Valeria Giordano, se Teoria Generale del Diritto e Gender Law diventano una sfida

Titolare di un insegnamento nuovissimo per proporre agli studenti qualcosa che li facesse riflettere su tutte le questioni di genere legate al diritto. La folgorazione della filosofia del diritto, la guida illuminante di Alfonso Catania, la passione per i viaggi di studio, le integrazioni culturali

Tempo di lettura 7 minuti
La filosofa del diritto Valeria Giordano (Unisa)

L’incontro con la professoressa Valeria Giordano è stato prezioso, non solo per i temi fondamentali e importanti che abbiamo affrontato durante l’intervista, ma soprattutto per la complicità e l’empatia che si è creata durante la mezz’ora che abbiamo trascorso insieme. Docente di Teoria Generale del Diritto, Informatica Giuridica, Teoria del Diritto dell’Argomentazione e Gender Law presso l’Università degli Studi di Salerno, la Giordano che, prima di ogni cosa, è una filosofa del diritto studia e insegna il diritto facendo leva sul proprio senso critico e su quello dei suoi studenti. Aspirante globetrotter, empatica e paladina dei diritti delle donne, il suo percorso di studio e umano è davvero ricco e interessante.

Tra i suoi vari insegnamenti presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche c’è anche quello di Gender Law, che mi ha colpito particolarmente. Di cosa si tratta nello specifico?

L’insegnamento di Gender Law per noi del Dipartimento di Scienze Giuridiche è stato veramente una sfida. È stato attivato l’anno scorso, quindi è un insegnamento nuovissimo, perché nel ripensare l’offerta formativa ho sentito la necessità di proporre agli studenti qualcosa che li facesse riflettere su tutte le questioni di genere legate al diritto. Già durante il corso di Teoria del Diritto dell’Argomentazione, facendo lavorare gli studenti su tematiche relative al corpo, ho riscontrato sia da parte delle studentesse che degli studenti un’attenzione e una capacità di riflessione che negli anni precedenti non c’era. Da lì ci siamo resi conto che era indispensabile proporre agli studenti un nuovo insegnamento. È stata una sfida incredibile che ha dimostrato quanta voglia ci fosse di lavorare su questi temi: si tratta di un esame complementare, ma ha avuto una partecipazione talmente forte da essere più frequentato degli esami fondamentali. Quest’anno ancora di più. Inoltre, la particolarità di questo corso è che viene svolto in maniera molto seminariale; quindi, è un dialogo con gli studenti, sia a partire da tutte le tematiche che riguardano il rapporto tra diritto e genere sia in relazione a tematiche molto più specifiche. L’anno scorso abbiamo fatto un confronto tra legislazione italiana e spagnola e mi rendo sempre più conto che i ragazzi ci aprono degli orizzonti che noi non conosciamo. In sostanza, si tratta di un approccio interdisciplinare perché consente di affrontare le questioni di genere non soltanto attraverso la lente del diritto, ma anche attraverso lo sguardo della sociologia, della filosofia politica, della comunicazione e per questo è frequentato con una voglia di riflettere e di imparare che è fuori da qualsiasi schema.

Rimanendo in tema: di recente ha pubblicato il suo “Break on Through to the Glass Ceiling. Theoretical Perspectives on Gender Law”. Ce ne vuol parlare?

