Jason W. Moore: «Bisogna andare oltre la giustizia climatica»

Nel recente libro dello studioso americano si ritrova la conferma che economia, potere ed ecologia siano un’unità all’interno della rete della vita, per cui la questione climatica non è separabile dalla necessità di una lotta di classe antimperialista. Un testo che denuncia pratiche e ideologie del capitalismo, che si nutrono da sempre di "natura a buon mercato"

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Jason W. Moore, storico dell'ambiente e docente di Economia politica presso il Dipartimento di sociologia dell'Università di Binghamton negli Usa

Jason W. Moore ha appena pubblicato il suo terzo libro con l’editore Ombre corte. Moore è un docente di sociologia ed è uno storico dell’ambiente presso l’Università di Binghamton negli Stati Uniti. È conosciuto per la sua proposta di studiare economia, potere ed ecologia come un’unità all’interno della rete della vita, non separando questi aspetti come se fossero indipendenti tra loro, ma anche per il fatto di interpretare la crisi climatica come una manifestazione della lotta di classe.

Il primo libro con Ombre corte, “Ecologia-mondo e crisi del capitalismo”, è stato pubblicato nel 2015, con una nuova edizione del 2023. Il secondo, “Antropocene o Capitalocene?”, è del 2017. Il terzo, “Oltre la giustizia climatica. Verso un’ecologia rivoluzionaria”, è stato pubblicato il 22 marzo scorso, giorno in cui è stato anche presentato pubblicamente con una conversazione con l’autore.
Di seguito, si possono leggere parti dell’intervista che ho svolto con Moore.

Il professore Gennaro Avallone dell’Università di Salerno, che ha introdotto e curato il nuovo testo di Jason W. Moore, uscito il 22 marzo scorso

Jason, ho preparato alcune domande per questa presentazione. La prima riguarda il titolo. I movimenti sociali sono impegnati per affermare la giustizia climatica. Qui, invece, si dichiara la necessità di andare oltre la giustizia climatica.

Il titolo del libro, così come del primo capitolo, è un omaggio a Martin Luther King, che, quando si espresse contro la guerra in Vietnam il 4 aprile 1967, pronunciò un famoso discorso intitolato “Oltre il Vietnam“. Disse che il problema del Vietnam non era semplicemente dovuto a decisioni sbagliate o errori specifici, ma piuttosto a ciò che definiva il problema dei tre mali: imperialismo, razzismo e sfruttamento di classe. Nell’ultimo anno della sua vita, lavorò per organizzare un movimento e una coalizione che avrebbero unito il movimento contro la guerra, il movimento per i diritti civili e il movimento operaio negli Stati Uniti. Tragicamente, fu assassinato un anno dopo quel discorso, quasi certamente per mano dello Stato di sicurezza americano.
È cruciale, specialmente in quest’era di crisi climatica, riconoscere, come spesso sostenevano i rivoluzionari degli anni ’60, che la questione in gioco non riguarda solo la giustizia climatica. Il termine “giustizia climatica” è stato appropriato da istituzioni come la Casa Bianca e grandi organizzazioni transnazionali, perdendo il suo significato politico e svuotandosi di qualsiasi contenuto che implichi la redistribuzione di ricchezza e potere dai super-ricchi alla vasta maggioranza dell’umanità.
Ciò richiede una visione del socialismo e del comunismo nel senso delineato da Marx ed Engels, come autentico movimento storico della lotta di classe. Una tale visione deve integrare oppressione e sfruttamento nel contesto più ampio della rete della vita. La nostra critica e i nostri sforzi organizzativi devono ruotare attorno agli elementi interconnessi della divisione di classe climatica, dell’apartheid climatico e del patriarcato climatico, comprendendoli non come questioni isolate ma come componenti integrali di un insieme storico unificato.
Questo argomento assume una nuova importanza nell’attuale congiuntura, che io percepisco come una crisi epocale del capitalismo, che va oltre la crisi climatica come semplice evento biofisico. Sono del parere che la retorica della minaccia esistenziale e della politica climatica d’emergenza serva principalmente agli interessi dei ricchi e potenti, che cercano di affrontare le sfide biofisiche del cambiamento climatico attraverso un’ampia austerità verde globale, risolvendo essenzialmente la crisi climatica a spese della maggioranza della popolazione mondiale.
Pertanto, una politica rivoluzionaria fondata sui principi dell’andare oltre la giustizia climatica e sulla lotta di classe antimperialista all’interno della rete della vita è essenziale per comprendere le contraddizioni del capitalismo e, come Lenin sottolineava, individuare i suoi punti più deboli.

