Un nuovo ’68? No. E proprio per questo l’Europa dovrebbe preoccuparsi

C’è un errore di prospettiva nel valutare le proteste che attraversano il continente come una semplice somma di incidenti locali

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C’è un errore di prospettiva, molto europeo e dunque elegantemente autoassolutorio, nel valutare le proteste che attraversano il continente come una semplice somma di incidenti locali. In Francia si protesta per il costo della vita e per i servizi; in Italia per salari, energia e pensioni; in Spagna e Portogallo la casa è diventata un bene mitologico, come il grifone o un contratto d’affitto decennale. In Grecia scendono in piazza studenti e insegnanti; in Albania il malessere ha assunto forme apertamente antigovernative. Ogni Paese ha il suo lessico, il suo ministro da fischiare e il suo repertorio di slogan. Ma il sottofondo è riconoscibile: la vita costa troppo, il futuro rende poco, lo Stato chiede molto e restituisce con la consueta puntualità burocratica, cioè quando ormai non serve più.
Il paragone con il 1968 è inevitabile, e va maneggiato come un estintore: utile averlo in casa, pessima idea esporlo come soprammobile. Giovani, lavoratori, studenti, famiglie schiacciate dal costo della vita: la tentazione di annunciare un nuovo Sessantotto è irresistibile.

Ma non è un nuovo ’68

Non perché sia meno serio, ma perché è radicalmente diverso. Il Sessantotto, almeno nella sua componente più utopica, aveva una fiducia quasi commovente nella possibilità di rifare il mondo e nella capacità di costruirne uno migliore. L’Europa di oggi dispone soprattutto di affitti inaccessibili, salari prudenti, telefoni carichi e una diffusa intuizione che il mondo stia venendo rifatto… ma da altri e contro di lei. Non c’è un’ideologia comune, né un soggetto politico capace di dare forma a una rivolta continentale. C’è, molto più prosaicamente, una somma di conti che non tornano: bollette, trasporti, alimentari, affitti, servizi pubblici in difficoltà, lavoro che non produce sicurezza e soprattutto un futuro che non si vede. Non è l’immaginazione al potere: è l’amministrazione dell’ansia. E proprio perché privo della retorica del Sessantotto, questo malessere potrebbe essere più difficile da assorbire.

I fatti

Le proteste di questo autunno non sono un’invenzione del solito opinionista che, tra un caffè e una slide, scopre la rabbia sociale. L’Associated Press ha documentato mobilitazioni in diversi Paesi europei attorno al costo della vita, alla casa, alla scuola e ai servizi pubblici. In Albania, le proteste studentesche si sono saldate a un movimento antigovernativo che denuncia corruzione, disoccupazione e carenze nell’istruzione, arrivando a scontri con le forze dell’ordine e richieste di dimissioni del governo. Non sono tutte proteste identiche, né hanno le stesse cause. Ma raccontano una difficoltà comune: la crescente distanza tra le aspettative dei cittadini e ciò che le istituzioni riescono a garantire.
I numeri aiutano a capire il nervosismo. Secondo Eurostat, nel settembre 2026 l’inflazione annua nell’area euro è salita al 3,8%, dal 3,2% di agosto. L’energia ha registrato un aumento del 18,8% su base annua. Non tutto dipende dalle guerre, naturalmente: attribuire ogni aumento dei prezzi alla geopolitica sarebbe una comoda scorciatoia. Ma i conflitti e le tensioni internazionali aggravano le pressioni energetiche e rendono più difficile la programmazione economica di famiglie e imprese.
Sul fronte abitativo, nel 2025 il 7,7% della popolazione dell’Unione europea viveva in famiglie che destinavano almeno il 40% del reddito disponibile ai costi della casa; nelle città la quota saliva al 9,6%. Per i giovani, il problema si traduce spesso nell’impossibilità di emanciparsi, mettere su famiglia o trasferirsi dove esistono opportunità di lavoro. Altro che generazione dinamica: una parte dei giovani europei è diventata esperta soprattutto nell’arte di rinviare la propria vita. E poi c’è un dato politico che vale più di molte conferenze programmatiche. Nell’Eurobarometro del Parlamento europeo pubblicato nel giugno 2026, il 47% degli intervistati indicava inflazione, rincari e costo della vita fra le priorità su cui l’Europarlamento dovrebbe intervenire. Seguivano economia e occupazione, al 35%, e difesa e sicurezza, al 34%. Il dato non dimostra che l’Europa sia sull’orlo di una rivolta. Dimostra qualcosa di più circoscritto, ma politicamente rilevante: la sicurezza economica quotidiana è diventata la prima richiesta rivolta alle istituzioni europee, anche in un contesto percepito sempre più instabile.

