Viviamo in un tempo in cui nulla resta invisibile e, allo stesso tempo, nulla riesce più a restare presente. Le immagini arrivano ovunque, in tempo reale, senza mediazioni. I corpi feriti, le città distrutte, le vite spezzate attraversano i nostri schermi con una continuità che non ha precedenti nella storia. E, tuttavia, questa esposizione totale, nella maggioranza della popolazione, non produce responsabilità, non genera azione, non attiva trasformazione.
Produce immobilità, distrazione, afasia.
Produce, soprattutto, una forma di indifferenza che non assomiglia a quelle del passato, perché non nasce dalla distanza o dall’ignoranza, ma dall’eccesso, dalla saturazione, dalla sovrastimolazione percettiva. Non è mancanza di empatia, non è incapacità di provare dolore per il dolore altrui. È piuttosto l’incapacità di riconoscere che quel dolore è reale, che accade nel mondo e non solo sullo schermo. Nell’epoca, infatti, del delitto perfetto (Baudrillard), della vittoria degli schermi sul terreno del reale, della distruzione dell’immaginario a favore dell’artificiale, il genocidio del popolo palestinese rischia di essere percepito come irreale. Non perché non sia visibile, ma perché è visibile troppo. Nell’età della scomparsa dell’altro, della ridefinizione fantasmatica dell’alterità in avatar digitale, della messa in scena costante e caotica di informazioni senza sosta, la distruzione sistematica di una cultura, di una terra, di una popolazione sembra aver perduto il carattere di evento. L’evento, infatti, non è semplicemente ciò che accade, ma ciò che ci coinvolge, ci attiva, ci sradica dal divano, distoglie i nostri sguardi dallo smartphone. L’evento è ciò che interrompe la continuità, che spezza l’abitudine, che ci costringe a prendere posizione. È ciò che ci rimanda al nostro esser parte di una dimensione globale dell’esistenza.
Quando questa realtà sociale e collettiva è però diradata in favore di un individualismo estremo e paranoico, l’evento non ci riguarda più. Tutto conosciamo, tutto guardiamo, tutto sentiamo emotivamente. Ma nulla ci mette in discussione, radicalmente, furiosamente, se siamo alienati da quella realtà globalmente condivisa. Questa forma della soggettività della tarda modernità è quella dell’indifferenza programmata. Non è un atteggiamento spontaneo, ma un dispositivo. Un dispositivo che si attiva ogni volta che il rapporto globale con l’alterità è sostituito da una relazione parziale, mediata dall’identità artificiale. Un dispositivo, peraltro, sostenuto dal sistema stesso dei social media che, attraverso la gratificazione immediata, lascia evaporare il rischio del rapporto reale con l’altro.
Come è possibile che la vita della maggior parte delle persone non sia cambiata di un millimetro quando non solo è in corso uno dei più deprecabili genocidi della storia, ma la maggior parte dei governi occidentali continua a finanziare e armare gli stessi autori del genocidio?
Ecco che la nuda realtà viene svelata: il dispositivo, manifesto oggi soprattutto nei social media e nei canali d’informazione tradizionali, non è generato da questo sistema tecnico. Quest’ultimo, infatti, ne è il mezzo di espressione. Il dispositivo nasce piuttosto all’interno di una cultura ancora razzista, patriarcale, colonialista e autoritaria; una cultura, insomma, fondata sulla cancellazione dell’altro. È una cultura che, dopo aver dapprima fondato la propria supremazia sulla violenza, ha poi (soprattutto negli ultimi 80 anni) convissuto con essa, purché restasse lontana, invisibile o normalizzata. Non dovrebbe stupire, allora, l’indifferenza nel momento della sovrasaturazione. Perché nessun sistema d’informazione potrebbe produrre altro che indifferenza all’interno di un sistema di potere reazionario e predatorio. Ribellarsi a questo sistema è dunque decisivo. Non che l’informazione non sia un problema, anzi: un’informazione libera e democratica è un presupposto necessario per ogni trasformazione politica. Ma non è sufficiente. Decisivo è il cambiamento delle modalità attraverso cui la politica viene praticata e vissuta. Altrimenti, qualsiasi catastrofe che non ci coinvolga direttamente non potrà che lasciarci indifferenti.
Quello che è accaduto a Minneapolis è emblematico proprio per questo. Qui l’evento riappare. Il corpo torna nello spazio pubblico, il conflitto torna visibile, la durata spezza il flusso dell’informazione. Non è più immagine, ma presenza; non è consumo, ma rischio; non è spettacolo, ma attrito. Minneapolis rompe l’indifferenza perché restituisce all’evento il suo potere di coinvolgerci e di costringerci a scegliere. L’alternativa è, dunque, tra un potere razzista e violento e una società aperta, libera e democratica. E per pensare questo, quindi, occorre un altro salto. Un’operazione di taglio netto rispetto all’idea, dilagante negli ultimi decenni, che l’essere umano sia per natura egoista, individualista e violento. Un’idea che affonda le sue radici tanto nella filosofia politica della paura quanto nell’antropologia del neoliberismo.
Tutt’altro: questo modo di essere è il prodotto storico di un sistema di pensiero malato che oggi, nella sua forma di capitalismo tecno-autoritario, vorrebbe colonizzare ogni aspetto cognitivo ed emotivo dell’essere umano (tutto deve essere finalizzato alla produzione di valore, compresi i pensieri e le emozioni; ciò che eccede questo sistema di accumulazione va controllato, normato, in ultima analisi distrutto). Per fortuna, però, l’essere umano nasce libero e con l’esigenza di rapportarsi con altri esseri umani per creare la propria identità. E per questo la natura dell’altro non ci è aliena, ma necessaria per dirci chi siamo.
Se l’altro è nulla, siamo nulla.
Se l’altro è ucciso, siamo uccisione.
Se l’altro viene annientato, siamo annientamento.
Se l’altro viene violentato, siamo violenza.
Ma se l’altro vive, siamo vita.
Se l’altro nasce, siamo nascita.
Se l’altro è esistenza, siamo coraggio.
Questo scritto è per Alex Pretti, per la sua fiducia che lottare per la libertà di ognuno possa creare una cultura di giustizia e uguaglianza. Per il suo coraggio di non essere indifferente di fronte alla violenza. Come i pittori rivoluzionari del Seicento napoletano che, prima ancora di modificare il modo in cui dipingevano, nelle piazze delle rivolte partenopee avevano imparato a trasformare lo sguardo con cui guardavano il mondo.

