I pronomi personali nella scrittura letteraria e cinematografica

Dalla celebre frase del Marchese del Grillo interpretato da Alberto Sordi al romanzo di Sergio Cotroneo: io, tu, egli, noi, voi e loro nelle pagine dei libri e nelle pellicole dei film

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Alberto Sordi ne Il marchese del Grillo di Mario Monicelli (1981)

Ada Ascari, particolarmente ispirata dall’interessante argomento che tratta in questo contributo, ha preparato un quasi-saggio sull’utilizzo dei pronomi nella scrittura, diciamo, autobiografica.

Per non privarsi del complesso di queste originali e sperimentate riflessioni, abbiamo raccolto l’argomento in questo articolo, secondo la sequenza della loro declinazione: io, tu, egli o ella, noi, voi, essi o loro. Io li ho infarciti con qualche sequenza di noti film, che ripropongono l’uso cinematografico di queste particelle del discorso.

Se avete qualche curiosità supplementare potete contattare direttamente Ada (ada.ascari@gmail.com). Sarà molto lieta di rispondervi.

Buona lettura! Mario


Scrivere di sé

Quando ci si accinge scrivere di se stessi tutti pensano che il personaggio più importante di quello che si scrive sia proprio chi sta scrivendo. L’io è considerato imperante e l’ego viene soddisfatto con la narrazione autobiografica.

Io scrivo, io sono il protagonista, io leggo e poi faccio leggere di me.

Negli anni mi sono però sempre più convinta che il personaggio principale di una autobiografia non sia solo ed esclusivamente chi scrive, ma l’io viene accostato a tutti gli altri pronomi della grammatica italiana.

Io, tu, lei o lui, noi, voi e loro sono tutti egualmente rappresentati nel mondo autobiografico e chi scrive non può fare a meno di confrontarsi con il variegato mondo che gli sta attorno.

Nella lingua italiana non è obbligatorio premettere il pronome davanti al verbo che compie l’azione, se lo facciamo è per rimarcare che proprio quel soggetto — ed infatti in analisi logica si chiama proprio soggetto — sta facendo, pensando, agendo, subendo qualcosa.

Cominciamo.

Io

Avete mai notato quante volte diciamo io? Anche se non ci facciamo caso lo pronunciamo decine di volte perché fondamentalmente siamo portati a mettere noi stessi al primo posto nella scala dei valori.

Se qualcuno ci domanda cosa stiamo facendo possiamo rispondere “scrivo” oppure “io scrivo” rendendo la risposta diversa sul piano della intonazione e delle intenzioni A volte solo le sfumature quelle che rendono il discorso più interessante. E guarda caso, il più delle volte ce lo mettiamo quell’io a rimarcare la nostra presenza nel mondo.

Una delle grandi domande di quasi tutti i filosofi è “Chi sono io?”, ma non solo i filosofi se lo domandano, anche le persone normali, quelle che hanno un minimo di consapevolezza se lo chiedono, spesso inconsapevolmente. “Chi sono? Chi sono stato? Chi potrò essere?”

La filosofia fondamentalmente esplora il mistero dell’Autos — la prima parte della parola autobiografia — trovando una tradizione filosofica antichissima.

Franz Kafka diceva “lo sono ciò che mi sfugge”. Ci rammenta che ogni presa di coscienza individuale del nostro stare al mondo rinvia a qualcosa di inafferrabile.

Ma lasciando da parte la filosofia, che non è mio campo, l’io svolge anche una funzione senz’altro operativa e pratica, ci aiuta nelle circostanze più diverse a far udire la nostra voce, rimarcare le nostre volontà, a ribadire che ci sono questioni assolutamente personali e private, che non tollerano ispezioni, incursioni indebite, aggressione da parte di una miriade di altri io.

L’io, in quanto oggetto anche misterioso, non è esente da debolezze: si mostra cedevole, accomodante e disposto, in quanto manifestazione dell’adattabilità dell’intelligenza umana, a smentirsi, a trasformarsi all’occorrenza.

Ricordate la celebre frase del Marchese del Grillo, film di Mario Monicelli del 1981? “Io sono io, e voi non siete un cazzo!”, frase ripresa da un sonetto del Belli

Chi se la fosse dimenticato, la può riascoltare qui.

