IA, transizione o rivoluzione: dove stiamo andando?

Dopo aver letto l'intervista di Musk sulle novità del 2027, forse è il caso di ricordare che l'intelligenza artificiale non è un problema; il problema è la nostra incapacità di decidere la società che vogliamo

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Ho letto e riletto l’intervista di Elon Musk sul prossimo futuro con l’I.A. nella quale afferma che dal 2027 cambierà tutto “non sarà una rivoluzione bensì una transizione”. Qualcuno l’ha recepita come l’ennesima boutade capitalista del soggetto, altri come una profezia ma niente panico, niente fine del mondo, io ho preso quella frase molto sul serio: l’ho intesa come una transizione culturale e sociologica, e ho provato a spostarla dal lessico dell’oligarchia miliardaria, che sembra governi il mondo, a quello della vita reale in Italia ed in Europa, cercando di calarla nel mondo della cultura, dell’informazione e del lavoro intellettuale, cioè su quei settori dove già da tempo si lavora male, si guadagna poco e si finge che sia giusto, normale…

Quelle che seguono sono riflessioni personali. Non profezie, non apologie tecnologiche, non nostalgie del “si stava meglio quando si stava peggio”. Solo un tentativo di chiamare le cose con il loro nome. Per esempio “transizione”, detta così sembra una parola neutra, invece è una parola amara come il fiele: ti dice cosa accadrà ma te la porge come quando metti una goccia di China su una zolletta di zucchero; cambia poco ma il disgusto è minore.

In effetti quando Musk dice “transizione” non sta dicendo che non succederà nulla, anzi sta dicendo l’esatto contrario: succederà tutto, ma senza un momento preciso in cui accorgercene. Nessuna rivoluzione, perché le rivoluzioni fanno paura a quelli come lui. Le transizioni, invece, ci accompagnano dolcemente e ci cambiano lentamente mentre mettono via il vecchio spazio vitale.

Non c’è un giorno preciso in cui il lavoro intellettuale sparirà, ma c’è il giorno in cui varrà ancora meno di oggi, poi un giorno in cui varrà molto meno ed infine arriva il giorno in cui ti chiederai perché cavolo continui a lavorare a livelli professionali ridicoli e ricavandone sempre meno. A consolarti però ci sarà qualcuno che ti dirà che sei fortunato ad avere ancora un lavoro, ma che devi aggiornarti, reinventarti, aprirti al nuovo… È così che si produrrà il disagio del prossimo decennio: non con una botta in testa, ma con una lenta erosione della sabbia che hai sotto i piedi.

In Europa, questa dinamica trova terreno fertile

Siamo il continente che ama definirsi “avanzato” mentre reagisce al cambiamento con la velocità di un pachiderma zoppo. E’ il prezzo della democrazia diffusa, e davanti all’I.A. la risposta prevalente è sempre la stessa: bisogna regolamentarla. Che è giusto, per carità. Ma regolamentare non è governare e soprattutto non significa aver capito davvero cosa ribolle in pentola…

Nel frattempo si continua a difendere un’idea di lavoro che non esiste più. In Italia in particolare viviamo di un mito tossico: quello secondo cui il lavoro intellettuale, essendo “studiato e qualificato” sarebbe naturalmente protetto. In questi ultimi 50 anni lo è stato sempre meno, e negli ultimi 10 -nonostante l’evidenza- ci siamo illusi perché c’erano ancora margini per assorbire.

Oggi quei margini sono finiti. E lo si vede dai mestieri che già da tempo scricchiolano senza fare rumore: redattori di testi, copywriter pubblicitari, traduttori, correttori di bozze, addetti ai contenuti per il web, grafici pubblicitari,illustratori, montatori video per prodotti standard, ma anche i nuovi social media manager ridotti a riprogrammare post fatti e rifatti. Tutti mestieri che non spariscono, ma diventano intercambiabili, e quando sei intercambiabile il tuo valore scende, anche se continui a lavorare come un pazzo fino a notte: saranno tutti freelance pronti a qualsiasi chiamata. Per capire il senso delle mie parole basta farsi un giro sulle piattaforme digitali on line come Upwork, Fiverr, Freelancer.com, Malt, AddLance. Mercati globali del lavoro on line, presentati come grandi opportunità per tutti: lo sono di certo, anche se offrono per lo più vagonate di lavoro di bassa lega da fare a pochi euro e presto. Insomma un becero lavoro a cottimo. Il futuro.

