Olindo e Rosa, torna in onda l’Erba-show

La riapertura del caso riporta sotto i riflettori i coniugi accusati di plurimo omicidio ma pure la deriva di certa informazione: dalla pornografia del dolore al processo mediatico

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Sono passati diciotto anni ma il fascino mediatico della strage di Erba evidentemente non è mai finito. Nella valanga informativa contemporanea dei fatti di “nera”, il caso di Rosa e Olindo continua a dominare l’agenda dei media. Complice la riapertura del processo, la strage di Erba torna sui giornali e sul piccolo schermo in maniera massiccia. Esattamente come accaduto nel 2008, al via del processo a carico dei coniugi Rosa Bazzi e Olindo Romano, anche in occasione della riapertura del caso giornali e tv ci hanno informato di code di persone comuni all’ingresso del Palazzo di giustizia di Brescia per assistere al processo, di giornalisti assiepati all’esterno del Tribunale, e le tv ci hanno informato di ogni dettaglio relativo a quanto accaduto in aula.

L’orrore della porta accanto

Rosa e Olindo sono tra i protagonisti di quella che i media ricordano come “la strage di Erba”: i due coniugi sono stati condannati all’ergastolo e ritenuti colpevoli di omicidio plurimo.

I fatti: nel dicembre 2006 in una villetta di Erba, vicino Como, vengono uccisi Youssef Marzouk, di soli 2 anni, sua madre Raffaella Castagna, la nonna Paola Galli e Valeria Cherubini, la loro vicina di casa. Rosa e Olindo – rispettivamente domestica e netturbino – sono due vicini di casa di Raffaella Castagna e di Azouz Marzouk e in passato hanno avuto con la coppia numerosi screzi. L’impianto accusatorio che stabilisce la colpevolezza dei due coniugi si basa sulla testimonianza di Mario Frigerio, unico sopravvissuto alla strage, marito di Paola Galli e nonno del piccolo Youssef, su una macchia di sangue trovata sull’auto di Olindo e sulla confessione resa dai due agli inquirenti dopo un lungo interrogatorio nel gennaio 2007. La Cassazione nel 2011 aveva reso definitiva la condanna dei due all’ergastolo, confermando la sentenza del primo grado.

Sulla condanna all’ergastolo di Rosa e Olindo si sono scatenate sempre molte polemiche, tanto che secondo alcuni ci sarebbero punti controversi che sono alla base della richiesta di revisione: i due coniugi, secondo questa tesi, potrebbero essere stati vittima di uno dei più clamorosi errori giudiziari della cronaca italiana. Su richiesta del sostituto procuratore generale di Milano c’è il via alla revisione del processo perché le tre prove a carico di Rosa e Olindo sarebbero infarcite di gravissime criticità non valutate nelle sentenze di primo e di secondo grado.

La strage di Erba fin dal 2006 ha diviso l’Italia tra colpevolisti e innocentisti e ha fatto la fortuna di molte trasmissioni tv: da Un giorno in pretura (unica telecamera ammessa al processo di revisione, che però non ha potuto inquadrare i protagonisti, e ha dedicato al caso un’intera serata del prime time), a quegli spazi tv che intrattengono e informano, spesso facendo leva principalmente sulle emozioni, sguazzando tra spettacolarizzazione e morbosità.

Lo show mediatico

Lo scorso primo marzo, in occasione della riapertura del caso, all’esterno del Palazzo di giustizia di Brescia si è ripetuta la stessa scena: persone comuni in fila dalle 6 del mattino pur di assicurarsi un ticket per l’ingresso nell’aula in cui si consuma la revisione del processo; cronisti assiepati all’esterno del Tribunale e in attesa dell’ingresso di Rosa e Olindo e interviste a chi ha deciso di fare un lungo viaggio pur di assistere all’ultima (?) puntata di un caso di cronaca che assomiglia sempre più a un reality. Ecco la mediaticità di un evento che calamita la morbosità più che l’attenzione popolare. Quarto Grado, giusto per fare un esempio, è andata in onda proprio la sera della nuova udienza e, dati alla mano, ha dedicato più di due ore al caso. Un fenomeno che conferma la tendenza mai sopita del grande pubblico e di certa stampa verso il cosiddetto processo mediatico; un fatto che evidenzia anche una realtà: se c’è un’offerta di un determinato tipo di informazione, probabilmente esiste pure una domanda; sono le regole del mercato che – volenti o nolenti – dominano anche il mondo dell’informazione.