Nella scrittura autobiografica gli io si moltiplicano, non solo quelli personali e soggettivi, ma anche quelli delle persone che abbiamo incontrato, amato seguito e cercato. E che fra poco andremo a conoscerle.

L’io diventa un confine, tutto il resto diventa un “non io”.

Tu

Ed eccoci al tu. Se possiamo paragonare l’io ad un’isola, il tu è un’altra isola, collegata alla nostra, magari con un ponte o un tratto di mare facile da attraversare con una barca; è un rapporto – io/tu – reciproco perché se la persona a cui diamo del tu può entrare nella nostra intimità, anche noi lo possiamo fare.

L’importante è che ci sia sempre una relazione. Ma come deve essere la relazione? Che relazione abbiamo con i nostri Tu?

Quando entriamo in relazione con qualcuno siamo sempre in bilico tra il desiderio di essere accettati e la paura di essere respinti. Solo quando si raggiunge un equilibrio si ha una relazione stabile e forte.

Tutto quindi dipende come ci collochiamo nel rapporto con i nostri Tu. È sempre un balletto andando e venendo sulla scala delle nostre posizioni relazionali.

Il tu è un bersaglio su cui puntiamo il dito, sta a noi renderlo amico o nemico.

Se noi quando scriviamo di noi usiamo quasi sempre la prima persona singolare, creando un racconto autobiografico, pochissime sono gli esempi in letteratura che hanno usato il tu — la seconda persona singolare.

Uno è La luce prima di Emanuela Tonon, struggente canto d’amore per una madre, il secondo è Profezia di Sandro Veronesi, non solo usando il tu, ma anche scrivendo tutto il libro al futuro. Grande prova letteraria, racconto di sé rivolgendosi al tu che sta accanto o che ci ha lasciato.

Per tornare a qualcosa di più conosciuto posso citare Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino in cui l’autore usa il tu rivolgendosi direttamente a chi sta leggendo. Ma qui non si sta parlando di autobiografia.

Lui o Lei

Se l’io e il tu sono sempre ben visibili nei nostri discorsi e nella nostra vita, quando si va a parlare di Lui e Lei le cose si complicano. Chi sono Lui/Lei? che incidenza hanno nella nostra vita?

Se il tu, è il pronome della vicinanza, è chiaro che la persona a cui ci riferiamo è lì vicino a noi, non ci sono errori. Lui/Lei è distante. Tornando alla metafora dell’isola il Lui/Lei è un’isola lontana, la vediamo, ma non la conosciamo bene, dobbiamo fare un bel tratto di mare per raggiungerla.

La terza persona singolare io la definisco la prima persona del distacco, dell’oggettività, è infatti il pronome che dice, nomina, ma in effetti è vago e poco chiaro.

Lui o Lei, a volte, possiamo essere noi stessi che ci guardiamo dal di fuori, ci esaminiamo, ma nello stesso tempo ci nascondiamo alla vista.

Quando guardiamo una nostra fotografia di qualche tempo prima, e quasi non ci riconosciamo nell’immagine che ci viene restituita. Oppure può essere il nostro Lui/Lei nascosto, quello che esce quando non siamo vigili e ci sorprende e ci fa dire, “ma quella sono io?” “Sono io che ho agito così?” Quel Lui/Lei che ci fa vergognare o quel Lui/Lei che vorremmo essere

È il pronome che usano gli scrittori quando raccontano di sé, ma romanzano la storia e ce la raccontano come qualcosa di esterno ed estraneo.

Tanti romanzieri hanno confessato che dietro ai loro personaggi c’erano le loro vite e le loro esperienze, nascoste, celate erano autobiografie senza esserlo.

In letteratura un Lui diventato famoso è il libro di Alberto Moravia dal titolo Io e lui in cui si parla della sessualità personificata in Lui, cioè nella virilità fisiologica, contrapposta a una meta artistica, intellettuale, sociale e civile. La libido prende il sopravvento e ha una voce che ordina e impone scatenando una nevrosi in chiave comica o tragicomica, non lontana dall’assurdo.

