Sguardi sul passato e voglia di caffè

Riflessioni sul vaso di Eufronio, l'archeologia illegale e il rapporto tra musei e politica.

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Dopo il libro Tuono scritto sui tombaroli, entrare nei musei ha un carico narrativo enorme. C’è un contesto di rinvenimento di ogni oggetto che mi incuriosisce furiosamente. Ho visitato l’archeologia dalla porta illegale dei ladri di tombe e quel libro mi ha portato nel mondo sconosciuto dei tombaroli. Ma nel mondo dei tombaroli non si entra. Non c’è un punto di accesso come un hotspot per accedere. Ho deciso di seguire i processi e gli oggetti nei musei.

Osservare alcuni musei pieni di meraviglie e le contrapposizioni ha posto il dialogo tra le due narrazioni del Tuono. La prima affermazione del libro era la storia d’amore tra Carlo, il tombarolo e Ilde, la guida turistica. Volevo anche mettere in evidenza gli oggetti, non semplici reperti archeologici, ma piatti, bicchieri, crateri tra tradizione, creazione personale e affetto posti nelle tombe.

Visito il museo prima di arrivare in archivio e non sono da sola nei corridoi vuoti. Le guerre perdute e la violenza delle battaglie sono svanite, ma le raffigurazioni della città caduta sono proprio davanti a me: su di un vaso, i guerrieri sono entrati in città e comincia un violento racconto per figure. Nel mondo dell’archeologia illegale, le coppe che hanno più valore sono quelle in cui si riconoscono gli episodi epici, come Achille e Troilo.

Oppure il vaso di Eufronio.

Il Vaso di Eufronio è un famoso cratere greco a figure rosse realizzato intorno al 515 a.C. dal ceramografo Eufronio. Raffigura il trasporto del corpo dell’eroe troiano Sarpedonte, aiutato da Hypnos e Thanatos sotto lo sguardo di Hermes. Attraverso il traffico clandestino di reperti archeologici arrivò negli Stati Uniti e venne acquistato dal Metropolitan Museum of Art di New York, dove divenne uno dei pezzi più famosi del museo. L’Italia però avviò una lunga indagine per dimostrare che il reperto era stato esportato illegalmente. Dopo anni di trattative, nel 2008 il museo restituì il vaso allo Stato italiano.Oggi il Vaso di Eufronio è conservato nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia ed è considerato uno dei più importanti capolavori dell’arte greca antica.

La vicenda del Vaso di Eufronio mi colpì profondamente: il vaso permise di stabilire il contatto tra i musei e la politica. Occorreva un dibattito scientifico allora come oggi vitale, per riconoscere il nuovo volto dell’archeologia illegale. Perché gli episodi non finiscono qui.

 In archivio, inaugurano una mostra sui viaggiatori francesi del secolo dei Lumi e io sono felice di avere compagnia fino a quando vedo i nomi dei viaggiatori. Uno dei nomi mi provoca un grande disagio e vorrei non averlo visto.

C’è l’artista Charles Nicolas Cochin, autore di un Voyage d’Italie, ou recueil de notes sur les ouvrages de peinture et de sculpture qu’on voit dans les principales villes d’Italie, pubblicato a Parigi nel 1756. Cochin arriva a Napoli, al seguito di Monsieur de Vandières in qualità di esperto d’arte per far da guida al fratello della Pompadour nella visita ai primi scavi di Ercolano e Pompei.

È straordinario come i reperti archeologici oggi non vogliano lasciarmi. La scoperta di Ercolano, Pompei e Stabia avvenne per caso. Nessuno sapeva che quelle terre nascondevano immense ricchezze. La prima città a venire alla luce fu la città di Ercolano, a cui, a breve intervallo, seguirono le scoperte Pompei e di Stabia. Avvenne per opera del conte d’Elbeuf di Lorena che volle ampliare una villa acquistata al Granatello. Nel 1706, il conte venne a conoscenza dai muratori del luogo che, scavando in quei siti a piccola profondità, si trovavano bellissimi marmi, i quali finamente lavorati, potevano servire per ornare la villa stessa. Fece praticare ricerche in un pozzo nel tenimento di Resina, da cui vennero fuori colonne e marmi appartenenti ad un tempio, e mirabili statue.

