Davide e il lievito prodigioso della scrittura-corpo

"Il ladro di quaderni" (Einaudi), romanzo di formazione di Gianni Solla, racconta l'evoluzione del protagonista Davide grazie alla funzione quasi erotica della scrittura che gli libera il desiderio di conoscenza e ne determina la crescita

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Un libro sul sé e sull’altro da sé, sul tempo perduto e il tempo ritrovato, il qui e l’altrove, la povertà materiale e la ricchezza interiore. Scritto per la Einaudi da Gianni Solla, un autore che non conoscevo ma di cui desidero risalire la corrente.

Un libro con dei protagonisti molto ben connotati, pure nel suo narrato e nelle sue riflessioni puoi trovare frammenti di te, il che porta a interagire con la scrittura te lettore e te lettore persona.

Il ladro di quaderni è un romanzo, parola che in me ne elicita un’altra: trama. Credo che molta scrittura contemporanea si rifaccia a strutture monologiche, o anche dialogiche, povere di trama. Credo anche però che il romanzo chiami trama, perché è la trama che avviluppa il lettore. Lo penso da quando, ragazza, ero una lettrice bulimica. Allora però lo pensavo ma non lo capivo. Ora che sono una lettrice anziana, lo penso e lo capisco.

In una cosa sono rimasta come allora. Quando un romanzo mi piace, leggo veloce, rallento poi quando sta per finire, perché già so che mi mancherà.

Chiaramente, per scandagliarne bene i fondali c’è bisogno di una seconda lettura, di solito più distaccata.

La prima lettura di questo libro mi ha suscitato emozioni molto forti, anche fisiche. Alcune pagine mi hanno fatto sentire dei crampi nella pancia e non avevo parole per spiegarmelo. La parola era una e una sola: emozione. Quando ho terminato di leggere, ho fatto quello che faccio sempre di fronte a un buon libro. L’ho trattenuto per godere quello strascico emotivo foriero di riflessioni.

Ma procediamo per gradi, altrimenti la memoria mi fa qualche scherzo. Ormai come memoria che funzioni mi è rimasta solo quella emotiva. Viceversa la mia memoria recente è molto fallace. Ho costruito una teoria per salvarla. La teoria è questa: la mia memoria mi è amica e vuole alleggerirmi dal troppo che mi occupa la testa. Come dire… svuota cestino svuota cestino. E sia, mi piace considerare mia amica la memoria, anche quando mi abbandona.

Naturalmente sto facendo una digressione, ma reputo che le digressioni, che non sono indispensabili, possano essere utili a capirci meglio. Poi digressione rispetto a chi e che cosa, se tutto è fittamente allacciato?

L’incipit del libro.

L’incipit è il bigliettino da vista dell’opera con cui l’Autore si presenta. Molti romanzi vengono abbandonati prima di esser letti perché hanno un incipit non intrigante. E’ una cosa triste, perché magari dopo un po’ arrivano pagine bellissime, ma purtroppo accade. Non abitiamo un’epoca di pazienza.

Mi piace anche pensare all’incipit come a un saluto.

L’incipit di cui parliamo è un incipit accattivante, che da subito sembra prenderti per mano per accompagnarti lungo la lettura.
Un incipit netto, dove in prima pagina viene detto dal protagonista che suo padre pensa che studiare non serva. Un maiale più un altro maiale, fa due maiali, basta. Questa semplice addizione, basta a costruire la matematica che ci serve nella vita.
E viene detto anche che secondo i vecchi seduti nelle piazze, nelle parole è contenuta la verità o il contrario della verità.
La famiglia del protagonista Davide, di cognome fa Buonasorte, ma la morte dei nonni nella cava di Maddaloni per un’esplosione, la povertà di casa e la gamba zoppa di Davide (in paese detto sciancato, scannapuorc, abbuccato), fanno subito intendere da quale lato leggere il significato del loro cognome.

La lingua.

Tutto il romanzo è scritto in una lingua asciutta, misurata, pulita. Non ci sono parole difficili e nemmeno inusuali di cui cercare il significato. Scarna l’aggettivazione.
‘’Non descrivo mai attraverso gli aggettivi. Non scrivo mai di un personaggio che è triste. Con altre parole o attraverso un dialogo lo faccio intendere’’- Solla.

Ne consegue un nitore narrativo che ho molto apprezzato e che secondo me risponde meglio alla forma spesso evocativa del romanzo.