Anche nel cinema c’è un esempio di sopraffazione di una Lei nella vita di un personaggio. Il film si intitola, appunto, Lei (2013, su Netflix) in cui il protagonista Joaquin Phoenix si innamora di una voce dell’intelligenza artificiale del suo computer. Lei prende a poco a poco il sopravvento e influisce in modo sempre più invasivo sulla vita di Lui.

Nei due esempi Lui/Lei è qualcosa che agisce anche senza la nostra volontà e prende il sopravvento nelle decisioni, ma che diventa parte dell’io che entra in relazione con un’altra parte di noi stessi.

Una grafica di “Lei”, in film die Spike Jonze con uno straordinario Joaquin Phoenix che si innamora di una sorta di Alexa, nel fim Samantha alla quale dà la voce Scarlett Johansson (doppiata in italiano da Micaela Ramazzotti). Il film di Spike Jonze ha ricevuto 5 nomination all’Oscar, aggiudicandosi quello per la miglior sceneggiatura originale (a Spike Jonze). Stesso premio ai Golden Globes. Il Festival di Roma ha premiato la “inesistente” Johansson per la miglior interpretazione femminile

Tocca ora ai pronomi al plurale.

A proposito di pronomi, sapete che c’è una grande discussione nei vari ambiti linguistici sulla introduzione dei pronomi inclusivi, cioè neutrali dal punto di vista del genere. La questione meriterebbe uno specifico post. Prima o poi lo faremo. Per il momento vi rimando a un articolo di Andrea Indiano su “Wired” che affronta questo tema anche in relazione alla nostra lingua, l’italiano che nel dibattito internazionale non è tra le più presenti.

Il poster del film di Carlo Verdone del 2010 “Io, loro e Lara”, ritoccato nel titolo per adattarlo al contenuto del post di Ada. Verdone dedicò il film al padre, Mario Verdone, da poco scomparso, primo ad occupare in Italia una cattedra universitaria di Storia del cinema

Il poster del film di Carlo Verdone del 2010 “Io, loro e Lara”, ritoccato nel titolo per adattarlo al contenuto del post di Ada. Verdone dedicò il film al padre, Mario Verdone, da poco scomparso, primo ad occupare in Italia una cattedra universitaria di Storia del cinema.

Noi

Ed eccoci al primo pronome che si declina al plurale: Noi. Noi può essere facilmente associato al’io.

Noi siamo tanti “Io” messi insieme che se ne stanno stretti stretti uno accanto all’altro a formare qualcosa di compatto e a volte impenetrabile.

Quando si pronuncia la parola Noi si vuole stabilire senza ombra di dubbio che non siamo soli, che attorno c’è un mondo che mi capisce, mi approva, che ha le mie stesse idee e abitudini.

Molto spesso ci si riferisce a noi come famiglia, ma anche l’appartenenza ad una città – il campanilismo è la forma più deleteria del noi – ad una associazione, ad un sindacato, ad una squadra sportiva, ad un credo religioso.

Penso che la cosa più importante da tenere presente quando si pronuncia Noi in autobiografia sia capire che sì, facciamo parte di qualcosa che ci sta molto a cuore, ma che il mondo non finisce fuori dalla nostra cerchia. Il noi spesso deve fare i conti con la chiusura, con ponti levatoi alzati, con pregiudizi. Occorre fare sempre molta attenzione quando scriviamo Noi.

Marco Tullio Cicerone diceva: “Non siamo nati solo per noi stessi”.

In questo caso il noi definisce un collettivo che rappresenta l’umanità intera e fa riflettere sul fatto che se abbiamo definito l’IO come un’isola il noi è il nostro arcipelago. Tutto quello che ci sta vicino ed è in collegamento con noi.

Il noi è la somma dei tanti Tu che abbiamo accanto e che possono essere anche molto diversi tra loro.

Ma nello stesso tempo John Donne affermava “Nessun uomo è un’isola”. Sembra una contraddizione a quello che dicevo prima, ma se ci si pensa non è così. Ogni isola è intimamente connessa con le altre all’interno del suo arcipelago e tutte contribuiscono a formare un ecosistema che si regge sulla collaborazione.

