La cerimonia del massaggio, Bennett e l’ipocrisia sociale

Un monologo in grado di riunire più voci, un contesto a dir poco imprevedibile: tutto ruota intorno a padre Geoffrey Jolliffe, ritrovatosi a officiare la cerimonia funebre del giovane Clive, di mestiere massaggiatore. Uno dei più noti romanzi brevi di Alan Bennett, pubblicato nel 2002 e approdato alla scena italiana grazie al lavoro di Anna Marchesini, a cui va anche il merito della traduzione.

Tempo di lettura 3 minuti

Dopo il fortunato debutto della scorsa stagione, è tornato nei teatri La cerimonia del massaggio, l’adattamento dell’opera di Alan Bennett diretto da Roberto Piana e Angelo Curci, con la drammaturgia di Tobia Rossi. In scena al Ridotto del Mercadante lo scorso novembre, ha conquistato il pubblico grazie all’ironia caratteristica dello scrittore britannico e a un brillante Gianluca Ferrato nelle vesti del protagonista. Un monologo in grado di riunire più voci, un contesto a dir poco imprevedibile: tutto ruota intorno a padre Geoffrey Jolliffe, ritrovatosi a officiare la cerimonia funebre del giovane Clive, di mestiere massaggiatore. Con suo grande stupore, è una cerchia di personaggi famosi a presentarsi alla funzione, e tutti – ma proprio tutti, compreso il sacerdote anglicano – pur turbati dalla morte precoce di Clive, arriveranno a condividere un’unica preoccupazione, scaturita da un preciso interrogativo…come è morto davvero Clive Dunlop?

La cerimonia del massaggio è uno dei più noti romanzi brevi di Alan Bennett, pubblicato nel 2002 e approdato alla scena italiana grazie al lavoro di Anna Marchesini, a cui va anche il merito della traduzione. Questo nuovo adattamento ne preserva intatto lo stile tragicomico, che si regge su una critica a tratti tenera, a tratti pungente, e tiene il ritmo sulle energiche note dei Queen. Una produzione Società per Attori, che vede coinvolti Francesco Fassone per la scenografia, Agostino Porchietto per i costumi, Renato Barattucci per luci, e Simone Rosset quale video designer. 

Un funerale insolito: il monologo corale di padre Jolliffe

Un vistoso e poliedrico oggetto regna sulla scena: un pulpito in velluto rosso, circondato da una scala a chiocciola, che racchiude in sé il confessionale e lo spogliatoio di padre Jolliffe. Quest’ultimo fa il suo ingresso, accende le candele e incensa lo spazio intorno a sé. Si accinge a celebrare il funerale di un giovane che lui stesso ha conosciuto (ma forse non è il caso che si sappia in giro). È preoccupato, non sa bene cosa dire e come, teme che i partecipanti alla cerimonia – così diversi dai soliti parrocchiani che frequentano la sua comunità di fedeli – possano comportarsi in maniera inopportuna. E ha ragione: c’è chi arriva a confondere i quadri della via Crucis con una mostra di arte contemporanea, chi non esita ad accendere una sigaretta, complice il nervosismo, e nessuno sa bene quando è il momento di sedersi o quali argomenti è il caso o meno di discutere in uno spazio sacro.

Per tutta la durata del rito, il ritratto del defunto è rivolto alla platea, e sembra ridere di tutti gli invisibili partecipanti: è la fotografia a mezzo busto di un affascinante trentenne, avvolto da una nuvoletta di cuoricini. Clive, infatti, è stato il sogno proibito e condiviso di tutti i presenti…anche di padre Jolliffe. Il mistero della morte del giovane “massaggiatore” insinua in ciascuno il sospetto di esser stato contagiato da qualche letale malattia infettiva. Se la drammaturgia consente di immaginare con facilità gli altri personaggi in scena, con cui Jolliffe interloquisce, e il pubblico stesso è chiamato a far parte della cerimonia funebre, allo stesso tempo le paure del protagonista diventano quelle di tutti. In un intreccio di colpi di scena, di sacro e profano, ognuno è chiamato a fare i conti con i propri segreti.

I temi di Bennett, dalla solitudine alla critica dell’ipocrisia

Tipica delle pagine di Bennett è la critica all’ipocrisia sociale – tanti dei vip che prendono parte al funerale conducono una doppia vita – e in questo caso non risparmia le contraddizioni legate alla sfera religiosa. Padre Jolliffe, pur vivendo la propria fede in modo poco convenzionale, è un uomo che si confronta quotidianamente con la divinità, cui rimprovera di possedere un certo “coté malvagio”. Eppure fa del suo meglio per adempiere ai suoi doveri ed è, soprattutto, un uomo che soffre la sua condizione di solitudine imposta. Nel romanzo breve, la surreale cerimonia funebre è narrata dal punto di vista del canonico Treacher: spettatore tra gli altri, membro della commissione che dovrà valutare le capacità di Jolliffe. Treacher scompare dalla trasposizione, ma il suo ruolo arriva a coincidere con il giudizio dello spettatore: attraverso il monologo, il pubblico viene chiamato a valutare l’efficacia della funzione svolta dal sacerdote – della sua performance, in un certo senso. E a fare molto di più, perché è messo pian piano a conoscenza dei pensieri e del turbamento del protagonista, che riflettono lo stato d’animo collettivo.

Parentesi intima e commovente è poi la scena nel confessionale: il volto di padre Geoffrey è seminascosto dalla porticina chiusa, mentre egli racconta delle volontà di una parrocchiana di far disperdere le sue ceneri in un luogo amato. Si dice che, un giorno, vorrebbe anche lui poter chiedere a qualcuno di occuparsi delle proprie volontà. La morte di Clive sembra risvegliare nei personaggi quelle domande che richiamano alla vita e all’autenticità: non è strano se, dopo la cerimonia funebre di Clive, padre Jolliffe “forse era diventato meno severo con se stesso” (La cerimonia del massaggio, di Alan Bennett, Adelphi, 2012).

Annateresa Mirabella

Nata nel 1996, è laureata in Semiotica e in Filologia Moderna. Attualmente frequenta il master in Critica Giornalistica presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico

Previous Story

Matteo Saggese, un ponte tra due mondi e culture

Next Story

Il suono della zampogna, fascino ed eco di tradizioni centenarie