Quella mediatica era stata la via scelta anche dai protagonisti: Rosa e Olindo sono stati autori di lettere, interviste e messaggi distribuiti a turno a trasmissioni locali e nazionali. Proprio Quarto Grado ha rilanciato di recente una intervista-confessione rilasciata da Olindo allo psichiatra Massimo Picozzi.

Adesso, invece, con la riapertura del caso – mentre nella piazza di Erba spuntano le statue di Rosa e Olindo – i coniugi scelgono una strada differente: non vogliono apparire, dicendo espressamente no alla richiesta di autorizzazione delle riprese audiovideo in aula avanzata dalla Corte di Appello di Brescia.

Le cronache di giornata narrano della circolazione stradale in tilt fin dalle prime luci dell’alba, delle lunghe code davanti al Tribunale e di gente arrivata perfino dalla Sardegna per cercare di assistere allo “spettacolo” in aula: una selezione molto dura, visto che solo 45 persone sono state ammesse. Una ventina, invece, le troupe all’esterno del Palazzo di giustizia con giornalisti pronti a intervistare la gente comune che si divide in pro e contro; quasi come se si trattasse di un pre partita di una gara di calcio di cartello. La macchina mediatica ha predisposto per i giornalisti la visione dell’aula di Tribunale attraverso un maxischermo in cui, per loro volontà, non appaiono le immagini di Rosa e Olindo. Le descrizioni sono affidate agli avvocati e agli spettatori ammessi in aula oltre che al disegnatore. Anche le telecamere di Un giorno in Pretura, uniche ad essere ammesse in aula, non hanno il permesso di inquadrare i due coniugi.

La morbosità

«Ma lei ha incrociato lo sguardo di Olindo e Rosa?». Chiede uno dei giornalisti assiepati all’esterno del Tribunale ad Azouz, padre e marito di due delle vittime della strage di Erba. Forse un modo per farsi raccontare ciò che gli occhi del cronista non hanno potuto cogliere. Sarà il caso di ricordare, però, che questa strage è solo uno dei fatti della recente storia italiana che approdano sul piccolo schermo come fiction a puntate; situazioni in cui, complici i salotti tv e le trasmissioni di infotainment, il diritto di cronaca sfocia spesso nella pornografia del dolore o nel processo mediatico, che si svolge prima o in parallelo rispetto a quello nelle aule del Tribunale. Gli utenti, catapultati nelle scene di un vero e proprio processo mediatico, si sentono investigatori e giudici. Sugli schermi va in scena la cronaca di dettagli cruenti, descrizioni minuziose, attività investigative che affiancano quelle giudiziarie e di particolari neanche essenziali ai fini della narrazione giornalistica: così la cronaca nera prende la strada della morbosità e diventa un circo della sofferenza in cui pare esserci più spazio per il dramma che per l’essenzialità dell’informazione. Un genere inaugurato quando, poco più di venti anni fa, Bruno Vespa con Porta a porta fa arrivare nelle case degli italiani il plastico della villetta di Cogne: una puntata vista in tv da 10 milioni di telespettatori; numeri che evidenziano – forse a parziale discolpa del mondo dei media – come da parte dell’utenza ci sia “richiesta” di simili informazioni.

La cronaca nera è da sempre un genere giornalistico “fortunato”: Dino Buzzati la definiva uno straordinario specchio dell’Italia. L’interesse del pubblico verso questi temi e la propensione dei media a creare mostri e divi non sembra un fenomeno in calo. Carlo Sorrentino, nel saggio Quando la nera diventa spettacolo provava a individuare le ragioni del successo «nella centralità delle infrazioni alle regole della vita quotidiana e nella funzione rassicuratoria svolta, poiché permette di condividere il racconto dell’indicibile – il crimine – e la sua ferma condanna collettiva. In tal modo, la cronaca nera ribadisce valori e priorità che consentono di ristabilire il senso di comunità e – soprattutto – il bisogno di continuità, necessario a ciascuno di noi per gestire l’ansia del futuro, tanto più incerto quanto più imprevedibile». È il fascino del crimine, che ha scritto numerose pagine nella storia dell’informazione italiana.

 

Barbara Ruggiero

Coordinatore del magazine, giornalista professionista, è laureata in Comunicazione. È stata redattrice del Quotidiano del Sud di Salerno e, tra le altre esperienze, ha operato nell’ufficio comunicazione e rapporti con l’informazione dell’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni). Già docente di progetti mirati a portare il giornalismo nelle scuole, è stata anche componente e segretaria del Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Campania.

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