“Il problema non è l’Intelligenza Artificiale. È che stiamo diventando artificialmente stupidi”, sembra una di quelle massime incise nel travertino da qualche guru della Pedagogia o della Sociologia mondiale, e invece è il risultato di un interrogativo posto all’A.I.
Forse siamo andati troppo oltre…
Ma è in atto una strisciante controrivoluzione cominciata quando da qualche parte del globo, ci si è fermati a chiedersi: “…ma non è che abbiamo esagerato?”. Ecco, oggi siamo proprio lì. E finalmente si ricomincia a parlare di penne alle Elementari e di filosofi nelle aziende AI e digitali.
Prendiamo il caso che oggi tutti citano nei convegni come fosse la nuova Bibbia pedagogica: la Finlandia. Dopo anni di entusiasmo ideologico per la scuola digitalizzata, stanno succedendo cose singolari. In città come Riihimäki – importante nodo ferroviario del Nord Europa – le scuole hanno ridotto di brutto tablet e laptop, tornando a libri cartacei e quaderni. E non è sola. Anche la Svezia ha rallentato sull’uso massiccio del digitale, reinvestendo milioni nei libri di testo stampati. Nel frattempo, altri Paesi nordici stanno introducendo limiti più severi agli smartphone in classe. Non perché siano diventati nostalgici. Ma perché insegnanti e ricercatori dopo 25 anni e più di digitale a manetta, rilevano effetti preoccupanti: scarsa attenzione, difficoltà nella comprensione e nel riassumere testi, peggioramento delle competenze di base, memoria labile. Insomma: quelli che correvano davanti stanno frenando.
E quando Paesi così attenti al welfare lo fanno, è il caso di chiedersi il perché:
E noi?
L’Italia ha preceduto tutti, per sbaglio
Noi italiani, che sul digitale a scuola siamo arrivati con la calma di chi deve prima finire il caffè e la brioche, oggi possiamo persino permetterci un mezzo sorriso. Non troppo largo, che poi sembra competenza vera. Per anni ci hanno spiegato che eravamo indietro, analogici, fuori tempo massimo. Poi guardi al nord Europa e scopri che proprio loro stanno rimettendo penne e quaderni sui banchi. E ti viene il sospetto che il nostro ritardo non fosse un difetto, ma l’unico caso in cui abbiamo azzeccato qualcosa per sbaglio, che – conoscendoci – forse resta il nostro principale metodo decisionale.
Il capolavoro, però, è un altro. Mentre qui abbiamo trattato le lauree umanistiche come un passatempo per anime sensibili destinate al precariato, altrove ora iniziano a cercare proprio quelle competenze. Filosofi, storici, letterati: non per fare salotti, ma per evitare che le macchine intelligenti facciano danni stupidi su scala industriale. E così succede la magia: formiamo umanisti con cura, li educhiamo a sentirsi inutili, e poi li vediamo partire per lavorare proprio dove quelle competenze diventano strategiche. Efficienza tutta italiana: esportiamo cervelli formati e importiamo software che poi ci devono spiegare come usare.
Questa è l’outsourcing della nostra intelligenza, altro che fuga dei cervelli!
L’illusione del progresso automatico
Per anni ci hanno raccontato la storia che più tecnologia fosse uguale a più progresso. Più schermi, più velocità, più connessione. Il futuro è digitale. Verissimo… ma poi è successo qualcosa di fastidiosamente reale; abbiamo iniziato a vedere gli esiti: bambini che scrollano prima di saper leggere, studenti velocissimi a digitare ma in difficoltà a scrivere tre righe corrette e adulti capaci di aprire cinque finestre su Google ma incapaci di finire un pensiero. Una società rapidissima e superficiale. E allora, piano piano, quasi con imbarazzo, è iniziato il ripensamento. Nelle scuole si riscopre la scrittura a mano. Nel grande Nord i quaderni tornano sui banchi come se fossero un’innovazione, conti e tabelline riemergono come esercizi rivoluzionari. Studiosi di scrittura cosciente affermano che leggere e scrivere su carta aiuta a formare meglio la comprensione: è nostalgia? NO… è che le neuroscienze hanno scoperto una cosa rivoluzionaria: il cervello umano non è un’App. e non si aggiorna in background. Funziona bene quando costruisce connessioni lente, profonde e faticose: perché solo la fatica crea correlazioni e ammaestra i neuroni.
