Il testo che segue non nasce in una redazione, né in un think tank istituzionale, né tantomeno dentro qualche perimetro rassicurante del dibattito pubblico occidentale. È un articolo letto nel deep web, da una chat frequentata da giornalisti di diversi Paesi, un luogo informale – tutt’altro che dilettantesco – dove da anni si incrociano analisi, dubbi, fonti e critiche che difficilmente trovano spazio nei media mainstream. Non perché “proibite”, ma perché spesso risultano scomode anche per chi le ospita.
L’autore è un collega svedese, la cui identità certa e certificata, è resa anonima dal sistema per tutelare noi tutti ma in particolare colleghi russi, ucraini, israeliani e americani che pubblicano notizie sensibili o riservate che provengono dall’interno dei propri governi.
Cresciuto professionalmente in quella tradizione nord-europea che ha creduto nella razionalità delle istituzioni, nella forza del multilateralismo e nella possibilità di un ordine internazionale regolato, lo sguardo di questo collega è oggi particolarmente interessante: non parla da tifoso, non scrive per assolvere o demonizzare a prescindere, ma per registrare una frattura che attraversa ormai anche le democrazie considerate più solide.
Il suo ragionamento non risparmia nessuno. Né Putin, né Netanyahu, né Trump e nemmeno le classi dirigenti europee, sempre più spesso incapaci di distinguere tra lealtà e subalternità, tra alleanza e automatismo. È un testo che guarda con lucidità alla Russia senza indulgenze, ma che allo stesso tempo rifiuta l’idea che ogni scelta compiuta dagli Stati Uniti negli ultimi anni debba essere accettata come inevitabile o moralmente superiore solo per inerzia storica.
Ho deciso pubblicarlo su RQ perché intercetta una domanda che molti, anche in Europa, stanno iniziando a porsi sottovoce: Cosa resta dell’ordine costruito negli ultimi ottanta anni, se nemmeno i suoi principali architetti sembrano più crederci davvero?
E perché il desiderio di caos che serpeggia nelle società occidentali non è un’anomalia marginale, ma un segnale politico e culturale che ignorare sarebbe irresponsabile.
Il testo che segue non offre consolazioni. Ma aiuta a capire dove siamo e, forse, perché siamo arrivati fin qui. Eccolo a voi:
Perché l’Europa non può più permettersi il caos…
C’è una sensazione diffusa, quasi fisica, che attraversa questo tempo: il mondo non sta semplicemente attraversando una crisi, sta rimettendo tutto in discussione. Gaza continua a bruciare senza una prospettiva credibile di soluzione. La guerra tra Russia e Ucraina si è trasformata in un conflitto di logoramento che non promette vincitori ma solo macerie prolungate. Gli Stati Uniti oscillano tra ambiguità strategica, unilateralismo e improvvisi scatti muscolari, mentre minacciano Maduro, trattano alleanze come forniture di banane a breve termine e sembrano sempre meno interessati a difendere l’ordine internazionale che loro stessi hanno costruito.
In questo scenario, la domanda non è più se il sistema globale stia entrando in una fase di instabilità, ma perché una parte crescente del mondo sembri accoglierla con un misto di rassegnazione e compiacimento. Perché il caos, invece di spaventare, attrae.
Il caos come risposta a un ordine che non funziona più
Dal punto di vista sociologico, il caos non è mai un capriccio collettivo. È una risposta. Quando un ordine politico, economico e simbolico smette di garantire sicurezza, mobilità sociale e senso del futuro, la stabilità perde valore morale. Diventa conservazione dell’ingiustizia, non protezione del bene comune.
Per decenni ci è stato raccontato che la globalizzazione sarebbe stata una marea che avrebbe sollevato tutte lebarche (espressione anglosassone per: “tutti ne avrebbero goduto” N.d.a.) che la democrazia liberale fosse l’approdo naturale della storia, che il mercato avrebbe corretto i suoi eccessi. Oggi quella narrazione è esaurita. Le disuguaglianze sono cresciute, il lavoro è diventato fragile, le promesse si sono ristrette a slogan. In questo vuoto, il caos si presenta come un reset brutale: non una soluzione, ma l’unica alternativa percepita a un presente bloccato.
Chi non ha nulla da difendere non teme il crollo. Anzi, lo auspica.
