L’Io dolente e chino sullo scrigno dei ricordi

La nuova opera del medico poeta Pietro Venuto

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Inchiodata di fatti veri, ma anche frusciante di fantasie, comunicativa e allertata dall’«immensità dei misteriosi infiniti», la pagina di Credenza di sogni e ricordi (Pungitopo, pp.118), del medico scrittore Pietro Venuto, è una raffinata e intimistica mescolanza della lacerante memoria di un immedicabile lutto e del racconto, frazionato in più fasi, di  chi lo ha patito: un io dolente, chino, anche con sguardo visionario, sullo «scrigno» degli affetti perduti, mentre, intorno, sferraglia la vita. Piegata a captare le sensazioni più sfumate, trasparente e musicale, percorsa da dinamiche d’avventura e aguzza di sapidi umori e citazioni d’autore nelle liriche in appendice a vari capitoli, questa pagina  composita mostra di possedere molte lance: arguta in certi commenti graffianti e divertissement culturali, trepidante nell’ancoraggio alle soglie dell’ignoto, è illustrata da un opportuno corredo fotografico, tra impulsi di sentimenti in arsi e «stille di nostalgia», macerie di stagioni  sparite con i loro ideali e una commozione filtrata dalla parola  a largo spettro  semantico,  grazie pure a estemporanei inserimenti di lemmi vernacolari e di persuasive rispondenze foniche scintillanti e  agguerrite  da un rovente lavoro dì officina.

Ordinata in modulate tessere, la narrazione si mantiene sempre in linea con l’impatto  strutturale  di  registri  espressivi ora sintetici, ora a lunga gittata,  e, varcando gli steccati canonici di direttrici di stampo strettamente letterario, si espande, sorpassa i limiti di una regolare  geografia autobiografica e va con rinnovato fervore oltre, verso nuove sorgenti del passato e  interrogativi sul futuro, con l’agglutinante brevità dei versi («L’essenza divina /  dopo la vita terrena / volerà lontana / da questa fantastica tana?»). E, intanto, il libro si sfoglia con il suo polifonico ritmo di troncamenti e rilanci, rincorrendo i magnetici echi dell’ieri filigranato di leggenda e simboli e del metamorfico scenario di voci locali. Tumultuoso e mormorante, è rigato di percorsi secondari, talora pure autonomi rispetto all’asse primario di un io che intende tirare i fili, secondo flussi di coscienza, della storia del padre da poco defunto, della famiglia, degli avi e del paese natale, l’antico borgo messinese di Saponara, «ermetico» ed «esoterico», circondato dai monti Peloritani e «raggrumato sul fondo di una tinozza naturale».

Da ogni particolare confluiscono, in un crescendo ritmico, motivi che, chiamando fin da lontane radici temporali, si attraggono e si ricompongono nel loro alveo e nell’impasto stratificato di una  stesura  la quale  sfiora, leviga, enumera e poi assorbe  anche le scie degli episodi in diversificate proiezioni e in fissaggi iconici. Momenti esaltanti di esistenze sfiorate e quotidiani atteggiamenti sparsi nelle antiche nebbie e come ridestati nella favolosa sfera del recupero, si amalgamano su un piano di ripresa che, per un attimo esaltandoli, pure li sospende in quel magico tempo senza tempo ove tutto può accadere: la verità e l’inganno di un’immagine seducente, come la minuscola e friabile epica di una comunità nel concavo spazio delle sue faticose peripezie. Sono le inalienabili   scadenze di chi esce dal quadro con il suo carico di gioie e di pene e vi rientra in nuove pose con altre gioie e altre pene, per restare immobile dentro la cornice.

Lineare, nonostante le frustate del dolore che di continuo sale dalle pieghe dei giorni, e costruita da significative e inoppugnabili note psicologiche, e senza manifesti obblighi dimostrativi, la confessione tende dritta a focalizzare il destino di esodo definitivo degli uomini, dopo l’«ultima terrena finzione», e il loro oscuro, insensato disperdersi nella corsia delle «ceneri» dell’«al di là dell’aldilà». Il vuoto lasciato dall’assenza del padre, «narratore straordinario», geniale creatore d’arte povera, amante della musica e del bel canto, innesca una lunga catena di stralci di esistenze violate che, a un tratto, come sedotti dal sirenico teatro degli anni in fuga, rivelano, simili a perle di una collana sgranata, aspetti stravaganti e romanzeschi di figure oblique o immerse in un’ipnotica aria di stupori e apparizioni.

Ecco il  maestro di musica che, tradito dalla moglie, e «intrappolato nella fitta e mostruosa ragnatela dei suoi amari ricordi», in riva al mare Tirreno in tempesta, inizia a dirigere il concerto delle «raggiate onde spumeggianti»; la giovane suora , «graziosa e gioiosa», la quale ama ascoltare le canzoni  che il padre dell’autore, militare a Udine,  suona e canta  dalla finestra della camerata; la bisnonna Anna, «altezzosa e bella» che, un giorno, entrata in cucina e svuotando la borsa piena di ortaggi, fa srotolare  pure alcune vecchie bombe a mano, trovate nei campi e  scambiate per lattine di salsa; l’«allegro» folletto  che, in una notte di incipiente primavera, giunto,  alla guida di una vespa illuminata, nella stanza dello scrittore attraverso  la vetrata chiusa,  rivela nel sorriso le sembianze  da «giovane vecchietto» di nonno Ciccu; i gabbiani che volteggiano su una torre campanaria «areografando bianche spirali evanescenti»; l’airone intento, con eleganti mosse e con un «atteggiamento molto familiare», a passeggiare  nel giardino della casa dell’autore  il tardo pomeriggio dello stesso giorno della scomparsa del padre; il fantasma di un soldato ucciso nella «grotta dell’arcobaleno», vagante nelle tempestose notti di plenilunio. E, seguitando, riti rusticani, giornate di festa in Municipio, partitelle di calcetto, gite a santuari (da Tindari alla svettante montagna di Dinnammare, che «accarezza il cielo azzurro siciliano»), spettacoli cinematografici e giri per boschi sospesi in un’aria di malia, e tortuosi sentieri che «ricamano la pallida cima della collina di Ariella».

In questa agenda parabolica (pulviscolare diario  di un  tempo-«macina») che,  sacrale custode  di un legame eterno, affonda negli anni, registrando, inesorabile, anche  la ribellione e i mali di un’epoca feroce, presa da «febbrile smania di emancipazione», e che, dalla  «casa dell’anima»,  raccoglie storie restituendole ora con colpi di scalpello, ora col lapis, si ritaglia un cauto e sommesso spazio la finale Lettera all’Angelo, trovata da Venuto fra le tante  carte sparse sulla sua scrivania: «Caro Angelo, ti scrivo per parlarti di mio padre, anche se tu – come sempre ha detto mia madre —  sicuramente sai già tutto».

 

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