Il termine “woke” è entrato nel linguaggio comune. Essere dentro la “cultura woke” come origina e cosa rappresenta? “Woke” deriva dall’inglese “to woke”: svegliarsi. Nella variante linguistica afroamericana, veniva usato già nei primi del Novecento per indicare uno stato di allerta contro le ingiustizie razziali. E l’espressione compare contestualizzata nelle lotte contro la segregazione razziale negli Stati Uniti. Il termine entra poi nel linguaggio comune nell’anno 2013, con il movimento internazionale di attivisti Black Lives Matter, dopo l’uccisione nel Missouri di un ragazzo afroamericano di 18 anni per mano di un agente di polizia federale. Sui social media, “stay woke” diventa il messaggio globalizzato di consapevolezza sociale, esteso anche in altri ambiti: sessismo, disuguaglianze economiche e di genere, questioni ambientali, senza esclusione del “politically correct”, inteso come orientamento linguistico inclusivo, rispettoso delle minoranze. La cultura woke, oggi, ha perso il suo nucleo neutrale. Entrata nel dibattito politico occidentale con crescente attenzione alla dimensione simbolica del potere, ha affilato le armi della “culture war” nel terreno di conflitto di auto-identificazione tra progressisti e conservatori. Il concetto alla deriva trasloca da movimento etico-sociale a paradigma ideologico con etichette dogmatiche precise che convertono la sensibilità collettiva in una gabbia morale rigida, in cui si dettano codici: come pensare, cosa dire e come muoversi per non inciampare negli equivoci. Il rischio offre il fianco, spesso in maniera gratuita, alla malafede e alle strumentalizzazioni nella pubblica riprovazione. E quest’ultima contribuisce alla costruzione di un’identità ortodossa chiusa, in cui l’adozione di norme simboliche diventa una password di accettazione in determinati contesti, in cui “essere woke” è valutato come il marchio di superiorità morale esibito da chi sta dalla parte giusta della storia. Ne deriva che la libertà di espressione (strumento sano di scambio nella comunicazione popolare e nella pluralità del dibattito politico) si muove con estrema cautela lungo la traiettoria di un campo minato. Quali le conseguenze? Le occasioni di confronto si svuotano di contenuti e la cultura woke, in maniera paradossale, assume i connotati di una dittatura sottile che disperde ogni forma di emancipazione. Tali dinamiche accentuano la polarizzazione con tre effetti principali: isolare il dissenso, incentivare la coesione interna dei “culturisti muscolari woke” e privilegiare il simbolismo anziché la sostanza. Il pensiero critico diventa motivo di sospetto e censura in quei “tribunali woke”, nati come legittima attenzione alle ingiustizie sociali e precipitati in seguito nel conformismo ideologico intollerante verso ogni forma di deviazione. Non a caso, media e spazi culturali appaiono sempre più appiattiti sul “pensiero unico”, giacché il dissenso, pur non essendo vietato in un sistema democratico, costringe a una eccessiva prudenza. La “cancel culture” diventa così una scorciatoia morale che non migliora la società ma al contrario, l’infantilizza. Essere critici nei confronti del modo in cui si è evoluta la cultura woke non significa affatto difendere le discriminazioni sociali, piuttosto significa innalzare un vessillo in difesa delle libertà e del diritto al disaccordo nella complessità del mondo reale. La riprovazione simbolica, in sociologia, è descritta come uno strumento potente di controllo sociale, e la violenza simbolica esercitata al suo interno impone interpretazioni e significati. La “nuova cultura woke”, di fatto, non richiede processi analitici e particolare comprensione, ma l’adesione allineata al progetto.
Se la nuova cultura woke produce l’adesione allineata al progetto
Contribuisce alla costruzione di un’identità ortodossa chiusa, in cui l’adozione di norme simboliche diventa una password di accettazione in determinati contesti, in cui “essere woke” è valutato come il marchio di superiorità morale esibito da chi sta dalla parte giusta della storia
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