Mentre i tombaroli sono già in azione, i dotti di allora non credevano all’esistenza di tre città sepolte. I vicerè si disinteressavano. Fu Carlo di Borbone a comprendere.

Gli scavi e gli studi cominciarono sotto il regno di Carlo III,  nel 1738 e ancora si proseguono ai nostri giorni. Gli oggetti venivano inviati a Napoli, come fa fede un rapporto del Paderni intorno a molti inconvenienti. Carlo ordinò che, al termine di ogni settimana, gli venisse consegnato un minuto rapporto intorno alle novità occorse, gli edifizii e oggetti rinvenuti.

Supero il contributo su Cochin e arrivo all’esposizione sull’abate Richard che ebbe un ruolo marginale nella schiera dei viaggiatori della Francia del Settecento. Il prete si rivelò un intelligente osservatore di usi e costumi degli abitanti della città di Napoli, ma rimane un personaggio semisconosciuto ai Settecentisti italiani. Mi piace come la mostra segua l’interesse per le opere d’arte, ma molto differente da quello che avrebbe un tombarolo. Non è una valenza economica, piuttosto la valenza estetica e conoscitiva.

Penso a l’Encyclopédie, una delle opere più importanti dell’Illuminismo europeo. Venne diretta dai filosofi francesi Denis Diderot e Jean le Rond d’Alembert e pubblicata in Francia tra il 1751 e il 1772. Lo scopo principale dell’opera era raccogliere e diffondere tutte le conoscenze dell’epoca, dalle scienze alle arti, dalla filosofia alla tecnica. Per questo motivo l’opera non era solo una raccolta di informazioni, ma anche uno strumento di cambiamento culturale e sociale.

Il viaggiatore che detesto è l’ultimo nella galleria in archivio: Donatien Alphonse François de Sade, noto come marchese de Sade. Il libertino scrisse il suo diario, Viaggio in Italia, che racconta i luoghi visitati e che offre spunti come fonte periegetica. Non gli perdono di aver scritto l’orrore di un libro che buttai e spero di non rivedere più: Le 120 giornate di Sodoma. Fu una lettura terribile. Era una caduta, ma verso l’alto in un passaggio di nubi nottilucenti. Passare dalla Troposfera alla Stratosfera e finalmente fermarsi, ma sempre tardivamente!

Non riesco a levarmi dalla faccia, un’espressione alterata e comincio a leggere alcuni cartelloni che riportano le osservazioni di Sade sull’arte napoletana: ​In generale, non è a Napoli che bisogna venire a cercare le arti, cui si dice addio uscendo da Roma. Qui bisogna cercare solo la natura, e io mi azzardo a dire che a Napoli essa è superiore a ciò che le arti sono perfino a Roma. Virgilio è la guida che si deve avere sottomano percorrendo questa campagna felice in cui egli fa viaggiare il suo eroe; e si constata che malgrado le rivoluzioni che hanno afflitto questo bel paese, il suo volto non è ancora mutato tanto che non lo si possa riconoscere nelle descrizioni che ci ha lasciato.

Un aspetto di Sade che mi sorprende è l’analisi alle chiese angioine dopo la Controriforma e soprattutto la commistione di stili che succede in molti siti. Edifici gotici che sopportano una stratificazione che anch’io tollero poco. Sade ha un gusto condizionato dall’ideale classico, io ho il riferimento storico degli Angiò che culmina con Giovanna I, passando per Carlo I, il crociato, Carlo II, lo zoppo così chiamato da Dante, Roberto il Saggio, il mio preferito. Trovare una relazione con il marchese de Sade mi fa tornare indietro e uscire in strada. Oggi non entro in archivio, lo spaesamento del presente in relazione al passato che studio mi afferra dall’interno e il trambusto che arriva dal traffico della città mi riporta alla calma. Mi serve un caffè seguendo le tre “Ci”: comm cazz’ coce  per ricominciare e sarebbe stato abbastanza per tornare a casa.

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