Quando si parla di rete della vita in questo libro, si collega questo concetto a quello di “biotariato”. Questa parola è stata coniata da un poeta, Stephen Collis, il quale ha proposto di definire il “biotariato” come “quella porzione di esistenza che è recintata come una ‘risorsa’ da e per coloro che dirigono e traggono vantaggio dall’accumulazione di ricchezza […]. Quindi: l’insieme della vita recintata e sfruttata di questo pianeta”. Ci puoi spiegare in che senso viene utilizzato questo concetto di “biotariato”?

Per noi è importante comprendere questo concetto perché è assolutamente cruciale e cercherò di spiegare il motivo. In primo luogo, Collis ci fornisce la parola “biotariato”, ma non ci offre ancora un concetto propriamente marxista. Il modo in cui il lavoro non retribuito della vita extraumana funziona per il capitalismo non è attraverso l’enclosure (le recinzioni), ma attraverso l’accumulazione mediante l’appropriazione del lavoro non retribuito. Come sapranno alcune persone che sono familiari con il mio lavoro, io considero il capitalismo come un sistema di tempo di lavoro socialmente necessario che dipende dai regimi di lavoro non retribuito socialmente necessario, o, per citare Maria Mies, da donne, natura e colonie. Quindi, per ogni momento proletario, c’è un momento biotariano di lavoro non retribuito svolto dagli esseri umani e dal resto della natura. Queste non sono tre categorie separate: si tratta di una ricca totalità di molte determinazioni. Il proletariato planetario consiste nel proletariato, che, di fatto, è sempre stato un semiproletariato, e ciò significa che dipende dal lavoro non retribuito – dunque, dal lavoro non retribuito femminilizzato di cura, dalla riproduzione sociale, non esclusivamente legato alla categoria di donna che, di per sé, è un feticcio borghese, legato all’altro grande feticcio, la natura. Queste sono contraddizioni intrecciate all’interno del proletariato mondiale, all’interno del proletariato planetario. […] Dobbiamo considerare quegli sforzi di feticizzare le differenze tra la classe lavoratrice come essenzialmente elementi della strategia di divide et impera della classe dominante.

Jason, ho un’altra domanda legata alla questione dell’imperialismo. In questo nuovo libro, la parola “guerra” è presente in molte parti, così come la parola scienza. Ho due domande su questo. La prima riguarda la guerra: qual è la funzione della guerra nella crisi climatica? La seconda domanda riguarda la questione della scienza. Nel libro parli di “buona scienza”: Puoi spiegarci cosa intendi e, anche essa, quali funzioni svolge?

