La disconnessione selettiva dalle bad news

Da sempre una cattiva notizia è una buona notizia. E così morti, violenze, femminicidi e tragedie varie affollano i giornali che sviscerano i fatti e interrogano esperti. Ma è in crescita una domanda diversa: un giornalismo “di soluzione” e di speranza. Sarà la fine della crisi?

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Only bad news are good news. La chiamiamo notiziabilità ed è la guida che da sempre orienta chi fa giornalismo. Pochi valori notizia, nozioni fondamentali per chi si avvicina al mondo dell’informazione, che servono a decidere quando un fatto può avere la dignità di una notizia. E da sempre le cattive news sono notizie buone per i giornalisti. Forse un tantino di più in estate, visto che da qualche giorno, sfogliando quotidiani, scrollando le homepage dei siti web, guardando tg e ascoltando radiogiornali, le notizie positive sono veramente ridotte al lumicino.

C’è la guerra in Ucraina, certo, quella non si è mai fermata; ma ci sono morti e feriti ovunque, raccontati da un giornalismo che in salute, si sa, non sta tanto bene.

Partiamo con una singolare rassegna stampa delle disgrazie quotidiane: ci sono i femminicidi, con una escalation dettata sicuramente dai fatti di cronaca e condita anche dalle molteplici opinioni di esperti e studiosi che ci raccontano che “il nostro Paese sta tornando indietro” (la Repubblica), come questo tipo di violenza aumenti nel periodo estivo (dire.it) e come ci siano delle lacune nel codice rosso rafforzato (Il Fatto Quotidiano). Poi c’è il 21enne che ha ammazzato il padre e un amico e che è stato ritrovato in un bosco dopo giorni e giorni di ricerche; e la storia del bimbo di 7 anni risucchiato da un tubo alle terme; al capitolo delle violenze aggiungiamo l’indicibile (mica tanto?) violenza di gruppo ai danni di una giovane a Palermo, e ancora uno chef milanese morto a New York e poi successivamente il virus del West Nile i cui casi sono in aumento in Italia. Per non farci mancare niente, visto che le bad news tirano, c’è l’infermiera serial killer di neonati che ammazzava i bambini con latte e insulina nel Regno Unito. Per trovare una notizia che non tratti morti o feriti, bisogna affidarsi allo scandalo che riguarda l’ex ministro Scajola che ha assunto al comune dove è sindaco la fidanzata del figlio; al polverone che ha travolto il generale dell’Esercito Vannacci, rimosso dalla guida dell’Istituto geografico militare di Firenze dopo aver scritto un libro dai contenuti omofobi e sessisti; oppure alla tempesta di caldo di Nerone che si preannuncia nei prossimi giorni… Insomma, chiamiamole buone notizie: fatti non violenti ma abbastanza lontani dal concetto positivo di good news.

A una sommaria analisi, sul sito di Repubblica, la parola “morto” nella titolazione ricorre 11 volte solo nella homepage; 4 volte la parola “ucciso”. Non va meglio sul sito internet del Corriere della Sera, che usa per 8 volte nella titolazione la parola “morto”.

È come se l’informazione generalista stesse facendo le prove generali delle numerose trasmissioni di infotainment che, lontano dai palinsesti pomeridiani estivi in cui si tende solitamente al riciclo, mescolano la spettacolarizzazione del dolore al giornalismo e che spesso, ahinoi, trasformano lo strazio reale in storie da intrattenimento pomeridiano.

Sia chiaro: i fatti ci stanno, su questo non ci piove; ma ci siamo chiesti il lettore come reagisce al bombardamento delle bad news? E se la crescente disaffezione della gente comune al mondo dell’informazione fosse anche colpa della rincorsa continua alle cattive notizie?

Ed ecco che entra in gioco la disconnessione selettiva: un meccanismo di autodifesa dall’angoscia che può scaturire dalla lettura delle cattive notizie. Secondo il Digital New Reports 2022 del Reuters Institute, il fenomeno – cresciuto dopo la pandemia – è mondiale ma raggiunge picchi in America, dove 4 persone su 10 hanno dichiarato di non voler essere informati sulle cattive notizie. Insomma, la disconnessione che non è più solo quella dettata dalle vacanze e dalla necessità di staccare la spina; ma un bisogno di stare lontani da questo tipo di informazione, che si evita quasi come nella vita reale si evitano le persone negative. E se la soluzione alla crisi che attanaglia il mondo dell’editoria fosse anche un giornalismo che dà speranza, che racconta come risolvere i problemi e incute fiducia?

Barbara Ruggiero

Coordinatore del magazine, giornalista professionista, è laureata in Comunicazione. È stata redattrice del Quotidiano del Sud di Salerno e, tra le altre esperienze, ha operato nell’ufficio comunicazione e rapporti con l’informazione dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni). Già docente di progetti mirati a portare il giornalismo nelle scuole, è stata anche componente e segretaria del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Campania.

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