Il Faro degli argentini e la forza salvifica della memoria

Vittime e vittimari / Il ponte ideale Italia-America Latina va costruito ogni giorno. Le voci delle mamme che non si rassegnano e lottano. Mattarella individuato come simbolo di resistenza civile per italo-argentini e italo-uruguayani

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Montevideo - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella accolto dal Presidente della Repubblica Orientale dell’Uruguay Tabarè Vàzquez al suo arrivo alla Torre Ejecutiva nel maggio 2017. (Foto di Paolo Giandotti - Ufficio per la Stampa e la Comunicazione della Presidenza della Repubblica)

L’avvicinarsi della data del 24 marzo, anniversario del golpe che in Argentina nel 1976 diede inizio alla dittatura civico-militare, rende ancora più attuale e necessario ricordare che quanto avvenuto solo una cinquantina di anni fa oltreoceano appartiene anche alla nostra storia di italiani che, in diverse tappe e con diverse motivazioni e modalità, abbiamo ‘colonizzato’ quei territori sognando di ‘fare l’America’ a propria immagine: poveri contadini allettati dai progetti di popolamento delle neonate repubbliche del continente americano, esuli del nostro Risorgimento con l’epopea di Giuseppe Garibaldi ‘eroe dei due Mondi’, anarchici in esilio che sognavano di edificare un’America libera ed egualitaria – la colonia Cecilia dell’anarchico pisano Giovanni Rossi  nello Stato del Paranà, in Brasile, ma anche Oreste Ristori, Pietro Gori, Severino Di Giovanni, Luigi Fabbri nel Rio de la Plata…

Si parlò di ‘aluvión migratorio’ per quel milione e mezzo di italiani che a cavallo tra i due secoli emigrò verso la zona temperata del Rio de la Plata, la zona della cui storia recente ci stiamo occupando. Molti riuscirono a ‘fare l’America’ e nel 1911 gli ‘italiani d’Argentina’ regalarono al Comune di Roma il Faro degli Argentini, dell’architetto Manfredo Manfredi, riportante la dedica «A ROMA CAPITALE – GLI ITALIANI D’ARGENTINA – MCMXI», situato sul colle del Gianicolo. Quelle terre continuarono anche nel 900 ad ospitare italiani in fuga: paradosso della Storia, arrivarono ebrei in fuga dalla furia antisemita e pochi anni dopo gerarchi e magnati nazifascisti che, grazie all’Operazione Odessa e con l’avallo della Croce Rossa Internazionale, si sono ricostruiti una identità e una nuova vita oltreoceano: gli spostamenti tra Argentina Brasile e Paraguay di Mengele ed Eichman sono conosciuti, così come la Colonia Dignidad in Cile dove si erano rifugiati trecento nazisti che, durante la dittatura di Pinochet, aiutarono a desaparecer centinaia di oppositori. Meno noti, ma comunque numerosi furono anche i fascisti italiani approdati su quei lidi dopo l’amnistia voluta dal Ministro Togliatti durante il governo De Gasperi nel 1946: Dino Grandi andò in Brasile, Cesare Maria De Vecchi e Luigi Federzoni in Argentina ecc. Un ruolo notevole lo ebbe la principessa Maria Pignatelli di Cerchiara che aveva fondato nel 1946 a Roma il Movimento italiano femminile (Mif) e aveva rapporti di amicizia e di interessi con esponenti illustri delle collettività italiane in Sudamerica: nel 1947 incontrò Eva Perón, durante il suo viaggio in Italia, per favorire l’inserimento e il riciclaggio in Argentina di soldi, identità e affari.
Purtroppo dobbiamo smentire Marx perché, per quanto ci riguarda, non è vero che “La Storia si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa”. Il caso di Vera Vigevani, ad esempio, conferma la tragica contiguità tra l’Italia e i paesi del Río de la Plata e la ciclicità e ripetitività di grandi tragedie. Ecco le sue parole nel primo episodio della web serie per il Corriere della Sera Il rumore della memoria, Il viaggio di Vera dalla Shoah ai desaparecidos di Marco Bechis (con la partecipazione di Liliana Segre e diversi articoli scritti dai giornalisti del Corriere):

“Mi chiamo Vera Vigevani Jarach e ho due storie: io sono un’ebrea italiana e sono arrivata in Argentina nel 1939 per le leggi razziali; mio nonno è rimasto ed è finito deportato ad Auschwitz. Non c’è tomba.
Dopo molti anni, altro luogo, in Argentina, altra storia: mia figlia diciottenne viene sequestrata, portata in un campo di concentramento e viene uccisa con i voli della morte. Non c’è tomba.
Queste due storie indicano un destino comune e fanno di me una testimone e una militante della memoria”.

