L’arte come l’acqua “scava” per costruire

È un archetipo, un'impellente necessità del pianeta: l'acqua è campo di scontro o di incontro nella nostra immaginazione ed è stata ed è al centro dell’attenzione di molti artisti. Un tema che, tra l'altro, nel 2021, ha fatto da legante tra le varie esperienze creative proposte dalla Biennale di Alatri

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“L’acqua in polvere. Aggiungere acqua per ottenere acqua” è una frase ben nota che Jean Baudrillard ha scritto poco tempo prima che le forze occidentali dessero vita alla prima guerra del Golfo. Cosa sintetizza? È un paradosso che ci lascia liberi di spingere la nostra fantasia, proprio come ci offre l’arte di andare al di là di ogni realtà tangibile, inimmaginabile, inesprimibile, appunto com’è una guerra.

Oggi che la guerra si combatte nel perimetro del vecchio continente, quella frase risuona come un monito, segna un limite di ogni fantasia e, soprattutto, di quelli che negano l’evidenza, ossia la perdita di questo bene essenziale, primario: l’acqua, origine della vita, essenza vitale del pianeta e dei suoi abitanti, che non è solo l’essere umano. Oggi più che mai è il punto focale di una crisi acuta dai risvolti terrificanti.

Quando penso all’acqua, alla sua immagine di ‘corpo’ trasparente e, contestualmente, alla sua forza di natura primigenia, alla sua costante azione rigeneratrice ma anche distruttiva, mi torna alla mente la frase di Lucrezio che, sul finire degli anni quaranta, mio padre e mio zio scelsero come motto per la loro azienda. La frase recita: “Cadendo, la goccia scava la pietra, non per la sua forza, ma per la sua costanza”. Essa specchiava sia la continuità della tradizione familiare, fondata sulla tenacia e la costanza, sia il desiderio di partecipare a quello scavo – nell’accezione di costruire le fondamenta – che l’Italia dell’immediato secondo dopoguerra dimostrava al mondo. La metafora della goccia d’acqua che cade e scava, riassumeva, dunque, più aspetti: principalmente quello artistico, direi di gusto artistico, che si respirava nella vecchia modisteria, sartoria e pellicceria che, nei primi anni del Novecento, con i miei nonni, aveva aperto i battenti nella principale via commerciale di Salerno. Un’arte, perché la moda si iscrive a pieno titolo nell’esercizio del pensiero umanistico, fondata sulla capacità creativa, posta tra i flussi vivi della tradizione e il desiderio di interpretare la necessità del continuo rinnovarsi, cioè di farsi partecipe dei cambiamenti sociali e, quindi, della necessità di allungare il proprio sguardo sul futuro. L’artiere come l’artista, avrebbe detto Rimbaud, si fa voyant, veggente, ossia interprete della modernità; in fondo, il “faut être absolument moderne”, affermava il poeta francese ai suoi contemporanei.

C’è un chiaro carattere di veggenza

in ogni percorso artistico

L’arte ha la stessa forza, l’identica costanza, che si traduce, da millenni, nella capacità di farsi interprete, direi assoluto, del tempo dell’umanità e, contestualmente, per il suo carattere di veggenza, di “continuare – affermava Bauman – il lungo viaggio verso l’idea di dignità umana”, oramai paradigma nel mio impegno di storico e critico d’arte. Voglio dire che, come l’acqua, goccia dopo goccia, scava la pietra, filtra nella roccia e, pian piano, nel buio millenario della terra, ha costruito e costruisce le volte di grotte carsiche, come cattedrali gotiche naturali, adornandole di stalattiti e  stalagmiti, anche l’arte scava per costruire. Scava nella nostra coscienza, per alimentare e arricchire l’immaginario e far sì che ciascuno possa non attendere il tempo, bensì esser partecipe della sua costruzione. L’arte non testimonia, non documenta: l’arte è il presente, visto con gli occhi del futuro. Ne era pienamente convinto l’anonimo preistorico pittore di Altamira; il suo ‘post’ rinasce ogni qualvolta i nostri occhi ammirano le forme del suo toro.

