Se ci assale l’ecoansia, pensiamo in modo non simbolico

A differenza dell’ansia tout court, ci isola non solo come individui, ma anche come essere umani. È dovuta ad un’incapacità di vivere dentro il nostro ambiente, di comunicare al di fuori della nostra specie, di prendere le misure degli altri. A chi rivolgersi se il nostro stesso ambiente sembra esserci nemico? La soluzione non può essere dentro di noi, né come individui né come specie. L’unica possibile via d’uscita è nella comunicazione con gli altri viventi che abitano quello stesso ambiente, che per loro è al tempo stesso completamente diverso. Nonostante ogni individuo, pianta o animale che sia, veda il suo ambiente in modo diverso, comunica però con gli altri viventi, da cui trae continuamente indicazioni per muoversi e prosperare

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Esiste una possibile strategia per ridurre l'ecoansia e favorire una nostra presenza serena nell'ambiente che ci accoglie

La comunità scientifica ha iniziato a parlare di ecoansia intorno al 2010. Nel 2022 la parola entra come termine tecnico nel lessico dell’American Psychological Association, a indicare “una premura verso il cambiamento climatico unita alla preoccupazione per il futuro”, definizione che suscita in me un po’ di scetticismo.

Secondo gli esperti infatti sembra interessare in particolare i giovani tra i 15 e i 25 anni, ma, a ben vedere, i movimenti dal basso nati per spronare alla lotta al cambiamento climatico hanno mobilitato proprio questa fascia d’età, a partire da Greta Thunberg in poi.
I ragazzi di quell’età sono però già largamente interessati dall’ansia per così dire tradizionale, quella dovuta alla paura di un futuro ancora tutto da costruire, dalle infinite variabili ed è dunque difficile trovare una differenza sostanziale.

Ma mettendo da parte i più generici problemi generazionali, l’ecoansia sarebbe la risposta emotiva che viene dalla consapevolezza che l’umanità è in grave pericolo e non ci sia più nulla che possiamo fare a riguardo. Posta in questi termini l’ecoansia è un problema di tutti, così come la crisi climatica, e non soltanto la giovanile paura di un futuro incerto.

La crisi climatica ci pone infatti davanti a problemi di portata enorme, che nessuno di noi può affrontare da solo; ma anche su scala più piccola, avvenimenti come piccole alluvioni, incendi, aumento di alcune specie di insetti, stanno diventando così frequenti e pervasivi da sfuggire al nostro controllo, e a quello delle amministrazioni locali e della politica nazionale in ugual misura.

Secondo la psicologia stiamo realizzando solo ora la gravità della crisi ambientale, ma siamo ancora nella fase definita di freezing, una sorta di congelamento, dovuto alle dimensioni del problema che sfugge al nostro controllo.
Sembriamo apatici o indifferenti, in realtà siamo bloccati dall’ansia.

Scetticismo a parte, sia il termine che il concetto sono entrati a far parte del dibattito pubblico più concretamente di quanto si potrebbe pensare: nel primo processo italiano contro Eni, che vedrà la sua conclusione non prima del 2026, le ong Greenpeace e ReCommon hanno tra i loro consulenti, oltre al direttore del CNR e diversi esperti di clima, anche Rita Fioravanzo, una psicoterapeuta specializzata in ansia climatica.

Ansia e isolamento

Chiunque abbia mai sperimentato l’ansia potrebbe dire che ha qualcosa a che fare con l’impressione di essere isolati dal resto del mondo. Sembra di vivere, anzi, di essere imprigionati all’interno dei propri pensieri, e di non poter comunicare davvero con gli altri fuori da sé, dal momento che essi non condividono il nostro stato di panico.
Gli altri in questione appaiono infatti ancorati al reale, al luogo in cui agiscono, al presente, mentre il soggetto in preda all’ansia è ancorato soltanto ai suoi stessi pensieri, separati radicalmente dalla realtà generalmente percepita, perché concentrati su tutte le possibili e minacciose realtà alternative.

In questo discorso su ansia e ambiente non posso fare a meno di riandare col pensiero a quando, in un periodo in cui l’ansia in me era così forte da paralizzarmi, lessi un passo di Come pensano le foreste che quasi mi commosse.

Eduardo Kohn, autore del libro edito in Italia da Nottetempo, è un antropologo che lavora in Canada, all’Università di Montreal, e che per le sue ricerche ha trascorso molti anni in Amazzonia, vivendo a stretto contatto con la tribù degli Avila.
In Come pensano le foreste ha cercato di delineare le basi di quella che chiama un’antropologia oltre l’umano, ovvero di un’antropologia non più basata sulla specificità umana, ma sulle caratteristiche che accomunano tutti gli esseri viventi, animali e vegetali.