Oltre alla volontà di mantenere vivo il ricordo della figlia Franca, ad animare Vera è anche un forte impegno nel creare e trasmettere una memoria collettiva, affinché ciò che è successo in Europa prima, e nelle Americhe poi, non sia dimenticato e venga riconosciuto come un fenomeno globale e ripetibile in ogni luogo e tempo. La sua storia testimonia che oltreoceano si è ripetuto l’orrore: per avere giustizia ha testimoniato al processo contro l’ESMA le cui udienze si sono tenute in Argentina e in Italia. Il 16 ottobre 2008 il sindaco di Venezia Massimo Cacciari ha intitolato un bosco di Mestre a Franca Jarach, dedicandolo a tutti i desaparecidos della dittatura argentina. Nel gennaio 2015 Vera Vigevani ha partecipato al Treno della memoria, iniziativa promossa dalla regione Toscana per mettere gli studenti a contatto diretto con la realtà della Shoah e con il pericolo della ripetitività della Storia.
Vera ha anche pubblicato diversi libri sull’argomento, sempre collegati alle due esperienze tragiche della sua vita e diretti sia a lettori argentini che italiani: in collaborazione con Eleonora Maria Smolensky ha raccolto nel volume Tante voci, una storia. Ebrei italiani in Argentina (1938-1948) a cura di Giovanni Iannettone, i racconti degli ebrei italiani che si erano rifugiati in Argentina per sfuggire alle leggi razziali; Il silenzio infranto. Il dramma dei desaparecidos italiani in Argentina, redatto in collaborazione con Carla Tallone, riporta le testimonianze dei reduci italiani dei campi di concentramento e dei familiari dei desaparecidos; I ragazzi dell’esilio. Argentina (1975-1984), scritto con Diana Guelar e Beatriz Ruiz, riporta le storie dei giovani che si sono salvati fuggendo dall’Argentina.

Ancora un’altra storia, terribile come quella di Vera Vigevani, questa volta dall’Uruguay.
Ho conosciuto Maria Bellizzi e sua figlia Silvia al Museo della Memoria di Montevideo, e quell’incontro è stato per me un punto di non ritorno nell’impegno di tener vivo il ricordo di quelle violenze di stato, ancor più se ci toccano da vicino perché i desaparecidos sono nostri connazionali. Ma lascio che sia la stessa Maria Bellizzi a raccontarci la sua storia come l’ha raccontata, il 24 maggio 2017, in una lettera al Presidente Mattarella in visita in Uruguay:

“Al Ecc.mo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Caro Presidente,
è per me un onore incontrarLa e consegnarLe questa lettera, mediante la quale voglio darLe il benvenuto in Uruguay, la nostra seconda patria. La ringrazio inoltre per essere oggi tra di noi italiani, in questa nostra casa.
Mi chiamo Maria Bellizzi, sono nata a San Basile (CS). Sono arrivata in Uruguay quando non avevo ancora compiuto i due anni. Correva l’anno 1928. Mi ci ha portata mia madre per raggiungere mio padre che era già emigrato in questo paese.
[…] Ho studiato, ho lavorato e con vent’anni mi sono sposata con Andrés Bellizzi, anche lui oriundo di San Basile. Abbiamo avuto un figlio e una figlia. Avevamo messo su una bella famiglia. I nostri figli studiavano e lavoravano ma il 19 aprile 1977, la nostra vita è cambiata radicalmente.
In Uruguay nell’anno 1973 si era installato un regime dittatoriale. Mio figlio, Andrés Humberto, come tanti altri lavoratori e studenti, ha dovuto andarsene del paese per non essere arrestato. Dal 1974 abitava nella città di Buenos Aires dove studiava e lavorava. La mattina del 19 aprile dell’anno 1977 come tutti i giorni è uscito per recarsi a lavorare ma non è mai arrivato, perché è stato sequestrato e fatto scomparire dai militari argentini ed uruguaiani.
Da quel momento per me e per mio marito è iniziata una battaglia senza sosta, nella denuncia e nella ricerca, dentro e fuori delle frontiere, di notizie, che ci portassero a conoscere il destino del nostro figlio. Dalla notte alla mattina sono passata da essere una casalinga ad un’attivista e militante per i diritti umani. Mi sono subito vincolata agli altri familiari, che soffrivano le mie stesse condizioni, e insieme abbiamo costituito il gruppo di Madri e Familiari di detenuti-scomparsi e abbiamo lottato instancabilmente nella ricerca della verità e la giustizia.
Nell’anno 1999 insieme ad altri familiari di origine italiana, mi sono recata a Roma per denunciare il sequestro e la sparizione di mio figlio, perché il Pubblico Ministero Giancarlo Capaldo, stava valutando la possibilità di avviare un processo, per questi fatti, contro i militari delle dittature del cono sud che agivano nell’ambito del chiamato Piano Condor. […] In questo processo, tra i repressori denunciati, si trova il Capo dei Servizi d’Intelligenza della Marina Jorge Néstor Troccoli, anche lui cittadino italo-uruguaiano e attualmente residente in Italia, dov’è arrivato dopo aver fuggito dalla giustizia uruguaiana.
Durante l’anno 2016 nell’aula bunker di Rebibbia, nella Terza Corte di Assise si sono tenute le udienze contro gli integranti del Piano Condor e il 17 gennaio 2017 è stata dettata sentenza.
Tanto il governo italiano come quello uruguaiano si sono costituiti parte civile in questo processo.
La sentenza purtroppo non ha raggiunto pienamente le nostre aspettative, ma per fortuna il giorno 10 c.m. la Procura di Roma ha presentato istanza di appello a detta sentenza. Io ringrazio con tutto il cuore quanto ha fatto e continuerà a fare la giustizia italiana per trovare la verità e condannare i colpevoli. Ringrazio il popolo italiano per la solidarietà che ci ha sempre manifestato e al governo italiano che ci ha sempre sostenuto.
Nel mese di settembre dell’anno scorso, con i miei 91 anni, ho dichiarato formalmente a Roma davanti alla III Corte di Assise.
Caro Presidente nei giorni che hanno preceduto la visita in Uruguay ho seguito attentamente le sue attività in Argentina. L’ho visto insieme a Lita Boitano, madre italiana anch´essa che ha perso due figli, e altri familiari, visitando il Parco della Memoria.
Anche in Uruguay, quand´è tornata la democrazia, col sostegno del governo municipale e della gente è stato costruito un Monumento in vetro con incisi i nominativi di tutti i nostri scomparsi che superano i 140. Il Monumental (cosí si chiama) s’innalza in un bel parco di un quartiere popolare e abitato da molti immigranti, chiamato “El Cerro”. […] Se legge i nominativi che lì sono ricordati capirà quanto italiano è questo paese.
Abbiamo anche un Museo della Memoria e il 20 Maggio, oramai da ventidue anni, si realizza la manifestazione nazionale chiamata Marcia del silenzio per verità e giustizia.
Anche a San Basile c’è uno spazio in una piazza che è stato denominato Il Largo dei Desaparecidos. È stato dedicato a tre figli di San Basile scomparsi in Argentina. Uno è mio figlio Andrés Humberto e gli altri due sono Hugo Scutari Bellizzi e Francisco Scutari Bellizzi, nati in Argentina. Queste sono iniziative importanti, quasi come un tesoro da custodire per le giovani generazioni. Perché nella memoria collettiva di questo paese vivranno per sempre i nostri figli, i nostri mariti, i nostri cari congiunti.
Caro Presidente fino all’ ultimo respiro della mia vita continuerò a lottare per conoscere la verità e fare giustizia per mio figlio e per tutti i detenuti scomparsi, figli di questa bella nazione. Molti di loro anche figli della nostra cara Italia.
Grazie ancora di essere venuto.
Maria Bellizzi”

Ad onorare questo impegno dei familiari dei desaparecidos e combattere l‘indifferenza, sotto l’impulso di Angel Marasca, italo argentino residente a Roma, e del consigliere capitolino Roberto Allegretti, abbiamo formato il Comitato Cittadino “Roma ricorda i desaparecidos” che il 24 marzo 2021, 45° anniversario del golpe in Argentina, ha ottenuto l’accensione di quel ‘Faro degli Argentini’, che doveva indicare una rotta di fiducia e cooperazione tra i due paesi.
Dal 2021, ogni anno, è diventato un appuntamento importante per non dimenticare e per incontrarci a Roma con eroi e sopravvissuti, dal console Enrico Calamai ai giornalisti Paolo Brogi e  Pino Nazio agli avvocati del Processo Cóndor …

Rosa Maria Grillo

Già docente di Lingua e Letterature ispanoamericane presso l’Università di Salerno, dirige la rivista “Testi e Linguaggi”, la Collana del Dipartimento di Studi Umanistici “Biblioteca di Studi e Testi” e la collana di narrativa “Mirando al Sur”. Autrice di sei monografie: Racconto spagnolo, 1985, Exiliado de sí mismo, José Bergamín en Uruguay, 1999, Emigrante/Inmigrado. Una doble identidad en el espejo de la literatura uruguaya, 2003, Escribir la Historia, 2010, Cinquecento anni di Civiltà e Barbarie, 2021, Vivere per testimoniare, testimoniare per vivere, 2022, e di saggi pubblicati in Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti, Colombia, Argentina, Paraguay, Uruguay

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