Guerra, identità, semplificazione
Il caos ha anche una funzione psicologica potente: restituisce identità. In società complesse, frammentate, iperindividualizzate, il conflitto semplifica. Divide il mondo in campi riconoscibili, riduce l’ambiguità, offre appartenenza. “Noi” contro “loro” è una grammatica primitiva, ma efficace.
Non è un caso che la guerra torni a essere, anche mediaticamente, un grande racconto. È spettacolarizzata, commentata come una partita, consumata da lontano. Finché non coinvolge direttamente, il caos può perfino sembrare eccitante. Un modo per sentirsi parte di qualcosa di più grande di una quotidianità impoverita.
Il declino dell’egemone e la fine delle illusioni
In questo quadro, la posizione degli Stati Uniti è centrale. Non perché siano improvvisamente diventati “cattivi”, ma perché non sono più disposti – né forse capaci – di svolgere il ruolo che hanno avuto dal 1945 in poi. L’ordine internazionale liberale non è stato un atto di altruismo: è stato uno strumento di potere. Ma ha funzionato perché produceva anche stabilità, crescita, prevedibilità.
Oggi Washington agisce sempre più per interesse immediato, tratta alleanze come contratti revocabili, applica doppi standard senza più nemmeno la pretesa di giustificarli. Non crede più davvero nei principi che proclama. E quando l’egemone smette di credere alla propria narrazione, l’intero sistema entra in crisi di legittimità. Gli altri attori lo percepiscono e testano i limiti: la Russia con la forza militare, la Cina con la pressione sistemica, potenze regionali con azioni opportunistiche. Non è un mondo “più cattivo”: è un mondo senza arbitro riconosciuto.
L’Europa davanti allo specchio
Ed è qui che entra in gioco l’Europa. Un continente che ha costruito la propria pace sulla memoria della catastrofe, ma che oggi rischia di vivere quella memoria come un lusso del passato. L’Europa non può permettersi il caos. Non ha la demografia, la forza militare unificata, né la distanza geografica per cavalcarlo. Eppure, troppo spesso, si limita a reagire, a schierarsi per inerzia, a seguire una linea che non controlla.
Stare lontani dalla Russia è una necessità storica e politica: l’aggressione all’Ucraina non è giustificabile né relativizzabile. Ma questo non implica accettare passivamente una subordinazione strategica a un alleato americano che ha chiaramente imboccato una strada autonoma, spesso indifferente agli interessi europei. L’alleanza atlantica ha senso solo se è un’alleanza tra soggetti, non una relazione di dipendenza. E oggi l’Europa deve prendere atto che gli Stati Uniti non garantiscono nulla più. Continuare a comportarsi come se fosse ancora il 1995 è una forma di negazione.
Perché anche i “perbene” cedono al caos
C’è un ultimo aspetto, più scomodo: il desiderio di caos non appartiene solo agli esclusi. Anche persone istruite, informate, apparentemente razionali finiscono per giustificarlo. Perché il caos assolve. Riduce la responsabilità individuale, sposta la colpa su forze impersonali, rende accettabili scelte che in tempi normali sarebbero impensabili.
Cambiare davvero richiede riforme, conflitti sociali regolati, rinunce. Il caos, invece, promette scorciatoie. È una tentazione trasversale, che attraversa classi e culture.
L’Europa non deve “salvare il mondo”. Deve salvare sé stessa da due illusioni opposte: che la stabilità tornerà da sola, o che il caos possa essere cavalcato senza pagarne il prezzo. Nessuna delle due è un’opzione. Serve una scelta politica adulta: autonomia strategica, capacità di difesa comune, politica estera credibile, voce unica. Non per isolarsi, ma per contare. Non per rompere alleanze,
ma per riequilibrarle. Il mondo sta entrando in una fase che non è una parentesi, ma una transizione.
Per l’Europa, che già sa cosa significa ricominciare dalle macerie di 80 anni fa, è un monito. E il tempo per capirlo sta finendo, perché l’Europa non può più andare a rimorchio di paranoie altrui; ha bisogno di decisioni proprie fatte da persone pensanti che non smettano mai di essere umane… perché il nostro DNA sociopolitico è diverso, è europeo, è nostro, è democratico.

