La Guerra di Céline, delirio di un romanziere senza freni

Racconto a presa diretta dalle retrovie dello scontro franco-tedesco (prima guerra mondiale). L'opera, recuperata e proposta da Gallimard, presto in Italia per Adelphi

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Straordinario romanzo-testimonianza del grande scrittore recuperato da Gallimard e riproposto in Italia da Adelphi

Passati tanti anni è una faticaccia ricordarsi le cose precise come stavano. Quello che la gente ha detto scopri che non era vero niente. Bisogna stare attenti. È fetente il passato, si scioglie nella fantasticheria. Strada facendo intona certe ariette che nessuno glielo ha chiesto. Se ne torna bighellonando tutto imbellettato di pianti e pentimenti. Siamo seri. Allora tocca chiedere prontamente aiuto al cazzo, per perdere la bussola. È l’unico mezzo, mezzo da uomini. Farselo rizzare di brutto ma non cedere al raspone. No. Tutta la forza risale al cervello, come dicono. Una botta da puritani, ma alla svelta. È fottuto il passato, si arrende, è un attimo, con tutti i suoi colori, i suoi neri, i suoi chiari, i gesti precisi della gente, ricordi còlti di sorpresa. È una carogna il passato, sempre ubriaco di smemoratezza, un vero marpione che ha sputato su tutte le tue vecchie storie, già sistemate, cioè accatastate, schifose, al rantolante termine dei giorni, nella bara tutta tua, morto ipocrita.

Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi, Pagg. 156. Il testo di Guerre è contenuto in duecentocinquanta fogli manoscritti di recente riaffiorati insieme ad altri inediti di straordinario rilievo (il romanzo Londres, il racconto lungo La Volonté du Roi Krogold e una differente e più ampia versione di Casse-pipe). Abbandonati da Céline al momento della Liberazione nel suo appartamento di rue Girardon a Montmatre e avventurosamente recuperati, questi scritti sono ora in corso di pubblicazione presso Adelphi, sulla base dell’edizione apparsa in Francia da Gallimard. Ovviamente è notevole l’interesse suscitato da questi manoscritti. In Francia pare si siano venduti più di centomila copie di Guerre. Nessuna meraviglia, Céline è uno dei grandissimi scrittori del Novecento. “Guerra” è senza dubbio uno scritto meritevole di attenzione e, come tutti i testi di Céline, lascia una sensazione d’imbarazzo, di perplessità, di sconforto.

La sua è una scrittura ipnotica e deviante, al freno del sopportabile, – qui forse il lettore francese può apprezzarne meglio le disarticolazioni, i neologismi, le forzature grammaticali, il gergo di Céline, e ciò senza nulla togliere al traduttore italiano Ottavio Fatica che avrà dovuto sforzarsi non poco per rendere convincente una trasposizione impervia e piena d’insidie – una scrittura da maestro musicale, interiore e implicante come un lungo respiro prima di un’apnea, una scrittura quella di Céline che andrebbe ascoltata con gli occhi chiusi per poterne sentire gli echi di una profondità aberrante quanto abissale.

Figurerebbe come pura pornografia se non fosse per quel senso lucido e spietato che egli ha di guardare in faccia la realtà. Di sputartela addosso. Di sicuro lo scrittore francese, com’era suo solito, avrebbe ulteriormente cesellato il testo (ciò che leggiamo è soltanto una prima stesura) prima di darlo alle stampe, ma che qui si lascino intravedere le sue migliori folgorazioni e invettive, in linea con i suoi maggiori capolavori, “Viaggio al termine della notte” e “Morte a credito”, è senz’altro fuori discussione. A discapito si potrebbe dire che il testo è piuttosto breve, magari si sarebbe potuto aggiungere Londres, che pare sia la prosecuzione di Guerre, e farne un unico volume. A giovarne, di sicuro, sarebbero stati i lettori, che adesso non possono fare altro che aspettare. Sì, perché alla fine, si resta delusi sebbene nelle ultime righe si condensi un equilibrio con una pietà inaudita.

La storia è questa: una degenza prolungata in un ospedale da campo nelle retrovie a pochi chilometri dal fronte. Prima guerra mondiale. Sono contrapposti gli eserciti francesi e tedeschi. Ferdinand (Céline) – tutti i romanzi di Louis Ferdinand Auguste Destouches sono in un certo qual modo autobiografici – è un giovane di vent’anni ferito a un braccio e con una grave lesione all’orecchio dovuta a un’esplosione. Lo seguiamo mentre vaga delirante attraverso i campi di battaglia disseminati di morti, di fantasmi e di presenze inquietanti. Lo ritroveremo subito ricoverato in un ospedale in mezzo a malati e farabutti di ogni risma, affidato alle cure di un’infermiera, L’Espinasse, sadica e necrofila. Qui fa amicizia con il malavitoso Bébert, poi Cascade, e con sua moglie Angèle che è prostituta al fronte. Il ritorno di Angèle nel villaggio vicino al campo, ospite di una cameriera con vocazioni voluttuose, sarà spunto di episodi grotteschi, esilaranti o alla regola della commedia all’italiana. Qui però si assiste a una sessualità più che insolente, oltraggiosa. Il linguaggio è senza freni come pure i pensieri e i desideri. Si è sulla voragine di tutto ciò che può essere fatto e scritto. Tuttavia, l’oscenità non è soltanto devastante e sbracata, ma ha una parte più estesa e irrimediabile: l’esistenza nella sua inclemenza e insensibilità. Céline non è scrittore da educande, nemmeno da leggere con troppi intellettualismi. Céline è un autore senza difese e sovrastrutture, uno scrittore che osserva, che sa ascoltare, che sa scrivere, perché non ha paura di nulla. Non si censura. E non teme conseguenze. Scrive perché non può fare altro che scrivere, come se lo scrittura gli ridonasse una sorta di purezza per eccesso di spietatezza. Della vita. Del dolore. O della morte. Finché c’è vizio c’è piacere, pensa Ferdinand. La salvezza passa da lì. E non è il caso di farsi soffocare dagli scrupoli. Non serve a niente recriminare la morte dell’amico. L’uomo è i suoi vizi, altro che le virtù. All’umanità non si deve niente, pensa ancora Ferdinand. E Angèle è una goduriosa senza freni. Dopo che hanno raggirato l’ufficiale inglese, Ferdinand e Angèle, partono per Londra. E qui s’interrompe la narrazione. Resta, però, il delirio di un romanziere dalla scrittura immensa. Un linguaggio fatto di vortici, di cadute, di impulsi sconsiderati. “Una bella letteratura, con piccoli tocchi d’orrore strappati al rumore che non finirà mai più”. Eccede che la letteratura sia così, una sorta d’imprudenza non a beneficio dell’umanità ma di se stessa. Di ciò, ne siamo convinti, era persuaso anche Céline.

(Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi, Pagg. 156)

 

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