La svolta comica…
Per anni abbiamo scambiato la velocità per efficienza. Confuso l’accesso all’informazione con la cultura. Creduto che digitare equivaleva a pensare. Abbiamo delegato tutto: prima alla calcolatrice, poi a Google, ora all’AI. Comodissimo: è come avere qualcuno che ti prepara il caffè, ti stira camicie e mutande, e già che c’è, pensa al posto tuo e decide anche.
Il problema è che, se deleghi sempre, ti dimentichi come si fa. Poi arriva l’AI. E fa una cosa semplice e brutale: inizia a fare quelle stesse attività più in fretta. Tu ti affidi e diventi superfluo. Competenze che sembravano solidissime iniziano a sciogliersi come neve al sole. Se la macchina scrive, analizza, traduce, riassume… cosa resta? Resta il pensiero, la riflessione, la connessione tra argomenti.
E la risposta arriva dalla Silicon Valley: cominciano ad assumere dalle facoltà umanistiche. Filosofia, Storia, Lettere. Quelle competenze generaliste che per anni sono state trattate come hobby per gente che tanto un lavoro lo trova comunque.
Non perché ci si sia innamorati di Aristotele, Canfora o Manzoni, ma perché serve gente che abbia fatto funzionare i neuroni in più direzioni connettendoli tra loro, e che -quindi- sappiano fare cose che le macchine fanno male: interpretare, contestualizzare, capire le conseguenze, leggere tra le righe, gestire l’ambiguità. Insomma: pensare e ragionare speculando. È una svolta comica, o no?
Il Filosofo, lo Storico, il Letterato oggi, sono un sistema di sicurezza con la laurea. Non possiamo tornare indietro, è chiaro. Il digitale e l’AI non sono errori da cancellare, è una trasformazione culturale. Ma dobbiamo smettere di trattarlo come una religione. Perché è questo che è successo finora.
Resistere, resistere, resistere: Neoumanesimo
Abbiamo creduto alla tecnologia come a una soluzione universale. Ogni problema aveva una risposta digitale. Ogni lentezza era un difetto da eliminare… Ora scopriamo che le lentezze sono fondamentali nell’apprendimento: leggere è lento. Scrivere a mano, è lento. Pensare è lento. Prima di abbozzare un concetto, sei costretto a stare dentro il processo. Poi se l’output del tuo pensiero lo vuoi rendere pubblico -pensa un po’- lo devi fare lentamente con dei segni inventati più di 5 mila anni fa. Sembra una banalità, ma solo così il cervello fa connessioni, contestualizza e funziona meglio. La memoria poi, quella cosa superflua nell’era di “ci pensa Google” a cosa serviva? E no! Senza memoria non c’è pensiero, non c’è interpolazione concettuale, non ci sono dati complessi nel cervello. Cosa ne fai di tutte le informazioni del mondo, se non hai una struttura mentale per organizzarle? Non è un ritorno al passato. È una presa di coscienza concreta. Ma il rischio, adesso, è raccontarsi una storia rassicurante, tipo “Ok, abbiamo capito dove abbiamo sbagliato, il digitale è bello ma ora rimettiamo tutto a posto”. Purtroppo non funziona così.
Siamo in piena transizione culturale, le transizioni sono sempre disordinate e non si sa dove si va a finire; ma la vera domanda che dovremmo farci è questa: vogliamo davvero una sorta di equilibrio tra servizi digitali e pensiero analogico? È una scelta sociologica, di sistema… anzi politica.
Un essere umano concentrato, critico, capace di pensare in profondità è una risorsa preziosa… ma è anche meno prevedibile, meno manipolabile, meno gestibile. Un cittadino che ragiona, arguisce, riflette è più scomodo di un utente che scrolla. E qui la questione smette di essere solo educativa o tecnologica. Diventa politica, culturale, perfino esistenziale.
Che tipo di esseri umani vogliamo diventare in un mondo pieno di macchine intelligenti? Se la risposta è “più veloci”, siamo già sulla strada giusta. Le macchine ci batteranno comunque, ma almeno perderemo con efficienza. Se la risposta è “più consapevoli”, allora penna e quaderno diventano oggi strumenti di resistenza culturale. Sterzare verso i binari del Neoumanesimo è “pericoloso”, in quanto significa fare spazio ad antropocentrismo, etica e socialità, riscoperta dei valori umanistici … e questo per la politica di oggi -che fonda strategie e comunicazione su social, digitale ed AI- non è proprio una buona notizia.

