Il film Mediterraneo, diretto da Gabriele Salvatores e uscito nelle sale italiane nel 1991, racconta la storia di un gruppo di soldati italiani inviati nel 1941 su una piccola isola greca dell’Egeo durante la Seconda guerra mondiale. Apparentemente si tratta di un film sulla guerra, ma l’esperienza dei protagonisti si trasforma progressivamente in un viaggio lontano dal conflitto nudo e crudo, attraverso il quale i soldati riscoprono una dimensione umana fondata sulla quotidianità e sul legame con il territorio mediterraneo.
Il titolo Mediterraneo, fa riferimento al mare che costeggia l’isola in cui è ambientato il film e che ben presto diverrà un’oasi corroborante per i protagonisti, ma probabilmente la citazione rimanda a un significato che va al di là della mera connotazione geografica.
Nel 1949, Fernand Braudel, uno dei padri della storiografia moderna, scrive un’opera intitolata La Méditerranée et le Monde méditerranéen à l’époque de Philippe II in cui presenta il concetto di longue durée elaborato da Marc Bloch e Lucien Febvre nelle Annales e che lo stesso Braudel presenterà successivamente nel suo Histoire et sciences sociales. La longue durée (1958). Braudel, allievo di Bloch e Febvre, sostiene che la storia tradizionale, prevalentemente politica, abbia privilegiato il tempo breve dell’evento immediato, più visibile e rumoroso ma più ingannevole, ignorando un tempo molto più lento, quello della longue durée, nel quale agiscono strutture geografiche, culturali e sociali che possono rimanere relativamente stabili per secoli.
All’inizio di Mediterraneo siamo immersi nel tempo breve dell’evento storico. Otto soldati italiani vengono mandati in Grecia nel pieno della Seconda guerra mondiale, e la loro missione è direttamente collegata alla politica e alle strategie militari dell’Italia fascista. Il gruppo di soldati sembra un campionario pittoresco di sprovveduti: il tenente Montini che li comanda è un cultore di poesia e pittura; il suo attendente, Farina, un timido ometto poco adatto alla vita militare; il mulattiere Strazzabosco, unicamente concentrato sulla sua mula; il marconista Colasanti un inetto; i fratelli Libero e Felice Munaron sono due nostalgici della loro terra natia, da cui si trovano lontani per la prima volta; Noventa, sempre in cerca di un’occasione di fuga e il sergente Lo Russo con velleità militaresche.
Tuttavia, nel film l’evento bellico perde progressivamente centralità a causa del mancato collegamento con il comando italiano. I soldati rimangono isolati sull’isola e progressivamente anche le motivazioni ideologiche con cui erano approdati sull’isola greca iniziano a cedere il passo a favore della vita lenta e delle consuetudini locali dell’isola. La guerra continua a esistere, a devastare popolazioni e territori ma lontano da loro come un’eco a cui ci si è lentamente abituati.
È proprio qui che il concetto braudeliano di lunga durata diventa particolarmente utile. Secondo lo storico francese, infatti, la storia non è composta soltanto da eventi immediati e improvvisi, come guerre, rivoluzioni o cambiamenti politici, ma anche da strutture molto più profonde e lente a modificarsi come l’ambiente geografico, il clima, le tradizioni, le abitudini e le tendenze sociali e culturali.
Nel film, la Seconda guerra mondiale rappresenta l’evento di breve durata, poiché incarna un avvenimento politico e militare che sconvolge nell’immediatezza la vita dei protagonisti, ma che alla fine non riesce a modificare completamente le strutture più profonde della società. L’isola greca, d’altra parte, continua a essere caratterizzata dai propri ritmi di vita, dalle proprie tradizioni e dal forte legame con il territorio.
Braudel attribuisce infatti alla geografia un ruolo fondamentale nella storia. Nei suoi scritti, il Mediterraneo non è considerato semplicemente uno spazio geografico, ma è un secolare crocevia di scambi, migrazioni, commerci, religioni, lingue e tradizioni, qui le sue comunità sono legate da strutture profonde che cambiano molto più lentamente rispetto agli avvenimenti politici.
Anun certo punto, dopo anni di conflitto durante i quali parallelamente i protagonisti hanno costruito una loro stabile e tranquilla quotidianità, un aereo da ricognizione in avaria atterra sull’isola e il pilota informa i soldati che la guerra è finita. Gli otto vengono rimpatriati, ad eccezione di Farina, che sceglie di restare sull’isola e sposa Vassilissa, ex prostituta che ha il sogno di aprirvi un ristorante.
Trascorsi molti anni, in piena epoca Tangentopoli, con l’avvento del turismo di massa che in parte ha stravolto anche l’isola greca, Montini torna in Grecia, vi ritrova Farina, oramai vedovo, in compagnia di Lo Russo che, deluso delle vicende italiane, si è ritirato proprio sul promontorio greco in cui aveva trascorso gli anni più spensierati.
Il ritorno sull’isola permette di confrontare due tempi diversi, quello del passato e quello del presente. Sono passati molti anni e apparentemente tutto è cambiato, ma l’isola conserva qualcosa di sé, così come conserva qualcosa di sé anche chi vi ha vissuto.
Il senso di Mediterraneo dunque, può quindi essere riassunto in una tensione tra cambiamento e immobilità. Sulla scia lampedusana, è possibile tratteggiare anche un altro volto di quella immutabilità che sull’isola conserva la sua dimensione virginale. Anche l’Italia, lontana dalla dittatura fascista, sembra non essere cambiata. I lenti cambiamenti di lunga durata, a cui Braudel faceva riferimento, sembrano comparire anche nella storia italiana. Dopo la guerra, dopo le brutture della dittatura fascista, assopitasi lentamente la speranza di rinnovamento dei primi anni postbellici, la reale natura della società italiana, fatta di corruzione, soprusi e attaccamento al denaro riemerge per ricordarci che se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi.
Il vero cambiamento, per la storiografia moderna, sembra essere quasi impossibile, poiché la natura umana non cambia con la stessa immediatezza con cui cambiano i luoghi, le società e i conflitti. Ed è forse proprio qui che si inserisce lo sguardo di Salvatores: la fuga, allora, non è necessariamente una soluzione, né una trasformazione effettiva ma un modo per sottrarsi temporaneamente alla realtà e immaginare che qualcosa possa essere diverso. La pellicola è introdotta da una citazione di Laborit In tempi come questi la fuga è l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare. È il sogno, più che il cambiamento, a rendere possibile una forma di libertà.