Si tratta di un libro pubblicato questa estate in lingua inglese – ma probabilmente a breve uscirà anche una versione in italiano – con l’Istituto di Cultura Latino-Americana perché io collaboro con la Universidad Católica de Colombia dove sono stata visiting per moltissimi anni e nell’ultimo anno sono la responsabile del Dottorato per il seminario di Filosofia e Teoria del Diritto. È un testo che affronta le questioni di genere da una prospettiva che è quella di teoria generale che è la mia prima propensione – tutti i cambiamenti che riguardano il diritto in un’ottica di genere, quindi a partire della messa in discussione del principio di uguaglianza e del diritto come fenomeno patriarcale. Muovo da questo presupposto. Break on Through nel senso di rompere il soffitto di cristallo in cui per anni le donne sono state intrappolate. Attraverso questa grande distinzione tra sfera pubblica e privata, l’origine del contratto sociale, l’idea secondo cui tutto l’ordine politico sia nato su un contratto sessuale in cui gli uomini si occupavano della sfera pubblica e le donne di quella privata. Tutto questo oggi è messo fortemente in discussione perché le donne hanno accesso alla sfera pubblica, ma questa distinzione pubblico-privato è articolata in maniera diversa: tutto ciò che riguarda il corpo della donna è privato, ma commercializzabile. Da qui poi i temi della maternità surrogata e della comunicazione sessista. È un testo che parte da questi presupposti e si interroga molto sul ruolo anche della democrazia paritaria con un’attenzione a quelli che sono i presupposti politici delle democrazie contemporanee. Se leggiamo l’indice annuale sul gender gap ci rendiamo conto che i dati sono allarmanti e quando non lo sono – nel caso del divario relativo agli stipendi, ad esempio – è perché sono basati su uomini e donne che sono realmente occupati, ma c’è tutta una parte di non rappresentato che è il segno della difficoltà della donna ad accedere al mercato del lavoro. Un’altra questione, una delle più complicate, è quella del riconoscimento delle donne, della loro soggettività giuridico-politica e della questione della rappresentanza e del tema della democrazia. Riflessioni che oggi sono ancora molto a margine. Così come il diritto si occupa delle donne con una legislazione emergenziale: sulla violenza di genere si inaspriscono le pene ma poi alla fine vengono definanziati i centri antiviolenza. Per rompere il soffitto di cristallo bisogna assolutamente lavorare su quelle che sono le basi politiche delle democrazie: l’idea di un’uguaglianza sostanziale, un accesso concreto delle donne ai diritti sociali e l’ordine simbolico della società. Insomma, un lavoro collettivo da parte di tutti per cercare di eliminare tutti gli stereotipi di cui siamo noi stessi portatori.

Quale è stato il suo percorso di formazione?

Mi sono laureata qui a Salerno in Filosofia del Diritto che è stato il primo esame che ho fatto ed è quello che mi ha sconvolta, folgorata. Dopo tutti gli altri esami, quando è arrivato il momento della laurea sono tornata al mio primo grande amore. La filosofia del diritto ti consente di guardare in chiave critica il diritto e lavorare sui suoi confini e i suoi limiti attraverso un confronto continuo tra diritto e società. Questo mi interessava: diritto, società, giustizia sono le tre grandi coordinate con cui si muove la filosofia del diritto tra teoria generale e sociologia. Ho fatto il Dottorato di ricerca all’Università Statale di Milano in Filosofia Analitica e Teoria Generale del Diritto con il famosissimo Umberto Scarpelli, un dottorato storico che purtroppo ora non c’è più dopo la riforma. Poi ho fatto il classico percorso: assegno di ricerca qui a Salerno, il Post-Doc all’Università di Napoli con una borsa di studio presso un Centro di Eccellenza sulle Istituzioni Europee, ho fatto un master in Informatica Giuridica e poi ho vinto il concorso di Ricercatrice all’Università degli Studi di Salerno. La prima cattedra è stata quella di Teoria Generale del Diritto e dopo tre o quattro anni sono diventata docente Associata e con gli studenti abbiamo iniziato a fare un lavoro che mi è piaciuto moltissimo: lavorare sulle sentenze per capire il retroterra motivazionale delle decisioni e abbiamo iniziato a lavorare molto anche sul rapporto tra diritto e bioetica. Sicuramente i miei grandi amori sono Teoria del Diritto dell’Argomentazione e Gender Law, questo si è capito.

Il professore Alfonso Catania è stato per lei un punto di riferimento e un maestro. In che modo i suoi studi hanno influenzato il suo lavoro?

