Ercolani, l’altro come eccesso e impellenza di una scrittura infinita

L’idea che percorre l’intero volume dello psichiatra è l’utopia di una vita che resista agli attentati contro la vita, che si opponga a silenzio, morte, follia

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È un orgoglio, per me, essere considerato uno scrittore per pochi. Non tutti possono vogliono leggermi: sono faticoso, complesso, non classificabile. Non accontento i narratori, deludo i saggisti, i poeti mi vedono come un intruso. Occorre, prima di leggermi, diventare lenti e sopportare i diversi atti della mia Odissea: Calipso, l’isola dei Feaci, Polifemo, Itaca. Un tempo per ricordare il viaggio passato, un tempo per essere qui, ora, e descriverlo, inventandolo futuro. Ma il tempo di descrivere, per un viaggiatore, è sempre una magia speciale, una musica particolare. Marco Ercolani, L’altro dentro di noi, Anterem, pag. 79.

È un libro avaro, questo librino dalle mille interrogazioni e nessuna risposta. Tuttavia, anche un libro generoso, dalle tante risposte e nessun interrogativo. È possibile? Certo! Il linguaggio può tutto e non può nulla. Che cos’è, allora, questo libro? Non è romanzo. Non è poesia. Non è saggio estetico, si parla molto di arte nella sua accezione più larga, – cioè che comprende riflessioni sulla scrittura, sulla poesia, sulla pittura, sulla musica, sul cinema, sull’architettura – o immediatamente più problematica ed emozionante. O acrobatica, irregolare, folle. “I folli, è vero, soffrono di verità. La sentono a un così alto grado di temperatura emotiva che spesso non riescono a evitare il caos. Ma la scrittura, se è autentica e non banale, è una seconda chance rispetto alla realtà”. Non è nemmeno un’intervista, sebbene il libro sia presentato come una sorta di autointervista, perché mancano sia le domande, sia l’intervistatore che di norma gestisce il colloquio.

