In una caverna buia sono rinchiusi dei prigionieri. Incatenati, riescono a vedere soltanto delle ombre che riflettono, grazie alla luce di una fiammella, sagome di oggetti mossi all’occorrenza da abili marionettisti. Succede però un giorno che uno degli incatenati riesca a liberarsi e a fuggire dalla grotta, così ritrovandosi all’aperto alla luce accecante del sole, molto più forte e illuminante del fuoco nella caverna. All’esterno, l’uomo scopre la vera forma delle cose che fino ad allora aveva visto – e ritenute vere – nel riflesso delle ombre. Tornato indietro per raccontare quanto scoperto, non viene però creduto: gli altri prigionieri non vogliono nemmeno essere liberati, convinti che le ombre viste sulla parete di roccia siano invece vere, prova concreta dell’unica possibile realtà. È, questa, la conosciutissima versione del “mito della caverna” di Platone che sembra ritornare – originalmente reinterpretata, fin dal titolo Le Ombre – come tema ‘carsico’ nell’ultimo libro di Alessandro Zaccuri. La vicenda del romanzo breve (o racconto lungo, misura narrativa cara a Zaccuri e già usata per Lo spregio, dove pure compariva il giovane Salvo, il protagonista di questa storia) è ambientata in Italia. Prima in una cittadina del Nord dove Salvo vive in soggiorno obbligato con la sua famiglia, agli ordini del temuto e rispettato boss Don Ciccio, suo padre. E poi in una buia stanzetta di un casolare di montagna, “arroccato tra boschi di pietre ed ulivi” nel Sud della penisola. Qui l’erede designato alla successione dopo la morte del padre viene tenuto nascosto per essere curato. È rimasto, infatti, vittima di un attentato – almeno questo credeva di aver visto o di ricordare – durante il trasferimento del feretro del vecchio boss per celebrare i funerali nel paese natio e il suo corpo era rimasto gravemente ustionato. “Per quanto si sforzasse di ricordare, non c’era verso che Salvo si capacitasse di essersi sognato la scena dei banditi con la molotov e il fucile. Non era neppure sicuro di aver perso i sensi. Aveva la sensazione di essere rimasto sempre sveglio, ma in un tempo diverso da quello che aveva conosciuto fino ad allora. Il fuoco si era bruciato anche il tempo, questo doveva essere successo, e la sua memoria adesso era smagliata ai bordi e bucata al centro come una fotografia buttata in un falò”.
Al risveglio, fasciato come una mummia, riesce a scorgere – attraverso il poco spazio lasciato agli occhi – due figure femminili. Riconosce Agata, donna fedele alla sua famiglia, che aveva pure assistito Don Ciccio negli ultimi giorni di vita. Agata era stata la sua maestra alle elementari ed era “una vedova mai sposata”: il fidanzato ucciso in un misterioso agguato e la sua scelta di restare fedele al suo primo amore, conservando una bellezza “da attrice che impersona Maria Stuarda”. Vede e sente parlare per la prima volta la Santabella che, secondo una “favola” del suo paese, “era una specie di maga”; la sola custode del segreto di un unguento miracoloso per le ferite e le ustioni. Nella stanza – nuova ‘caverna’ platonica dove Salvo è costretto all’immobilità nei primi mesi della cura e a una forzata reclusione quando è sulla via della guarigione – compaiono altre due ombre, ‘funzionali’ allo sviluppo della trama: la giovane Bettina, che puliva le sue piaghe e che forse “desiderava una notte di lotta e di languore da passare con lui, in un letto meno angusto di questo che lo imprigionava”; e Cesare, un imponente uomo tra i cinquanta e i sessanta, di poche parole e di molti mugugni. Dalla stanza-caverna un giorno Salvo riesce a fuggire e, alla luce del sole, vede e comincia a comprendere quello che realmente è accaduto (lasciando al lettore il piacere di sciogliere l’originale intreccio della vicenda). E, tuttavia, proprio come nel mito del filosofo greco anche nella storia raccontata da Zaccuri si rivela, infine, la fallacia della conoscenza sensibile; la necessità di una apparente liberazione (attraverso il comune espediente della fuga); l’inevitabile ritorno all’unica realtà possibile; la presa di coscienza che essa rappresenti una verità incontrovertibile con l’accettazione definitiva di una nuova condizione di vita: “Scesero i gradini ricavati nella terra e separati tra loro da vecchi assi di legno. Nella grotta c’era un odore di tempo dimenticato. Salvo avanzò verso il calderone dell’unguento. Avvertì il calore del fuoco e con sorpresa riconobbe la propria ombra proiettata sulla parete di pietra. Senza sapere perché, senza capire, pensò che quella era casa sua”.
Alessandro Zaccuri, Le ombre, Venezia, Marsilio, 2025, pp.160