Il professore Catania ha influenzato il mio lavoro talmente tanto che l’ultimo articolo che ho scritto – non ancora pubblicato – di Informatica Giuridica sulla giustizia predittiva si chiude con una sua citazione. Lui è stato per me un grande maestro, sia sotto il profilo umano perché era una persona fuori dal comune, particolarmente intelligente e molto capace di guidare senza però mai controllare, sia sotto quello professionale. Ti lasciava libero di decidere il tuo percorso però lo faceva come un vero maestro. Ancora oggi, quando mi trovo a relazionarmi con gli studenti oppure quando ho dei dubbi mi chiedo: chissà che farebbe il professore Catania? Io mi sono laureata con lui a ventitré anni e lui subito mi propose di continuare a studiare. Ecco, se non avessi fatto questo grande incontro probabilmente oggi farei qualsiasi altro lavoro. È stato un incontro decisivo: l’incontro con lui mi ha dato la possibilità concreta di fare quello che faccio. Fin da ragazzina ho avuto una particolare propensione alle questioni che riguardano i diritti, sono sempre stata una giustizialista, una paladina e non ho mai tollerato quelle distinzioni che c’erano verso noi ragazze. Poter lavorare per tentare di incidere e formare le generazioni è stato fondamentale. Ci sono le propensioni, ma ci sono anche gli incontri.

Il suo lavoro per lei è come una missione, ma qual è la sua più grande passione che coltiva al di fuori dell’ambito accademico e a cui, magari, vorrebbe dedicare più tempo?

La mia più grande passione è viaggiare, in un’altra vita sarei stata una globetrotter. Viaggio molto per lavoro, per diletto nei limiti dell’umano. Appena torno da un viaggio ho il desiderio e la necessità di viaggiare di nuovo. La vacanza, però, non mi riguarda, a me interessa il viaggio: organizzo e prenoto tutto da me, senza affidarmi ad agenzie, sono io il mio tour operator, solo volo e auto prenotata, notti itineranti. Ultimamente sono stata a New York e in Messico e ho fatto tantissimi chilometri perché per me il viaggio è un’esperienza itinerante. Niente villaggi turistici, resort a cinque stelle e vacanza stanziale, mi interessa scoprire altre culture. Per questa ragione, quando sono stata fuori per lavoro per interi mesi insegnando in Colombia – ho voluto fortemente fare questa esperienza – mi è piaciuto tantissimo lavorare in un altro contesto cioè, fare lo stesso identico lavoro che faccio qui confrontandomi con culture completamente diverse dalla mia. È stato veramente un modo per crescere e per arricchirmi, sono tornata diversi anni perché sentivo che approcciarmi a studenti diversi, anche coetanei perché in altre realtà si va all’università quando hai già lavorato e puoi permettertelo, mi ha aperto nuovi orizzonti. Insomma, per me il viaggio, sia per lavoro che individuale e personale, è una delle esperienze più arricchenti che ci siano nella vita.

Se si dovesse descrivere in tre aggettivi, quali sarebbero?

La classica domanda alla Gigi Marzullo! Allora direi: sono molto determinata perché, se non sei determinata questo lavoro non lo fai e questo è un monito per tutti, ma soprattutto per le donne perché proveranno sempre a metterci da parte. Sono una persona molto allegra: mi lamento molto poco, sorrido tanto; tuttavia, quando ho dei problemi tendo a tenerli un po’ per me. E sono molto empatica, soprattutto verso le nuove generazioni, ma forse questa è una dote che ho acquisito negli anni grazie anche al mio lavoro.

 

Martina Masullo

Giornalista, social media manager e dottoranda di ricerca in Politica e Comunicazione (Policom) presso l'Università degli Studi di Salerno. Collabora con le cattedre di Sociologia dei processi culturali, Media classici e media digitali e Sociologia dell'immaginario tecnologico. Si occupa di audience studies, innovazione nella digital society, fake news e cancel culture

Previous Story

Silvia Siniscalchi: riapriamo i conti con la Geografia

Next Story

Stefania Zuliani, nell’arte trasformazioni e lacerazione del nostro tempo