Il vino del futuro: viaggio nella Campania delle vigne

Un'indagine per scoprire il passato e il domani di una delle produzioni territoriali più ricche al mondo

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Dall’introduzione al libro Nelle terre di Bacco di Bruno de Conciliis (edizioni dell’Ippogrifo). Il volume si propone di scoprire cosa accadrà al vino campano nei prossimi anni, partendo dal passato e approfondendo il cambio del sistema delle denominazioni. 


Bruno De Conciliis

Non leggete questo libro se cercate una nuova guida dei vini della Campania, un breviario con giudizi, descrittori aromatici, classifiche, anche se per scrivere questo libro ho bevuto tanti vini non voglio annoiare chi li ha prodotti né chi vorrà berli con i miei appunti, valutazioni, impressioni. In trentacinque anni di assidua frequentazione, di degustazioni tecniche a vario livello e titolo, di pantagrueliche bevute di vini da tutto il mondo, nobili e popolani, quasi mosto o quasi centenari, sono sempre riuscito a sottrarmi alla gravità del giudizio. Il libro ha la struttura dell’intervista, sono state poste domande che non ho ritenuto utile trascrivere ma leggerete le risposte e con esse flussi di considerazioni, ricordi, speranze. Questo lavoro nasce con l’intento di capire cosa succederà al vino campano, perché la Campania del vino non si è affermata come merita e, nella percezione del pubblico mondiale, da almeno venti anni è rimasta a metà del guado tra prodotto di largo consumo e grande vino imprescindibile in ogni cantina che si rispetti? Per capire, forse è opportuno sapere cosa è successo nel mondo del vino campano negli ultimi trenta anni. Sicuramente è aumentato il numero dei produttori (sessanta o settanta volte in più), si sono aggiunte nuove interessanti zone vinicole, hanno chiuso molte cantine sociali (ad eccezione di quelle beneventane che hanno saputo reinventarsi e accettare nuove sfide), è stato rivoluzionato il sistema delle denominazioni (ci sono sul mercato almeno quindici varietà di uva che trenta anni fa non erano menzionate e hanno successo).

Alcune delle nuove aziende vinicole sono nate da investimenti di imprenditori o affermati professionisti che nel vino hanno trovato una forma di differenziazione degli investimenti spinti anche dal lustro e dal blasone che l’immagine di cantina evoca, bottiglie da poter sfoggiare nella mondanità o con i clienti. Altra tipologia di nuovi produttori è quella degli ex conferitori di uve alle industrie vinicole o alle cantine sociali. Questi contadini sono stati spinti dalla necessità di tutelare gli investimenti fatti in ettari ed ettari di vigna, investimenti, che alla svolta del millennio hanno notevolmente diminuito la capacità di fare reddito divenendo a volte gravosi nel bilancio aziendale. Il terzo è un nutrito gruppo di giovani e meno giovani che hanno deciso di tornare con entusiasmo alla agricoltura, occupandosi di terreni di famiglia altrimenti destinati all’oblio dopo la morte di coloni e mezzadri evidentemente non più rimpiazzabili o acquistando/affittando aziende in situazioni analoghe.

Quasi sempre si tratta di aziende di dimensioni piccole o medio/piccole che producono molto meno di centomila bottiglie, hanno usufruito di contributi europei per fare vigne e cantine, si avvalgono della collaborazione di enologi e agronomi, il che consente loro di produrre vini spesso dignitosi, a volte anche buoni ma nei quali la mancanza di una profonda conoscenza del mondo del vino si percepisce come un limite. L’approccio al mercato è solo l’ultima ma certamente la più dura delle prove che devono affrontare: senza un progetto forte, senza una vera coscienza, il mercato del vino può diventare inaccessibile e l’inadeguatezza delle strutture consortili o dei servizi regionali che creano ancora più confusione e incertezza si rivelano poco utili.

