Mostri in prima pagina, mai più un caso Schillaci

La incredibile odissea di un giovane docente accusato di aver violentato la figlioletta: le lesioni erano l'esito di un tumore

Tempo di lettura 5 minuti
La famiglia Schillaci ospite a Linea Diretta di Enzo Biagi

Inauguriamo uno spazio per riflettere sugli errori del mondo dell’informazione in modo da evitarne altri in futuro. Alcuni sono casi-scuola per chi di mestiere si occupa di giornalismo; altri sono incidenti di percorso che, troppo spesso – complici i ritmi frenetici, la spettacolarizzazione e i processi mediatici a cui siamo tristemente abituati – finiscono nel dimenticatoio. Virus News sarà una finestra/osservatorio sul mondo dell’informazione: le insidie non sono poche e, come vedremo, spesso le regole, anche nel mondo delle notizie, sono diverse dalle prassi.

 


«Vi chiedo perdono per le ingiuste sofferenze che la terrena limitatezza dell’attività dello Stato vi ha così crudelmente inferto e per i peccati di indifferenza e leggerezza di cui una intera società si è resa colpevole verso di voi». Sono le parole che Francesco Cossiga, presidente della Repubblica, utilizza per inviare un telegramma di condoglianze alla famiglia Schillaci. È il 5 giugno 1990, in Sicilia, a Piazza Armerina, sono in programma le esequie della piccola Miriam, una bambina di poco più di tre anni. La morte a tre anni è inconcepibile, tanto più se arriva al termine di un calvario medico, mediatico e giudiziario, condito di leggerezze, approssimazione, caccia allo scoop e scarso rispetto dei diritti della persona. Miriam e il suo papà, Lanfranco, uno stimato docente siciliano ambientatosi con la sua famiglia a Limbiate, nel Milanese, diventano nel 1989, loro malgrado, i protagonisti di un caso-scuola per i giornalisti.

Se la “persecuzione” travolge affetti e colpisce

al cuore la verità e il decoro dell’informazione

La storia inizia domenica 9 aprile 1989: è festa in casa Schillaci. Papà Lanfranco, siciliano, docente di matematica in un istituto di Garbagnate, festeggia il suo 34esimo compleanno assieme alla moglie, Maria Capo, anch’ella insegnante, originaria del Salernitano, e alla piccola Miriam. È proprio Miriam a destare qualche preoccupazione: ha la febbre alta e, come tutti i bambini, piange e si dispera. Il pediatra le prescrive supposte di Tachipirina, ma quel pianto disperato di Miriam evidentemente non fa dormire sonni tranquilli ai genitori che decidono di rivolgersi al pronto soccorso dell’ospedale di Garbagnate che conferma la diagnosi: è influenza. Di ritorno a casa, la mamma si accorge di macchie di sangue sul pannolino e di un livido sul corpo della piccola Miriam: di qui la nuova corsa in ospedale e il ricovero. È la prima notte in ambasce all’ospedale di Garbagnate; poi i medici decidono il trasferimento al Niguarda di Milano. Intanto, il referto di una ispezione rettale viene inviato all’autorità giudiziaria: si tratta di un ematoma in zona sacrale.

L’apertura de “La Notte” del 22 aprile 1989

È qui che inizia l’incubo. Dopo una decina di giorni il primario dell’ospedale Milanese, Luigi Contorni, telefona al dottore Ingrascì del Tribunale dei minori e formalizza una precisa accusa: la bambina ha subito violenza e il responsabile degli abusi è il padre. Il Tribunale il 21 aprile decide l’allontanamento immediato della bambina dai genitori e qualcuno passa la notizia ai giornali che, entusiasti di avere un mostro da sbattere in prima pagina, rincorrono la notizia, scavando in particolari spesso inventati di sana pianta, con una cronaca che diventa sempre più fiction.

Se la macchina del fango manda in frantumi

sia la scienza che la logica più elementare

Gli organi di informazione incappano in un clamoroso errore, pur facendo apparentemente un uso corretto delle fonti (medici e magistrati, nda). Non ci sono dubbi: è stato il padre ad abusare della bambina.