Mostre e rassegne di alcuni anni fa

hanno indagato il nesso acqua-arte

L’acqua come soggetto, come archetipo, come impellente necessità del pianeta, come campo di scontro o di incontro nella nostra immaginazione, non la sua rappresentazione, è stata ed è al centro dell’attenzione di molti artisti; una tema che, nel 2021, ha fatto da legante tra le varie esperienze creative proposte dalla Biennale di Alatri. Non si tratta, ne sono certo, di un tema nuovo e tantomeno circoscritto nel quadro delle battaglie ambientali e sociali; sappiamo che il termine specchia un’ampia problematica, con una molteplicità, quasi infinita, di interpretazioni, di approcci creativi ai quali, però, qualsiasi attività espositiva non poteva e non può dare una completa riflessione. La mostra di Alatri si poneva, esemplificando le traiettorie dei linguaggi, nella direzione segnata da eventi, esposizioni e manifestazioni che, a partire dal 1992, quando l’Assemblea Generale dell’ONU ha promosso la giornata mondiale dedicata al tema dell’acqua, hanno scandito, annualmente, un calendario fitto di appuntamenti, nei quali il legame “acqua-arte” è stato assunto quale binomio inscindibile. Gli esempi sono tanti e mi limito qui a citarne solo alcuni, a mio avviso, significativi: dalla rassegna di videoarte, organizzata dal Louisiana Museum di Copenhagen, che ha registrato, tra gli altri, la presenza di lavori di Bill Viola, di Marina Abramović, di Olafur Eliasson, al “Water Project”, messo su dalla TRIVU.ORG, un’associazione culturale ferrarese, nel marzo del 2018. Quest’ultimo progetto, dal titolo  Natura per l’acqua – esplorare le soluzioni basate sulla natura per le sfide idriche che affrontiamo nel XXI secolo, ha visto la proiezione, in simultanea, di video realizzati da tredici artisti internazionali, tra questi diversi italiani, in numerose città; dall’Italia agli USA, alla Germania, al Messico, alla Tailandia.

La  metafora di Plessi

l’onda che si avvolge

Accanto a tali eventi espositivi, si affiancano gli interventi di operatività ambientale, che hanno ampliato l’orizzonte problematico, ponendo l’acqua come materia effettiva del connubio con l’arte. È un elenco che annovera tantissimi esempi, tra questi possiamo citare la cinetica Torre acuática che, nel 1968, Alejandro Otero realizzò per l’Istituto Nacional de Obras Sanitarias, a Caracas; il gruppo di sculture in corten, che Eduardo Chillida collocò nel 1990 sulla scogliera di San Sebastián, oppure La stanza del mare negato, che Fabrizio Plessi ha realizzato, nel 1992, per una delle camere del Museo-albergo Atelier sul Mare, ideato a Castel di Tusa da Antonio Presti. Questi ultimi ci spingono a riflettere sul destino del mare, sul suo valore di patrimonio dell’intera umanità: la metafora alla quale ricorre Plessi, che colloca nella parte alta di una parete cieca – la camera è completamente tappezzata di vecchie porte sbarrate – una serie di monitor che trasmettono l’immagine reiterata di un’onda che si avvolge, palesa una dura critica contro ogni privatizzazione del mare. Su una visione che tocca le intime profondità dello spirito, hanno operato, in una scala che dalla dimensione architettonica va al microspazio di una ciotola di ceramica, Louise Bourgeois e Ugo Marano. Per il primo, penso al Crouching Spider 6695, una scultura che s’inscrive nel celebre ciclo “Spider”, realizzata, nel 2003, dalla Bourgeois per il grande specchio d’acqua che incornicia le architetture del Centre d’Art, progettato, nel 2011, da Tadao Ando, per il Château La Coste en Provence, lo stesso specchio d’acqua che accoglie, sul lato opposto, lo Small Crinkly, un colorato stabile di Alexander Calder, del 1976.