Su questa citazione i Dominique Marchais ci ha costruito un bel documentario che racconta le storie degli agricoltori della cooperativa Galline Felici in Sicilia, gli architetti, gli artigiani e i rappresentanti eletti delle Alpi svizzere e Voralberg in Austria. Sono solo alcuni di coloro che, in Europa, fanno, del loro lavoro, una questione politica e pensano a se stessi come a un destino comune.

Dal punto di vista artistico a Siena possiamo ammirare il bel ciclo di affreschi di Ambrogio Lorenzetti: Allegoria ed effetti del Buon Governo e del Cattivo Governo.

Nella zona inferiore dell’Allegoria del Buon Governo, ventiquattro cittadini sfilano reggendo una stessa corda, a simboleggiare l’unità di intenti. Il Noi è secondo me ben rappresentato.

Un po’ come si fa quando si gioca al tiro alla fune, la forza di uno viene sommata alla forza di tutti gli altri per uno scopo comune.

Il poster della deliziosa commedia inglese al femminile del 2017 con la Regia di Richard Loncraine. Eccezionale il cast femminile (Imelda Staunton, Celia Imrie, Joanna Lumley). Bravissimo anche Timothy Spall. Su RaiPlay

Voi

Il pronome “Voi” è un pronome difficile da interpretare, ha molteplici significati e si usa in ambiti diversi: nella corrispondenza commerciale e burocratica serve a rendere più impersonale il dialogo, portando la persona sullo stesso piano di un ente o di una ditta.

La caratteristica fondamentale è infatti la natura pragmatica: dipendendo dal “sistema di regole che governano il comportamento degli interlocutori, e l’uso di mezzi linguistici che condizionano la scelta di comportamenti non-verbali nei rapporti”.

L’uso si basa anche sul rapporto di relazione (ricordate il tu e il lui/lei?) che c’è tra chi pronuncia il “Voi” e chi lo riceve.

Normalmente c’è quasi sempre una relazione non paritaria. Chi dice Voi sta spesso in una posizione di potere, chi lo subisce di subalternità.

A questo proposito ricordo ancora la frase del Marchese del Grillo che rimarca il suo io in contrapposizione ai voi che non contano niente…

Il “Voi” presuppone – quasi sempre – un distacco, i “Voi” che ci stanno attorno non sono – quasi mai – persone della nostra cerchia, non fanno parte degli “insiemi” in cui ci siamo collocati.

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici: considerate se questo è un uomo che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no”.

Sono parole di Primo Levi nel suo Se questo è un uomo. È un Voi accusatorio, molto distante dalla realtà in cui si è trovato a vivere. Un Voi che incolpa qualcuno che sta lontano, che non vede e non sente o forse non vuol vedere e sentire.

È un po’ la stessa accusa che fa Giuseppe Civati nel suo pamphlet Voi sapete in cui accusa i governi dell’occidente di sapere che cosa succede in Africa nei flussi migratori. Voi è quindi un pronome distante, ma soprattutto un pronome da cui si vuole prendere le distanze, infatti pronunciamo Voi proprio quando vogliamo allontanarci da un gruppo, da una posizione In autobiografia sono gli altri che non vogliamo essere.

Gli adolescenti dicono”Voi genitori!”… gli studenti ”Voi professori”… quando vogliono rendere anonimi i loro interlocutori, nascondere dietro un Voi le persone da cui ci si vuole allontanare o con cui non si è d’accordo.

Ho scoperto anche un libro, ormai vintage, del 1960 che si intitola Poesie per voi. Componimenti poetici di telespettatori italiani, dalla rubrica televisiva “Una risposta per voi” a cura di Alessandro Cutolo, conduttore della trasmissione trasmessa dalla Rai dal 1954 al 1968.

Ecco perché è tanto difficile inquadrare uniformemente il pronome Voi nella lingua italiana…

In inglese non c’è differenza tra “you” singolare e “you plurale”? Allora puntiamo il dito e pensiamo che chi ci sta di fronte distante da noi può essere un singolo o molti facciamo attenzione!

Loro

Così siamo arrivati alla fine e stiamo approdando all’ultimo nell’elenco dei pronomi personali: Loro.

Loro dal punto di vista relazionale – che è in fondo quello che ci interessa – rappresenta la contrapposizione tra un singolare e una moltitudine di plurali non meglio definiti: “Loro”.