Nella regione c’è un fiorire di attività

Ampliata l’offerta delle novità biologiche

Le nuove aree vinicole hanno dimostrato grande vivacità e capacità di adeguarsi sfruttando il fatto che i mercati più maturi, saturi delle vecchie denominazioni e varietà, hanno moltiplicato la richiesta di novità. Dal Casertano al Cilento, passando per la Costiera amalfitana, è stato un fiorire di varietà autoctone allevate e vinificate in purezza, di scoperta e di riqualificazione di aree viticole. Spesso a uno o due pionieri che aprivano la strada si sono aggiunte decine di piccole realtà che hanno passo passo consolidato la affermazione di quelle aree. Analogamente ex conferitori delle cantine sociali hanno imparato a diversificare ampliando l’offerta delle varietà o differenziandosi producendo in biologico e in naturale, andando insomma incontro a quanto il mercato oggi predilige e richiede dalle piccole realtà vinicole.

La copertina del libro Nelle terre di Bacco

Il grande patrimonio della viticoltura campana è la ricchezza ampelografica che la rende uno dei luoghi più ricchi al mondo per varietà di uve sopravvissute per la produzione di vino, uno scrigno del tesoro che farebbe gola a tutti i pirati dei Caraibi se questi non trangugiassero solo barili di rum. Un tesoro ricco ma soprattutto vitale, mantenuto in vita da generazioni di contadini e ricercatori che hanno individuato e selezionato, moltiplicando quando possibile il materiale clonale, perché la Campania è terra di poeti visionari anche quando di mestiere fanno il ricercatore o il contadino. Non posso non menzionare il lavoro di Antonella Monaco, ricercatrice presso la facoltà di agraria a Portici, ampelografa di grande talento e passione che ha dedicato molti anni di lavoro alla ricerca e catalogazione di viti campane e che nei terreni della Improsta aveva creato una fantastica collezione con oltre cento varietà. Forse ottantasette o cinquantacinque sono le varietà coltivate dalle quali si ricavano i vini della Campania, (non è questa la sede per stendere un elenco, per questo ci sono molte pubblicazioni e materiali), a volte concentrate in areali assai piccoli, altre diffuse su un territorio molto vasto, a testimoniare l’irresistibile impulso della vite a vagare e il destino del vino ad essere errante.

Protagonisti di questa primavera di vitigni e vini sono stati piccoli produttori spinti anche dall’esempio dei pionieri delle grandi aziende vinicole: la strada delle uve campane è stata indiscutibilmente tracciata da Antonio Mastroberardino e da Mario D’Ambra che nel momento in cui forse da Roma, certamente da Napoli, si spingeva per vitigni ad alta resa individuati come standard italiani (il mefistofelico quartetto trebbiano, malvasia, barbera e sangiovese) con varianti francesi nelle aree a più alta densità del beneventano, hanno puntato i piedi imponendo ai contadini conferitori la coltivazione di Fiano, Biancolella, Greco, Forastera, Aglianico e Piedirosso. Come raccontare cosa è successo, a chi chiedere del passato, del presente e del futuro del vino campano? Forse avrei potuto raccontare il passato, descrivere il presente analizzando e sciorinando numeri e percentuali ma la visione del futuro sarebbe stata limitata dalla mia esperienza e, soprattutto, sarebbe stato meno divertente per me. Naturale rivolgermi a chi sento più vicino alla mia formazione vinicola, a chi produce vini che mi piacciono, a persone che rispetto per ciò che esprimono nel vino e nella vita, ai miei amici nel vino, ai professoroni e ai professorini, ai manager del marketing, esperti a vario titolo e garanzia, mamma mia quanta gente, no, non sarei capace di lavorare così tanto e, soprattutto, chi vorrebbe leggere e perché un manuale universale del vino campano? Ho limitato allora il campo alla categoria che prediligo, quella dei vignaioli, restringendo la selezione a quanti sono membri della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti FIVI e ancora, alle storie che sapevo essere interessanti. Sono stato tra i fondatori della FIVI, tra i venti vignaioli che parteciparono al congresso dei Vignerons Indipendants a Montpellier nel 2006 e furono il nucleo che fondò la FIVI nel 2008, per due mandati membro del Consiglio Direttivo e ancora sento la FIVI come casa mia. I soci FIVI campani sono 50, niente male per una regione che conta in tutto circa 300 produttori, mi riempie di gioia sapere che sono così tanti ma male per il mio progetto. Ne ho scelti diciotto da tutte le province, un paio di loro, carissimi amici, mi han detto o fatto capire che non volevano, con altri non sono riuscito a trovare un momento comune per sederci attorno a un tavolo ad aprir bottiglie e flussi di coscienza così ho capito che forse era meglio limitare il numero e lasciare spazio per un eventuale secondo volume o una nuova edizione allargata.