La intuizione di Marano

con la metamorfosi del ferro

Al vertice opposto della scala, porrei la serie di sculture Arruginibili, realizzate da Ugo Marano, a metà degli anni settanta. Nella ciotola di ceramica maiolicata colma d’acqua, l’artista poneva dei ferri, essenzialmente oggetti da lavoro, per lo più forbici o cesoie saldate a tubolari. Per anni, ha ricolmato il livello dell’acqua, fotografando la metamorfosi del ferro, della materia e della forma, il depositarsi della ruggine sul fondo e sui bordi della ciotola: una lenta trasformazione fino alla scomparsa della forma e l’annullarsi della materia.

Dalla Biennale di Alatri l’occasione

per riflettere su più “esperienze”

Operare un taglio o, meglio ancora, definire la traccia di un percorso che, nel caso della citata Biennale di Alatri, ha offerto più indirizzi di lettura e di interpretazione, non è cosa semplice, alla luce di tali precedenti. Ci siamo imposti di superare l’oramai abusata prassi, ossia di lasciare alla video arte l’intera scena, accogliendo, dicevo innanzi, nuovi linguaggi, nuove pratiche creative. Ne risulta un percorso espositivo che non fa leva solo sull’immagine video, o sulla bidimensionalità della tela, oppure sul corpo plastico, sull’artificio che architetta un’installazione, quanto sulla possibilità di riflettere su più materie e su diversi processi esperenziali che nutrono l’immaginario: dalla pittura alla scultura, all’installazione multimediale, alla fotografia. Realtà creative, il cui focus si concentra sui processi che minano le attese e le prospettive sociali, ma anche sulla capacità che la nostra mente ha di agire – che non è solo in senso positivo – sul loro destino.

Osservare, leggere, comprendere le forme dell’arte significa, innanzitutto, considerare i suoi processi, quali espressioni di un moto perpetuo, che guarda alla dignità dell’uomo. L’arte, come l’acqua, è elemento di rigenerazione, di vita che si fa materia, dell’inesprimibile dialogo che esse tessono con la vita del nostro pianeta.

Yourcenar: bevendo entra in noi

il sale più segreto della terra

In un passo del suo Memorie di Adriano, Marguerite Yourcenar, nelle pagine iniziali della lunga lettera che fa scrivere all’imperatore e diretta al ‘Mio caro Marco’, afferma: “Così, con un gesto ancor più devoto, bere l’acqua nel cavo delle mani o direttamente alla sorgente, fa sì che penetri in noi il sale più segreto della terra, e la pioggia del cielo.” Aggiungendo: “Ma, oggi, anche l’acqua è una voluttà che un malato come me deve concedersi con misura.” Il brano sintetizza la nostra origine, figli della terra e del cielo, della vita tra le ‘cose’ del mondo e quella del pensiero, nonché il presagio di una condizione che, giorno dopo giorno, allarma l’intera umanità. Si offre, cioè, come metafora di una realtà: il “malato come me”, che deve misurare le sue risorse, è il nostro pianeta, che ha subito le conseguenze di scelte politiche, all’insegna del profitto e del potere economico, e che, tardivamente, viene affidato alle cure della scienza per rimediare, se possibile, ai danni.

La metafora rilancia la prospettiva e, al contempo, chiarisce la scelta degli artisti e delle rispettive opere. Oggi, “anche l’acqua è una voluttà”, scriveva la Yourcenar, consapevole del drammatico destino che, l’uomo uscito dalla guerra atomica, consegnava alle future generazioni.

 

 

 

Massimo Bignardi

Classe 1953, ha studiato, con Enrico Crispolti, Storia dell’arte contemporanea. Già professore di ‘Storia dell’Arte contemporanea’, presso Università di Siena ove, dal 2008 al 2016, ha diretto la Scuola di Specializzazione in Beni storico artistici. È stato commissario della XI e XIV ) Quadriennale d’Arte Nazionale. È, dal 2002, direttore del Museo-FRaC Baronissi. Di recente è stato nominato, per il trimestre 2023-2025, curatore del Premio Internazionale Bugatti-Segantini.

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