Chi sono i Loro che ci stanno di fronte?

Normalmente sono una presenza indistinta, sono tutti coloro che non conosciamo. La matematica non è spesso solo numeri. la matematica sta alla base della sociologia, per capire che relazioni ci sono all’interno della società.

Quando pronunciamo la parola Loro ci riferiamo a qualcosa che ci è ignoto o che non conosciamo del tutto, su cui abbiamo spesso idee preconcette e molto sommarie.

Ma non mi voglio attardare su quelli che sono gli aspetti più deleteri del loro usato spesso in politica per creare contrapposizioni – Io sono meglio di loro! – o al contrario – Loro sono peggio di me! – formule che sono spesso alla base di insoddisfazioni che sfociano anche in conflitti cruenti.

Loro è il titolo dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, la cui trama è incentrata sulla vita di Berlusconi e anche se il film non l’ho visto mi sono chiesta del perché sia stato intitolato in questo modo. Ho trovato la spiegazione in una intervista in cui Sorrentino dice come il titolo può essere interpretato in due modo diversi che spiegano bene anche il significato del pronome Loro.

Loro sono tutti coloro che gravitano attorno al potere che emana da Berlusconi, che gravitano nella sua sfera privata sperando in favori non necessariamente politici. Quindi “Loro sconosciuti” che ambiscono a farsi conoscere.

Ma Loro è anche lo stesso Berlusconi che è come qualcuno diverso e distante da un sottinteso “noi”, come se Berlusconi fosse un alieno precipitato sul nostro paese non si sa da dove né perché.

Loro diventa il Dio da omaggiare, come gli indigeni omaggiavano i “Loro” sconosciuti arrivati sulle loro terre di conquista prima che si rendessero conto che “Loro”sarebbero stati la “Loro” rovina. Anche qui doppio significato!

Una bella recensione del film la trovate su “Internazionale”.

Loro è anche l’ultimo romanzo di Sergio Cotroneo, in cui Loro sono le presenze che aleggiano in una casa in cui la protagonista va a lavorare, ma Loro sono anche le gemelle che deve accudire.

Allora… loro come doppio. Chi ha avuto la possibilità di conoscere dei fratelli gemelli – specialmente quelli identici – sa come per loro non esiste il singolare ma sempre ci si riferisce con il loro e questo ci dice che non è necessario che i loro siano tanti, ma bastano anche due sole persone fuori da noi.

Pensate alle gemelle Kessler, sono sempre indicate con Loro, unite indissolubilmente. Ed io ne so qualcosa perché mia mamma era la metà di una coppia con sua sorella gemella. Indistinguibili da chi non era della famiglia.

Un particolare del poster giapponese del film “Loro”, 2018, di Paolo Sorrentino. Il film è diviso in due parti “Loro 1” e “Loro 2”. Interpreti principali sono Toni Servillo (che fa due personaggi: Silvio Berlusconi e Ennio Doris), Riccardo Scamarcio (Sergio Morra) ed Elena Sofia Ricci (Veronica Lario). Per questa interpretazione la Ricci ha vinto il David di Donatello del 2019 per la migliore attrice protagonista

Conclusioni

La carrellata che ho fatto sui pronomi sembra a volte sconfinare dall’argomento principale che è quello della scrittura autobiografica, ma anche se a volte trasparenti o quasi invisibili sono tanti i fili che si intrecciano in una autobiografia.

Quando scriviamo, anche in prima persona, compaiono benvenuti o non invitati una miriade di personaggi a cui ci si rivolge ogni volta con pronomi differenti; sta a chi scrive armonizzare in un racconto comprensibile – anche solo a noi stessi – il mondo che ci circonda.

Mario Mancini

Si occupa dell’intersezione tra editoria e tecnologia da oltre trent’anni insieme alle società di cui è stato co-fondatore, Thèsis Contents e goWare. Ha partecipato al progetto di introduzione in Italia dei computer NeXT, ideati da Steve Jobs dopo la sua uscita da Apple. Agli inizi del 2000 ha contribuito alla nascita del portale di cinema MYmovies.it come sviluppatore dei contenuti. Dal 2009 è impegnato nel progetto goWare, una startup che sperimenta la nuova editoria a 360 gradi.

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