L’idea che percorre l’intero volume, è scritto in quarta di copertina, è l’utopia di una vita che resista agli attentati contro la vita, che si opponga a silenzio, morte, follia. Marco Ercolani (Genova 1954) è psichiatra e scrittore, parimenti leggiamo come, in questo libro dalle infinite vertigini o anche perturbamenti, ebbrezze, piaceri, si definisce l’autore: Né poeta lirico né scrittore apocrifo né saggista di poeti né teorico della follia, non mi è mai interessato il fallimento ‘relativo’ delle mie possibili carriere all’interno di quei temi, ma il fallimento irrimediabile, irrisolvibile, beckettiano, della mia scrittura composta di soprassalti, fra prosa e poesia, eccessivamente vasta. Alcuni, per non classificarla come compulsiva, l’hanno definita rapsodica, ma forse hanno mentito per compiacermi. Vediamo di capirci qualcosa, allora. Ci riusciremo? Un libro non è mai un libro. Perché definirlo? Un libro è la negazione del libro. Un libro non è mai completo. Un libro non è mai esauriente. Un libro non è mai per sempre. E questo è il “non” del libro. Un libro è un delirio. Un libro è una scrittura indecifrabile. Un libro è un tradimento della ragione. Un libro è la ricerca del libro. E questo è l’“è” del libro. Ovviamente, si possono annoverare tanti altri “non” come tanti altri “è”. Resta l’infinità del libro, il suo soggiogare e soggiogarci. La sua alterità come la sua compassione. La sua avidità come la sua magnificenza. Di là, obliquamente, ci sarebbe il compiacimento, il dolore immutabile, l’irrimediabile bisogno di scrivere. Un gioco tra depressione e maniacalità. O una lotta feroce per arginare la devastazione e gli oltraggi. L’assillo, l’interesse, l’impegno etico di Ercolani è talmente vasto da essere spropositato. Come se l’eccesso di una scrittura o la sua stessa debolezza, mancanza, fosse il tentativo di cogliere quell’indicibile che tanto ci sovrasta o sconvolge. “Lo psichiatra deve distogliere il malato dalla letteralizzazione del sintomo per guidarlo alla metafora della sua rappresentazione, proprio attraverso le vie molteplici della scrittura”. E ogni scrittura, si sa, rimanda inevitabilmente alla lettura. Chi sono gli interlocutori eletti di Ercolani se non scrittori, artisti, filosofi, drammaturghi, musicisti? Ne elenco qualcuno, sebbene molti altri ne traspaiano nelle sue intense righe, e certamente non per plagio, ma per condivisione d’intenti o per fragili allusioni a ciò che può rivelarsi come significato, o tradimento, parola che Ercolani usa spesso e che credo, condividendolo, nella sua intuizione di seduzione e superamento. E veniamo ai nomi: Walser, Novalis, Hölderlin, von Kleist, Goethe, Stifter, Kafka, Bernhard, Sebald, Celan. Per il versante russo, ci sarebbe Cechov, Tolstoj, Dostoevskij. Flaubert e Valéry per la parte francese. Per il teatro, otteniamo Shakespeare, Artaud, Kantor. Per la pittura Klee, Caspar David Friedrich, Henry Michaux, Wols, Boltanski, Burri. Per la musica Schubert, Shostakovich. Per la filosofia Nietzsche, non fosse altro che per il suo soggiorno a Rapallo vicino a Genova. Non un noioso elenco ma una possibile traccia di un percorso d’incontri che lasciano un’impronta, un fluido graffio sulla pagina bianca di un’intervista che si muove a piacimento trafiggendosi in altezze abissali quanto immaginarie. “Il gioco dell’arte abbandona le comode superfici per inoltrarsi nel pericolo delle profondità, nella selva del non-ancora-detto al centro di sé”. Ne emerge un incontro con la mente e con le strutture dell’arte e della dedizione. Come se una voce ne chiamasse un’altra, ma tutte convergessero verso quella dimensione fondamentale che per Ercolani è il sogno. “L’uomo non deve farsi mai stancare dal sogno”. Così l’arte diventa, scrive Ercolani, il paradossale tentativo di cura dalle distorsioni e dalle ingiustizie subite nel corso del tempo e della storia da uomini e artisti: un’arte destinata a sopravvivere come fantastico desiderio di giustizia contro i soprusi del potere. Ma l’arte è anche raccoglimento e meditazione prima dell’esecuzione, scrive ancora Ercolani, come per il pittore zen. Al momento dell’esecuzione, esserci: poi dopo l’esecuzione sparire. In aggiunta, è di notevole interesse, perché oltretutto il libro lo permette, la suggestione che la mente, la psiche sia una grande energia che merita un’attenzione diversa dai linguaggi cui ci ha abituato il neopositivismo o lo scientismo tout court che hanno permesso, oltretutto, una marginalità, o meglio una rimozione di tutto ciò che può mostrarsi in apparenza senza senso, quando in realtà ci sarebbe bisogno di una maggiore comprensione e sforzo per avvicinare quella “follia” del linguaggio che si manifesta non solo negli artisti ma anche in quelle zone del disagio mentale che la farmacologia imperante e una certa psichiatria non esita a relegare negli angusti spazi dell’anormalità e della censura. Ecco, allora, che l’impegno di Ercolani di edificare un’opera diventa il tentativo sempre fallibile di un gesto, di un’azione, di un movimento che è e sarà sempre incompleto o incompiuto: il libro è sempre e solo desiderio irrealizzabile. L’esortazione finale ai lettori di completare il libro è l’unica possibilità che hanno di esperire il libro, che è opera, azione e vita. Soprattutto il “libro a venire” – qui il rimando a Blanchot è d’obbligo – è l’altro. Un libro, quindi, che ambisce al libro e ad altri libri. A quei libri per persone sbadate o irreprensibilmente curiose. “Sì: non morire dentro un’unica forma, fosse anche sublime e riconosciuta, ma cambiare maschera e proseguire”. Perché alla fine, racconta ancora Ercolani, scrivere sia ancora un inizio. Libro, questo di Ercolani, complesso, forse per scrittori, poeti, artisti, medici. Forse, un libro anche oracolare e profetico. “Il messia arriva da un’irriducibile estraneità del mondo e non potremmo riconoscerlo, anche se arrivasse. Quindi fai come me: resta segreto e lui ti passerà accanto”. Rimane tuttavia un libro irresistibile. Di sicuro, capiterà di leggerlo più volte. Si può anche aprire e leggere a caso. Non si rimarrà mai delusi.

[Marco Ercolani, L’altro dentro di noi, Anterem, pag. 79]

Marco Ercolani (Genova 1954) psichiatra e scrittore. Ha scritto numerosi romanzi, poesie e saggi per vari editori. È vincitore del Premio Montano e del Premio Morselli.

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