La storia

Quando la storia inizia siamo nel 1942, in un piccolo paese del casertano, Tora, abitato da contadini e allevatori di bestiame. Gente umile, analfabeta, che conosce solo il linguaggio della terra e delle bestie.
Anche Davide, seppur ragazzo, è un allevatore, un allevatore di maiali, con cui vive in uno stato simbiotico, al punto da chiamarli per nome, anche se il padre non è d’accordo. Fortunà dice che è inutile dare il nome a una bestia che verrà venduta o macellata.

Il preferito di Davide, il Nero, è un esemplare enorme, pericolosissimo, eppure l’unico di cui lui non ha paura, nonché l’unico essere sulla terra a cui vorrebbe somigliare.

Davide è analfabeta come suo padre, ma pur se sporco e inselvatichito dal suo rapporto coi porci, ha dentro sé un animo sensibile. Il suo grande desiderio è imparare a leggere e scrivere. Per farlo, al mercato ruba i quaderni a don Aniello Panzer, che Solla definisce un venditore corpo a corpo, un venditore abile dunque, ma che il ragazzo riesce lo stesso a gabbare. Nel porcile Davide annusa i quaderni, finge di scrivere, fa le asticelle e delle strane traiettorie che unisce dando luogo a una sorta di scrittura immaginaria, ma che pure è il primo mattone della sua istruzione.

La formazione del protagonista scorrerà dettata dal rapporto con le bestie maiali e con la bestia padre, fascista fanatico che alla parete della cucina ha affisso accanto alla figura di Gesù quella di Mussolini, così quando la mattina si fa il segno della croce non si capisce quale devozione sia più forte. Padre padrone della cui violenza Davide farà le spese. E poi il rapporto con la natura. Lui conosce a menadito il bosco ed è capace di attraversarlo anche ad occhi chiusi. Lui conosce la ‘dittatura del freddo sulla campagna’ cui soggiacciono gli animali e la vegetazione.

Il secondo binario della sua formazione scorrerà invece sull’amicizia-amore con due figure cardine della sua vita: Teresa e Nicolas.
Teresa, che ha qualche anno più di lui ed è l’unica persona istruita del paese, è la sua stella polare. Lavora nella corderia di famiglia, Davide ama l’odore di canapa dei suoi capelli. Lei lo difende dagli attacchi dei paesani relativi alla sua disabilità. Davide la chiama la mia piccola chiesa.

Nicolas, è un giovane ebreo che insieme ad altre 35 persone, allontanate dalla loro vita e dai loro luoghi, è stato dal regime fascista confinato a Tora, dove sono costretti a lavorare la terra. Questi ebrei, su cui inizialmente ricade molta diffidenza, per la loro bontà e mitezza saranno poi ben accettati dai paesani, che anzi li proteggeranno sino a far sparire, quando a guerra finita i tedeschi ancora impazzano con le loro rappresaglie, i documenti che testimoniano la loro presenza.
Non è un libro, si badi, che parla di Shoah, ma di questo bubbone ne descrive gli esiti. Nicolas oltre che istruito, è una grande mente e un ragazzo bellissimo e sensibile. Recita il Riccardo III di Shakespeare e Davide ne è rapito. Vorrà sempre assomigliargli, e non sa che anche Nicolas desidera somigliare a lui. I tre formeranno un piccolo gruppo che basterà a se stesso e che si nutrirà di ardore giovanile, amore, amicizia.

Magistrale la scena descritta in cui ciascuno di loro, a partire da Teresa, si spoglia e si lancia da una piattaforma nelle acque gelide del fiume. Davide è terrorizzato dal farlo, ma capisce che deve e si lancia anche lui per un’acquisizione di coraggio. In seguito penserà che con quel salto è iniziata la sua seconda vita.

Teresa e Nicolas saranno le persone che Davide amerà e cercherà per sempre.

Davide Teresa e Nicolas dunque sono i protagonisti del libro, ma prima di essi, protagoniste sono le parole. Davide per poter crescere, conoscere, e un giorno poter lasciare il paese come desidera, partirà da lì, le metterà pazientemente insieme come mattoni di una casa, compitandole pure la notte, pure sulle dita, pure sui muri.

Un libro bellissimo dunque, che oltre che essere evocativo ci parla di formazione, giacché durante tutta la sua stesura Solla ribadisce come sia importante l’istruzione per la conoscenza, soprattutto della libertà, e di educazione sentimentale
In tutto il romanzo, inoltre, Solla utilizza l’idea che la scrittura ha a che fare col corpo, anzi che abbia quasi una funzione erotica, proprio perché serve ad apprendere a liberare il desiderio, che in questo caso è per il protagonista Davide il desiderio di scrittura, lettura, conoscenza.

Da ultimo ma non per ultimo, un libro cinematografico, la cui storia sicuramente vedremo sugli schermi.

 

 

 

 

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