Il titolo di una pagina interna de “L’Unità” del 23 aprile 1989

Si mette in moto la macchina del fango e cresce il processo mediatico dalle colonne dei giornali. I medici si mostrano più che certi della loro verità e la stampa li insegue, mettendo in evidenza l’identità dei protagonisti. Il professore Schillaci tenta una strenua difesa dalle colonne del Corriere della Sera: «Non ho violentato mia figlia, scrivetelo a chiare lettere». Ma la macchina del fango è in moto e nessuno (o quasi) gli crede.

Una pagina nera per il diritto di cronaca

vanificato da faciloneria e impreparazione

«Mi sono trovato davanti a uno spettacolo disgustoso» – dichiara il professore Contorni del Niguarda. Ingrascì incalza, sempre dalle colonne dei giornali e parla di «sevizie bestiali cui la bimba è stata sottoposta».

Il Giornale del 23 aprile 1989

Sono pochi a non rivelare l’identità delle persone coinvolte nel fatto: lo fa il Corriere della Sera, chiamando Sabrina la piccola Miriam ed Enzo Biagi a “Linea diretta”; ma il guaio è fatto: i nomi sono già su tutti i giornali. Il rispetto della privacy delle persone coinvolte nel fatto di cronaca è già andato a a farsi benedire assieme alla presunzione di innocenza.

In quei giorni comincia anche la caccia ai vicini della famiglia Schillaci: i giornalisti – che nei giorni precedenti avevano comunicato finanche l’indirizzo di casa – appostano i vicini per capire particolari sulla loro vita privata e per arricchire il quadro del mostro. A casa Schillaci il telefono è bollente e papà Lanfranco riceve anche diverse minacce di morte.

I primi dubbi sul Corriere della sera del 27 aprile 1989

La procura di Milano, intanto, ordina una perizia: qualcuno avanza il dubbio che l’ematoma possa essere stato causato dalle supposte di Tachipirina. È così che la pm Daniela Borgonovo predispone la perizia, il cui esito arriva il 5 maggio. È passato quasi un mese dall’inizio della vicenda e l’esito è chiaro: sulla piccola Miriam non c’è stato alcun abuso; il trauma potrebbe aver avuto origine anche da manovre ispettive che, assieme alla Tachipirina, potrebbero aver causato il danno. Miriam può tornare con i genitori.

Come se non fosse successo niente, Saverio Borrelli, capo della procura di Milano, spiega che la Procura ha avuto un atteggiamento «di estrema prudenza. I genitori della piccola non sono stati indiziati di alcun reato. Adesso, alla luce della perizia medico legale, possiamo dire che questo atteggiamento di prudenza si è rivelato più che giustificato».

Il Giornale del 5 maggio 1989

Il 6 maggio il professore Schillaci e la piccola Miriam sono ospiti di “Linea diretta” di Enzo Biagi: Lanfranco non è un mostro. E anche i giornali tentano di salvare il salvabile. Ma il danno è fatto.

La famiglia Schillaci si trasferisce in Sicilia, terra di origine di papà Lanfranco. La salute di Miriam non migliora: la piccola è ricoverata all’ospedale di Catania e la tac rivela che Miriam ha un tumore maligno dalla nascita e deve essere operata d’urgenza. L’intervento riesce, ma a distanza di un anno la salute di Miriam peggiora fino alla morte, giunta nei primi giorni di giugno 1990, dopo un lungo calvario. Francesco Cossiga, in qualità di capo dello Stato, chiede scusa alla famiglia Schillaci per tutto quanto accaduto.

Il Corriere della Sera del giorno dei funerali di Miriam (5 giugno 1990)

La triste storia di Miriam risale a prima dell’entrata in vigore della normativa sulla privacy e prima ancora di qualsiasi codice deontologico per i giornalisti: la Carta di Treviso, ora confluita nel Testo Unico, sarà approvata solo nel 1990. E la storia della bambina è proprio uno dei fatti – assieme al caso Serena Cruz – che daranno un impulso alla creazione di un documento per la tutela dei minori coinvolti in fatti di cronaca.

 

Barbara Ruggiero

Coordinatore del magazine, giornalista professionista, è laureata in Comunicazione. È stata redattrice del Quotidiano del Sud di Salerno e, tra le altre esperienze, ha operato nell’ufficio comunicazione e rapporti con l’informazione dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni). Già docente di progetti mirati a portare il giornalismo nelle scuole, è stata anche componente e segretaria del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Campania.

Next Story

Testimoniare, così la cronaca diventa storia