Dietro al prodotto c’è sempre una persona

con la sua personale grammatica produttiva

Insomma dopo un anno di quasi lavoro, tra mille peripezie personali e professionali ho deciso di fermarmi e di condividere quello che avevo. Che a me pare tanto, non in battute, parole, pagine quanto in contenuti, in spunti di riflessione, in rappresentazione di persone che hanno dedicato la vita al vino, dalla vigna alla bottiglia. Non è mia intenzione offrire un quadro ampio del vino campano e che come al solito sono in fuga dalla rappresentazione del tutto privilegiando l’affondo, quella relazione prolungata con il particolare che consenta di far emergere, a dispetto del tempo, del naturale riserbo, della scontata rappresentazione di sé che tutti più o meno coscientemente offriamo, i tratti distintivi e duraturi delle persone che ho incontrato, i meccanismi di confronto con il mestiere del vignaiolo, i dubbi, le certezze, le paure.

Ho imparato molto, nei giorni e nelle notti trascorse con i vignaioli, dalle loro parole, molto di me come sempre accade, ho imparato ad attendere e a tacere, l’importanza dell’essere neutri, trasparenti, le irresistibili accelerazioni della inerzia, ho visto tante facce di me e le ho ascoltate nelle loro parole. Ho imparato quanto sia vero che dietro al buon vino c’è una bella persona o quantomeno una persona interessante, ho riscritto la mia grammatica del vino in funzione di questo. Ho trovato una chiave di lettura scoprendo che il lavoro del bravo vignaiolo non può prescindere dalla consapevolezza e che solo questa porta a produrre finalmente vini appaganti, ma ho anche capito il contraltare: quando la consapevolezza diventa ossessione ideologica i vini progressivamente avvizziscono, consumati dalla loro stessa superbia divengono caricaturali e grotteschi. Quando iniziai a pensare i miei vini e poi a realizzarli qualcuno – ricordo bene chi – mi disse di non innamorarmi perché avrei perso la capacità di leggere quello che stavo facendo: quello che fa danni, anche nel vino, è l’ossessione, la incapacità di vedere l’altro, la presunzione di essere depositari della Verità, la mancanza di confronto e di fiducia, tutto questo non ha nessuna relazione con l’amore. E neanche con il vino.

Tanti contributi sui vini naturali, le problematiche del movimento, il senso della vinificazione naturale ed i suoi confini così frastagliati, hanno fatto emergere un atteggiamento sempre comprensivo e affatto propenso alla radicalizzazione dei concetti, a demonizzare chi la pensa diversamente, anzi spesso il concetto di differenza ha assunto valenza positiva e l’attenzione all’altro è certamente un valore condiviso dai vignaioli campani.