Buona scienza è una critica. È un commento sarcastico su come la borghesia concepisce la scienza, che si trova all’interno di un quadro ideologico che è centrale alle origini della scienza del clima e alle origini della scienza del Sistema-Terra del dopoguerra, risalendo al lavoro di J. Forester e altri dopo la Seconda guerra mondiale. Il modello scientifico di Forester sarebbe successivamente stato utilizzato all’inizio degli anni ’70 per produrre lo studio sui “Limiti dello sviluppo” pubblicato dal Club di Roma nel 1972. Forester, un ingegnere diventato professore di management, lavorava presso l’istituzione accademica militare di spicco dell’era post-bellica, il Massachusetts Institute of Technology (MIT). Esisteva, ed esiste ancora, un complesso militare-industriale-accademico, un termine coniato dal senatore Fulbright nel 1967, all’apice della guerra chimica americana in Vietnam. Le relazioni tra scienza, guerra, imperialismo e ambientalismo (ambientalismo imperiale) sono strettamente intrecciate. La storia, tratta dagli approfondimenti di Jürgen Habermas, rivela una tendenza in tutti i paesi imperialisti – Europa occidentale, Stati Uniti, Giappone – a adottare ciò che egli chiama una “scientizzazione della politica”. Questo è ciò che riassumo come “buona scienza”, uno sforzo per trasformare questioni controverse e spinose della democrazia in formule tecnocratiche e scientifiche. La questione dell’imperialismo è ovviamente centrale a tutte queste questioni di scienza fin dall’inizio. Al centro del software dell’Impero dai secoli XVI e XVII ci sono state tecniche di conoscenza e scienza intrecciate nel potere e nel profitto. Il loro compito era identificare e mappare, al fine di assicurare quelle preziose e potenzialmente redditizie fonti di natura umana ed extraumana: e ci sono riuscite molto bene. Il capitalismo ha sempre goduto della migliore scienza che il denaro potesse comprare.
La questione della guerra è collegata ma distinta. Va ricordato che dalla crisi del feudalesimo in poi la storia della guerra e quella della crisi climatica sono state intimamente legate. Quanto è accaduto durante la Piccolo era glaciale nei secoli XIV e XV ci dice molto su come i cambiamenti climatici sfavorevoli per l’agricoltura portino a crisi politiche, economiche, culturali, incluse guerre e rivolte di classe. Questa connessione, questa connessione molto stretta tra guerra mondiale, rivolte popolari e imperialismo rinnovato si verifica ogni volta che le condizioni climatiche si deteriorano. È successo tra il 1550 e il 1700, è successo tra il 1783 e il 1820 ed è successo oggi. Vediamo questo, per ora, come una guerra a bassa intensità per le persone che la vivono: una guerra che minaccia di trasformarsi in una guerra ad alta intensità. Questa è la guerra NATO degli Stati Uniti con la Russia sull’Ucraina, è la guerra degli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale, è la lotta in Africa occidentale che abbiamo visto più di recente, che ci sta insegnando, come ho argomentato, che la fine della natura a buon mercato non ha una causa solo nel fatto che ci sono miniere esaurite o terreni esauriti, ma anche nella grande paura dell’Impero americano dal 1945, che teme che l’autodeterminazione nazionale nel Sud globale porterà a una situazione in cui quei paesi utilizzeranno le loro risorse e le loro possibilità per lo sviluppo popolare, per lo sviluppo nazionale, consumando le risorse economiche che gli americani o i francesi o i britannici desiderano: non c’è storia migliore di quella dopo la Seconda guerra mondiale con l’installazione degli Stati Uniti di regimi militari autoritari in tutto il Medio Oriente per controllare il petrolio e, quindi, controllare gli altri alleati americani in Giappone e nell’Europa occidentale.
Questa è una lunga storia ma oggi, nella presente crisi climatica, c’è una nuova intensità che sta alzando il livello delle classiche domande della rivalità imperialista e su ciò che Lenin chiamava “guerre di ridivisione”.

Dunque, cambiamento climatico, giustizia planetaria, critica della “Buona scienza”, biotariato e rinnovato legame tra guerra, imperialismo e trasformazione ecologica sono non solo alcuni dei concetti chiave di questo libro, ma sono anche realtà con le quali confrontarsi ogni giorno, sapendo che lo spettro della guerra – dell’inferno planetario – si allontana con una politica che fa della giustizia socioecologica il suo centro: in quanto, continua a essere vero che senza giustizia, non c’è pace.

 

Gennaro Avallone

Nato nel 1973, è professore di sociologia dell'ambiente e del territorio presso il Dipartimento di studi politici e sociali l'Università degli studi di Salerno. Tra i suoi temi e ambiti di ricerca si segnalano i processi di emigrazione e immigrazione, il razzismo, il lavoro agricolo, l’ecologia politica e la sociologia urbana.

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