Prendiamo il nostro campo: il giornalismo

Da anni non si vive più di giornalismo. Ormai quando non si scrive per conto di chi ti paga per scrivere le cose che più gli aggradano, si scrive per hobby, per decenza, per dignità; quindi per mettere il piatto a tavola occorre associare dell’altro. Per questo, quando oggi si legge che “il giornalismo è stato distrutto dall’IA”, si testimonia di non aver chiara la situazione.

Il giornalismo non è stato distrutto. È stato messo a nudo tutto ciò che era già debole, ripetitivo, derivativo, ora è semplicemente più visibile come tale. L’intelligenza artificiale non ruba il lavoro ai giornalisti: ruba il lavoro a un certo modo di fare giornalismo che campava di inerzia, di riscrittura, di riempimento. Il problema è che in Italia quel modo non era marginale. Era strutturale.

Da anni si foraggiava quel mondo di sottopagati, collaboratori volontari e professionisti invitati a “cooperare”: non è crisi, è stata la sistemica svalutazione del senso giornalistico.

La cultura: il campo dove l’ipocrisia diventa arte

Mai come oggi si produce così tanto: immagini, testi, video, musica, illustrazioni, cose di una banalità disumana. L’IA entra in questo scenario come Maramaldo: uccide gli ultimi barlumi di estro dato che rende subito disponibili immagini decenti, copertine accettabili, concept abbastanza buoni, testi decorosi, perfino sceneggiature presentabili… E quando si scorgono tante insipidezze in giro, occorrono stomaci forti per contenere i conati di chi ha fatto il mestiere negli anni ’80 e ’90: le genialità creative di quegli anni sono inarrivabili per l’I.A.  Non c’è storia.

Così scrittori, artisti visivi, fotografi, illustratori, musicisti, pubblicitari, progettisti culturali non vengono eliminati, vengono semplicemente schiacciati verso il basso, in quel mercato della mediocrità assoluta dove l’asticella del compenso si abbassa e quella della produttività si alza.

E anche in Italia -patria dell’Archeologia, del Rinascimento, dei movimenti Culturali, del Diritto Romano insegnato a tutto il mondo- la cultura inizia ad essere considerata un lusso, una soddisfazione personale, non un lavoro. La transizione tecnologica rischia di renderla un hobby non retribuito definitivamente, salvo rare eccezioni. Il resto? Rumore di fondo e Social.

Ma il punto vero è il lavoro intellettuale nel suo complesso. Per anni ci siamo raccontati che studiare, specializzarsi, affinare competenze cognitive fosse una forma di assicurazione sul futuro. Oggi scopriamo che non è più un’assicurazione, ma una scommessa. Qualcuno è riuscito a incassarla, molti altri la stanno risarcendo con lavori sottopagati, consulenze svuotate, incarichi temporanei… e devono pure ringraziare chi glieli concede.

L’intelligenza artificiale non pensa, ma produce risultati. E il mercato, da sempre, si interessa ai risultati, non ai processi. Se una macchina può scrivere un testo decente, fare un’analisi accettabile, generare un’immagine convincente, il problema non è tecnico. È simbolico: a cosa serve ancora il lavoro umano se non è più richiesta la distintività, la peculiarità, la genialità?

…E qui nasce la transizione: non tecnologica, ma identitaria

Il rischio, che Musk non dice, non è la disoccupazione di massa ma una classe media istruita che lavora ma non si sente più necessaria. Esperti delle professioni classiche che continueranno a lavorare sapendo di essere sempre più sostituibili e quindi meno ascoltati.

E allora cosa sarà il 2027? Sarà l’anno in cui non potremo più fingere di non vedere. Le aziende arriveranno già ristrutturate, le redazioni giornalistiche saranno al minimo, i lavori creativi più affollati sempre meno pagati e l’istruzione classica fuori tempo massimo.

Non sono tecnofobo e non credo alle utopie. Credo però che l’Europa debba smettere di raccontarsi che il problema è l’I.A. Il problema è la nostra incapacità di decidere che società vogliamo quando l’efficienza non basta più.  La transizione è già iniziata e la dobbiamo affrontare di brutto altrimenti Musk e i suoi amici multimiliardari governeranno il mondo sul serio e noi costretti ad appenderci -se ci sarà spazio- a un lembo di una loro giacchetta: altro che transizione!

Carlo De Sio

Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, quando ancora servivano a qualcosa. Ex pubblicitario pentito, esperto di marketing prima che diventasse una parola senza senso. Giornalista curioso per mestiere, pittore digitale per sopravvivenza emotiva. Ho vissuto i Caroselli veri e ora analizzo quelli truffaldini. Scrivo per chi ha ancora due neuroni e una sana diffidenza per il coro pubblico. Questo è il mio chiringuito mentale: se chi mi legge cerca miracoli, cambi grappa. Qui si serve solo pensiero liscio.

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