia è leggerezza del dubbio: “Non salva, non rende felici, ma ti mostra chi sei veramente.” Il Presidente sorrentiniano è afflitto dai dubbi, tra cui concedere o meno la grazia a un uomo e a una donna che, spinti da motivazioni diverse, hanno ucciso i rispettivi partner. Ma il dubbio di maggior peso gira sull’opportunità di firmare la legge sull’eutanasia o lasciare il Paese così com’è: “Se non firmo sono un torturatore, se firmo sarò ricordato come un assassino.” Il conflitto tra responsabilità istituzionale, carico emotivo e giudizio morale è più forte dell’atto politico in sé, e porta al lento sgretolamento del “cemento armato” (il suo soprannome), finché trova una collocazione nuova nel mondo. In questo caso la grazia è narrata come un evento morale che, dopo aver interrotto l’abitudine alla routine del potere, costringe a guardarsi dentro. Il Presidente, cattolico e di una compostezza rigida, si lascia attraversare da profondi cambiamenti, e sul finale smonta i pregiudizi e inizia a conoscere il mondo reale, anche attraverso gli occhi della figlia Dorotea. “La verità non salva, ma espone”: nel film, grazia, verità e amore sono legati al medesimo filo. La vita in sé e le decisioni etiche non offrono soluzioni facili, ma ciò che conta è l’onestà intellettuale, e saper riconoscere e affrontare le proprie fragilità è già uno stato autentico di grazia.