La prima cosa ad accomunarli, secondo Kohn, è la semiosi: tutti gli esseri viventi hanno dei modi di rappresentarsi la realtà, ovvero pensano. Il pensiero è comune a tutti i viventi, non è caratteristica umana. La specifica dell’uomo è il linguaggio, che rientra nel campo del simbolico, il quale però è soltanto uno dei modi della semiosi.

Kohn parlando di simbolo e di pensiero vivente, tocca allora alcuni argomenti che possono aiutarci a vedere l’ansia da un punto di vista che potremmo qui definire ambientale, perché inserito in un contesto più ampio di quello culturale, prettamente umano, all’interno del quale siamo abituati a considerarla.

Kohn descrive a questo proposito cosa ha provato la volta in cui rimase bloccato per un giorno intero lungo una strada scavata nelle gole del fiume Quijos, nelle Ande, mentre era in viaggio con sua cugina per raggiungere la tribù degli Avila. A Kohn era già successo altre volte di restare bloccato in quel tratto di strada, spesso soggetto a frane, per un giorno intero, sul pullman con tutti gli altri passeggeri, turisti e persone del posto. L’episodio in questione è però diverso dagli altri, ed è proprio l’ansia, che all’improvviso si impadronisce della mente di Kohn, a cambiare le cose.

Kohn quel giorno, trovandosi bloccato tra due frane, inizia a provare sensazioni di angoscia e paura, che aumentano nel momento in cui l’uomo realizza che queste non trovano riscontro negli altri intorno a lui: non solo le persone del posto, ma anche i turisti che viaggiano con lui, sono tranquilli e reagiscono all’inconveniente con relativa calma. Questo provoca in Kohn una sensazione di estraniamento, di sradicamento dall’ambiente e dal suo stesso corpo, una sensazione che lui chiama “di radicale separazione”.

Per descrivere quest’ansia che si impadronisce di lui e lo trattiene nelle sue costruzioni mentali anche dopo che il problema delle frane fosse stato risolto, Kohn si rifà al libro Constructing panic, scritto a quattro mani da Lisa Capps, psicologa, e Elinor Ochs, etnolinguista. Le due studiose raccontano la loro esperienza con Meg, una paziente che soffre di ansia cronica e che a suo dire sarebbe “pronta a tutto pur di sentire la realtà che attribuisce alle persone normali”.

Il titolo del libro, Costruendo il panico, pone l’accento sul modo in cui Meg costruisce discorsivamente la sua esperienza del panico, e parte dall’assunto secondo cui “le storie che le persone raccontano costruiscono chi sono e come vedono il mondo”. Kohn però ci vede anche altro: per lui “è esattamente la qualità costruttiva del pensiero simbolico (ovvero il modo umano di pensare, n.d.a.), il fatto che il pensiero simbolico possa creare così tanti mondi virtuali, a rendere possibile l’ansia”. Meg in sostanza non si limita a costruire linguisticamente e socialmente, in altre parole simbolicamente la sua esperienza del panico, ma, e questo è il fulcro del discorso di Kohn, è il panico stesso a essere un sintomo di una costruzione simbolica fuori controllo”.

Questo avviene perché il linguaggio, che è una semiosi di tipo simbolico, non ha bisogno di una stretta corrispondenza tra segno e oggetto per significare, e dunque allontana il ragionamento dall’oggetto a cui è riferito. Il pensiero simbolico è in grado di moltiplicarsi all’infinito, staccandosi completamente dal corpo, del soggetto o dell’oggetto poco importa, da cui è stato generato, con cui invece altri tipi di semiosi, come indici e icone, rimangono legati.

L’icona è infatti indistinguibile dall’oggetto che rappresenta, è basata sulla somiglianza. L’indice è il passo successivo, in quanto è il prodotto delle relazioni tra icone, e indica qualcosa oltre se stesso, non per forza presente, ma è per forza presente una relazione segno-oggetto.

Le parole invece sono simboli. Così il linguaggio si basa sulla relazione indicale tra parola e parola, può cioè fare a meno della relazione parola-oggetto: ciò ci permette di costruire con le parole infiniti mondi possibili, ma può rivelarsi un grande svantaggio. Allontanare le nostre costruzioni mentali dall’oggetto della nostra attenzione, e nel caso dell’ansia della nostra preoccupazione, allenta i legami che abbiamo con gli altri mondi emergenti e con cui siamo relazionati in quanto esseri viventi. Ci isola in quanto umani. Nel caso di uno stato ansioso ci isola addirittura in quanto individui.

Stando a Kohn dunque è il pensiero simbolico fuori controllo a produrre il nostro stato di ansia. Banalmente molte persone, che hanno sperimentato o sperimentano un profondo stato d’ansia, pur senza avere competenze di semiologia, sanno bene cosa vuol dire non avere i propri pensieri sotto controllo e conoscono quell’orribile sensazione di non riuscire a trarre beneficio dalla comunicazione con gli altri.