Il patto che si sta corrodendo

Il punto, dunque, non è stabilire se l’Europa stia esplodendo. I continenti non esplodono: al massimo producono editoriali che lo annunciano. Il punto è che si sta corrodendo il patto implicito sul quale l’assetto politico europeo ha prosperato per decenni. Quel patto diceva, in sostanza: rinunciate a una parte della sovranità nazionale, accettate regole comuni, sopportate governi più o meno pallidi; in cambio avrete stabilità, pace, crescita, servizi pubblici, mobilità e la ragionevole certezza che i vostri figli staranno un po’ meglio di voi.
Oggi la pace non è più scontata: la guerra russo-ucraina e i conflitti in Medio Oriente hanno riportato la guerra, il riarmo, l’instabilità energetica e l’impotenza diplomatica nel lessico quotidiano degli europei. La crescita è diseguale; la mobilità si traduce spesso nell’obbligo di emigrare; i servizi pubblici soffrono di una cura che ricorda quella di certe stazioni ferroviarie: tutti concordano sulla loro importanza, purché a farle funzionare sia qualcun altro.
Il consenso, però, non si spezza soltanto quando diminuisce il reddito reale. Si spezza quando diventa difficile comprendere la gerarchia delle priorità: un cittadino può accettare che la sicurezza costi, in tempi di guerra è persino ragionevole aspettarselo. Ma comincia a dubitare quando gli viene chiesto di affrontare bollette più care, attendere mesi per una visita e rinunciare a progetti di vita, mentre la politica annuncia nuovi investimenti strategici e impegni finanziari di dimensioni enormi.
Qui occorre precisione, perché la polemica ama confondere i bilanci con i megafoni. Il bilancio annuale dell’Unione europea per il 2026 destina 71,65 miliardi di euro in impegni alla voce «coesione, resilienza e valori» e 2,81 miliardi alla voce «sicurezza e difesa»… Ma il bilancio europeo non coincide con quelli nazionali: la spesa per la difesa dei Paesi membri è stimata in circa 454 miliardi di euro nel 2026, il 75,3% in più rispetto al 2021. A questo si aggiunge SAFE, lo strumento europeo che mette a disposizione fino a 150 miliardi in prestiti per investimenti nella difesa.
Dire che ogni euro destinato al riarmo venga automaticamente sottratto alla sanità o alla scuola sarebbe una scorciatoia. I bilanci non sono vasi comunicanti così semplici, e fingere il contrario significherebbe fare propaganda con la calcolatrice. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il problema delle priorità. Se la sicurezza militare diventa un investimento strategico da accelerare, mentre la sicurezza economica delle famiglie continua a essere trattata come un problema da gestire con bonus, deroghe e raccomandazioni alla resilienza, il cittadino coglie una gerarchia: se la casa resta una faccenda per giovani dinamici, il welfare un costo da contenere e la sicurezza un investimento strategico, il messaggio arriva. Magari non nella lingua dei comunicati, ma arriva chiaro.

La rivolta senza utopia

Non vedremo un nuovo Sessantotto. Mancano un soggetto sociale unitario, una grammatica comune e persino il desiderio condiviso di fondare un’utopia. Le piazze contemporanee sono più frammentate e sospettose. Difendono il salario, l’affitto, l’ospedale, l’università, la pace; spesso diffidano dei partiti che dovrebbero rappresentarle e degli algoritmi che pretendono di spiegarle.
Non chiedono l’immaginazione al potere: chiedono che il potere smetta di far passare l’impossibilità di vivere come un difetto di immaginazione. La rabbia non ha un orientamento politico prestabilito. Dipende anche da chi riesce a interpretarla e a trasformarla in una proposta. Non assalta il Palazzo d’Inverno: smette di credere che il palazzo abbia orecchie per ascoltare.
Quanto può reggere, allora, il consenso europeo? L’Unione conserva un capitale di fiducia significativo: nell’Eurobarometro della primavera 2026, il 74% degli intervistati considerava positiva l’appartenenza del proprio Paese all’UE e il 75% riteneva l’Unione un luogo di stabilità in un mondo instabile. Non siamo dunque davanti a un rifiuto generalizzato del progetto europeo. Siamo davanti a una tensione: i cittadini continuano a riconoscere il valore dell’Unione, ma chiedono che sia più efficace nel proteggerli anche dalle insicurezze quotidiane. Il consenso reggerà se l’Europa saprà offrire protezione non soltanto contro i carri armati, ma anche contro l’affitto, la bolletta, la precarietà e l’umiliazione di dover chiedere aiuto. Se continuerà a chiamare resilienza l’obbligo di sopportare tutto, non crollerà necessariamente in un giorno. Farà qualcosa di peggiore: si svuoterà, lasciando in piedi le istituzioni e i loro palazzi, ma senza più nessuno disposto a difenderne la promessa.
E allora la domanda diventa inevitabile: il consenso europeo si fonda ancora sulla promessa di
un futuro migliore, oppure sempre più sulla paura di un futuro peggiore?

Fonti consultate per l’articolo

• Eurostat — inflazione nell’area euro, settembre 2026: inflazione al 3,8%, con energia al +18,8%.
• Eurostat — condizioni di vita e costo dell’abitare: nel 2025 il 7,7% della popolazione UE spende oltre il 40% del reddito disponibile per la casa.
• Parlamento europeo — Eurobarometro su inflazione e costo della vita: per il 41% degli intervistati, rincari e costo della vita sono la priorità politica.
• Consiglio dell’UE — spesa europea per la difesa: nel 2026 è stimata in 454 miliardi, +75,3% rispetto al 2021.
• Associated Press — proteste dall’Europa occidentale all’Albania: come fonte narrativa sulle proteste recenti.
• Reuters – Le proteste a Tirana, 25 ottobre 2026

Carlo De Sio

Ho fatto il pubblicitario quando il marketing serviva a vendere prodotti e non identità.
Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con un Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, ho trascorso oltre quarant'anni tra aziende, strategie e campagne di comunicazione. Poi ho scoperto che è molto più divertente analizzare le storie che raccontarle per mestiere.
Oggi scrivo di politica, economia, intelligenza artificiale, geopolitica e di tutto ciò che riesce a passare per buon senso senza esserlo.
Dipingo anche immagini digitali. È il mio modo per ricordarmi che la creatività esiste ancora e non ha bisogno di un algoritmo che la autorizzi.
Non appartengo a tifoserie, non vendo certezze e diffido delle verità confezionate. Non scrivo per convincere nessuno. Scrivo per complicare la vita alle idee troppo semplici.
Se, alla fine di un articolo, vi ritrovate con una domanda in più e una certezza in meno, allora il tempo che ci ho perso è stato speso bene.

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