Anche a proposito delle certificazione molto tempo e molte parole. Il quadro generale è quello di una totale insoddisfazione per il sistema della certificazione biologica in Italia, questa non è una novità ma la frustrazione di tanti vignaioli emerge con forza e quanta energia positiva è andata sprecata in questa ennesima promessa mancata! Sembra una iattura, tutti i regolamenti messi in atto dalla pubblica amministrazione diventano una infinita mortificazione della onestà e della intelligenza di chi deve rispettarli. Il vignaiolo che per sua scelta decide di lavorare in biologico – e per questo più duramente di chi lavora con la chimica – sopportando costi di produzione più alti e rischi maggiori, scopre che l’ente che dovrebbe certificare questo suo impegno si limita al controllo delle fatture e di un fasullo riassunto cartaceo chiamato quaderno di campagna certificando in tal modo solo il suo essere un burocrate diligente.

Quando questo accade molti rinunciano alla certificazione ufficiale, alla fogliolina verde in etichetta, alcuni decidono addirittura di abbandonare il sistema di coltivazione biologico, altri si limitano a continuare proponendo se stessi, la propria storia e stile di vita come testimoni di onestà, altri ancora aderiscono ad una delle tante associazioni in modo che questa testimonianza di onestà sia collettiva invece che individuale. Tutto questo è inutilmente frustrante ma soprattutto punitivo nei confronti di chi, avendo rinunciato alla certificazione, veda anche una sola volta sottovalutata la sua osservanza di un codice di produzione etico rispetto a produttori che pur ostentando la fogliolina verde hanno un approccio volto al solo profitto. Se l’obiettivo del legislatore fosse quello di garantire veramente il consumatore e non l’abusiva speculazione dell’agroindustria sarebbe ora di riscrivere la legge sulla certificazione biologica.

Ognuno dovrebbe mantenere il proprio ruolo: le grandi aziende del vino hanno la missione di produrre vini di buona qualità, conformati al gusto corrente e che soddisfino le esigenze di un grande platea di consumatori ad un costo proporzionato alla qualità offerta. Nei confronti del territorio da cui l’uva proviene, le grandi aziende sono volano di comunicazione e promozione favorendo la nascita di imprese contadine e se i vini prodotti sono onesti, queste imprese rurali sono abbastanza redditizie da consentire la conservazione dell’ambiente e della cultura contadina: se la modernizzazione agricola avviasse un ciclo produttivo anche poco invasivo e inquinante l’agroindustria avrebbe perfino un volto umano ed eticamente accettabile.

I vignaioli sono legati da un vincolo

di necessità, passione e cultura

I vignaioli hanno il ruolo di pionieri, tengono duro in ogni avversità perché legati alla terra da un vincolo di necessità: ricercano vitigni e nuove terre votate alla viticoltura testandone i limiti (economico, orografico, termico) che sperimentano in cantina, producendo vini espressivi, riconoscibili nello stile, unici. Il vignaiolo cerca il genius loci proprio e della sua terra per trasferirlo nel vino, da ciò la necessità di instaurare un rapporto continuo con i suoi consumatori affinché la percezione di questo unico diventi coscienza. Se il consumatore ideale della industria del vino è quello influenzabile dalle guide e dagli officianti piccoli e grandi della religione del vino, quello del vignaiolo deve assurgere ad un grado superiore di coscienza prima ancora che di conoscenza, deve avere consapevolezza di sé, di quello che vuole e di quello che è giusto consumare. La consapevolezza è l’obiettivo finale: scienza e conoscenza sono strumenti per raggiungere lo scopo, strumenti utili ma non sufficienti, ciò che resta indispensabile al vignaiolo è la passione per il proprio lavoro. Passione con tutte le sue implicazioni, da forte sentimento animato dal desiderio, a patimento che a volte bisogna pagare per godere di questo trasporto amoroso. Questa passione accende i vini dei vignaioli di colori e sfumature, li anima di tensioni rendendoli vivi, dinamici, espressivi.

La Campania del vino è un giardino rigoglioso di profumi, di equilibri cromatici delicati e contrasti stridenti, nell’insieme e nel particolare ogni cosa trova miracolosamente il suo posto. I luoghi del vino sono sempre accoglienti e meritano il viaggio. Un assaggio, solo un assaggio di questa bellezza, spero di averla espressa nelle pagine di questo libro.

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