L’ansia di Kohn, che sopraggiunge nel momento in cui il pullman rimane bloccato tra due frane, non sparisce quando la strada viene liberata e il bus procede. Sparisce al contrario solo dopo molte ore, il pomeriggio del giorno dopo, quando l’antropologo, durante una passeggiata con sua cugina lungo le rive del fiume Misahuallì, intravede una tanagra che mangia tra gli arbusti. Prende così il binocolo, mette a fuoco e riesce a vedere l’uccello chiaro e nitido. In questo momento avviene qualcosa: “nel momento in cui il sottile becco nero dell’uccello divenne nitido avvertii un improvviso cambiamento. Il mio senso di separazione semplicemente scomparve. E, come una tanagra che viene messa a fuoco, tornai di colpo al mondo della vita”.

Guardare la tanagra mangiare tra gli arbusti ha rimesso il pensiero simbolico “al suo posto”. Complice anche l’ecologia particolarmente densa dei tropici, la visione ha riportato Kohn all’interno di quell’ecologia, ovvero di un campo semiotico più ampio di quello simbolico ed esclusivamente umano.

Pensare oltre l’umano

Riposizionarsi in un mondo che si estende oltre l’umano, a cui apparteniamo per il nostro stesso essere vivi e dunque capaci di semiosi, ci restituisce alle connessioni che di solito ci legano alla realtà per come essa emerge. In questa ecologia, tale sensazione di radicale separazione, che provoca l’ansia ed è al tempo stesso da lei provocata, non ha senso di esistere.

Quando lessi questo passaggio del libro, ero in un periodo di grave depressione. La cosa che mi pesava di più era non riuscire più a sintonizzarmi sulle stesse frequenze degli altri: il mio malessere era incomunicabile, perché non esisteva in alcuna realtà condivisa, ma solo nella mia testa.

La visione di Kohn mi diede speranza. I miei affetti più cari mi dicevano di provare a fare le cose senza pensare. Ma per qualsiasi essere vivente, non solo per gli umani, non pensare è impossibile. Produciamo semiosi, e dunque pensiero, perché siamo vivi, come gli animali, come le piante. Non possiamo non pensare, ma possiamo pensare in modo diverso, non simbolico. Ricordo che questo mi diede speranza, anche se non sapevo come farlo e richiedeva uno sforzo. L’idea che ci fosse una dimensione possibile in cui essere vivi senza essere schiavi dei propri pensieri, senza essere isolati dall’ambiente circostante, mi diede sollievo.

La caratteristica dell’ecoansia è che, a differenza dell’ansia tout court, ci isola non solo come individui, ma anche come essere umani. È dovuta ad un’incapacità di vivere dentro il nostro ambiente, qualunque esso sia,e di comunicare al di fuori della nostra specie, di prendere le misure degli altri.

A chi rivolgersi quindi, se il nostro stesso ambiente sembra esserci nemico? La soluzione non può essere dentro di noi, né come individui né come specie. L’unica possibile via d’uscita è nella comunicazione con gli altri viventi che abitano quello stesso ambiente, che per loro è al tempo stesso completamente diverso. Nonostante ogni individuo, pianta o animale che sia, veda il suo ambiente in modo diverso, comunica però con gli altri viventi, da cui trae continuamente indicazioni per muoversi e prosperare.

Il tipo di semiosi con cui comunichiamo all’interno della nostra specie e pensiamo all’interno della nostra mente si è sviluppato a tal punto da prendersi tutto lo spazio. Ciò ci impedisce di sentire che siamo in comunicazione con l’ambiente per il solo fatto di essere vivi. Non è scontato, almeno non lo è più per noi esseri umani, il fatto che la vita è ancora lì, fuori da noi, e non può smettere di comunicare, perché la vita stessa è semiosi.

Vedere una tanagra che mangia, o più in generale osservare una qualsiasi relazione interspecie, più ancora che la comunicazione tra umani, può “re-ancorarci al reale”, riposizionandoci in un mondo che si estende oltre l’umano.
In questo mondo, in cui i nostri pensieri sono parte dei pensieri del mondo, abbiamo ancora un linguaggio in comune con gli altri fuori da noi, non siamo più isolati in quanto umani.

 

Aura Galdieri

Appassionata di cinema, tv e libri fin da piccola, studia Lettere Moderne a Firenze e Italianistica a Bologna. Oggi scrive articoli di cronaca e approfondimento per alcuni giornali, studia scrittura creativa e insegna italiano in una scuola media francese, dove si occupa anche della biblioteca scolastica.

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