Passato, presente e futuro: tre tempi da intrecciare per una piena conoscenza e consapevolezza nello studio del paesaggio. In un mondo in cui il presente appare eterno e la memoria spesso labile o appiattita solo su alcuni tipi di narrazione, il racconto geostorico prova a far sentire la sua voce ricostruendo scientificamente le trasformazioni del paesaggio. Il dialogo con il territorio, in una prospettiva storica e geografica, diventa così «basilare per continuare a progettare», ricorda Massimo Rossi, coordinatore dell’area di ricerca di studi geografici della Fondazione Benetton Studi e Ricerche di Treviso.

Rossi, geografo storico, ha allestito una sezione della mostra «Culture e paesaggi del vino. Il senso della terra e la voce dell’architettura», organizzata dalla Fondazione Benetton e curata da Mauro Pierconti. Una parte dell’esposizione ricostruisce le trasformazioni del paesaggio avvenute negli ultimi duecento anni nell’area delle colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Si tratta di un lavoro minuzioso che evidenzia, anche con una ricostruzione video-comparativa tra mappe ottocentesche e foto aeree contemporanee, le trasformazioni e il cambiamento dell’uso del suolo negli ultimi due secoli.
«Oggi è quanto mai necessario un grande collegamento tra passato e futuro con la progettazione del presente», spiega Rossi. «Per fortuna, in Italia e nel mondo occidentale abbiamo la possibilità di rivolgerci alla cartografia: i documenti cartografici conservano la memoria grafica del territorio. In fondo, gli architetti di oggi sono gli eredi dei geometri censuari. A livello fiscale, esiste una documentazione probante; è una stima, ma restituisce e fa parlare i territori».
La memoria appare molto labile
Viviamo in un eterno presente
Professore, la mostra confronta le mappe catastali ottocentesche con i moderni rilievi aerei: qual è la sfida più complessa di questo lavoro?
Abbiamo usato le mappe del catasto napoleonico di due aree che rientrano nella denominazione di origine controllata e garantita (DOCG) e nel patrimonio Unesco conferito nel 2019 al territorio di Conegliano-Valdobbiadene. Abbiamo lavorato nel cuore di questa area con due cartografie ufficiali, provando a far “parlare” le mappe catastali. Ogni cartografia, oltre al disegno, ha allegato il libro censuario che serve proprio a comprendere il significato dei segni. Le mappe catastali hanno un numero di particella che va decodificato: legate a esso ci sono il nome del proprietario, l’uso del suolo, la superficie… una serie di dati che ci servono per l’elaborazione integrale di un contesto geostorico. Quello che emerge, a mio avviso, è veramente importante per capire cosa è successo al territorio. La memoria è labile; viviamo in un eterno presente che non ci fa rendere conto della storia impressa nelle orme di chi ci ha preceduto. Niente di terribile, chiaro; ma le cose non sono mai state come sembrano oggi. È un percorso culturale: duecento anni fa, i geometri censuari camminavano a piedi e parlavano con le persone che riferivano loro informazioni sull’uso del suolo. Oggi non abbiamo neppure più i simboli adatti per indicare la policoltura: è tutto monocoltura. Personalmente, ho avuto difficoltà a elaborare una carta che facesse capire la diversità colturale di un tempo. Non parliamo solo di estetica, non basta mostrare una mappa: bisogna ricordare che ogni rappresentazione cartografica indica valori che corrispondono all’epoca in cui è stata realizzata. Una mappa catastale oggi va di pari passo con il libro censuario. L’ortofoto, invece, sembra parlante, ma è difficile da capire se non si hanno le basi di fotointerpretazione.
Recepire pixel di cartografie digitali
non implica avere piena consapevolezza
Insomma, le nuove tecnologie ci danno solo l’illusione di “possedere” informazioni e contenuti…
Paradossalmente, la tecnologia non ci aiuta affatto perché oggi non c’è più chi cammina e descrive ciò che osserva, come invece faceva prima il cartografo. Questo andrebbe spiegato ai giovani: il fatto di recepire pixel con le cartografie digitali non significa avere piena consapevolezza di cosa c’è davvero sulla carta. Bisogna fare un po’ di fatica, anche piacevole, per trasmettere le conoscenze a chi imprime segni sul territorio. Nella zona di Treviso, tanto per fare un esempio, per una carta tecnica regionale sono state usate le foto aeree: nel rilievo del giardino di una villa la cartografia precedente evidenziava la presenza di un laghetto e un prato; la foto aerea, invece, ha confuso il verde del laghetto con quello del prato e ha trasformato tutto in un unico, gigantesco prato. Il problema è anche la mancanza di fondi per fare i collaudi delle carte tecniche: non ci sono persone disposte ad andare gratuitamente sul campo per un monitoraggio diretto dei luoghi da cartografare.
La tradizione non si può inventare
Nessun territorio è vergine
Potremmo dire che oggi si ricostruisce male la memoria storica?
La memoria del passato si ricostruisce a seconda delle attese del presente. Assistiamo a una vera e propria invenzione della tradizione. Qualche settimana fa, in occasione del passaggio del Giro d’Italia per le colline del prosecco, ho letto articoli in cui si diceva che il paesaggio del Trevigiano sia rimasto inalterato negli ultimi duecento anni. Si vuole così far passare il messaggio che la coltura del vino ne abbia garantito la verginità incontaminata. Invece, lo studio scientifico mostra che, nel passato, in un’area di 2,9 chilometri quadrati c’erano 33 usi del suolo diversi, contrariamente alla perdita di biodiversità del presente.
La monocoltura è una blasfemia
assimilabile a un paesaggio industriale
Insomma, nel passato vi era tutt’altro che monocoltura.
La monocoltura rappresenta una blasfemia per la cura del paesaggio: nessuno può permettersela e, dalla ricostruzione geostorica, emerge che in passato non era possibile neanche immaginarsela. Per secoli, il paesaggio della pianura padano-veneta è stato una policoltura: nello stesso campo erano indispensabili più coltivazioni. Tutto questo significa biodiversità e, allo stesso tempo, garanzia di salubrità dell’aria, del suolo e differenziazione della produzione. Noi abbiamo voluto dimostrare che la narrazione va ricostruita e restituita alla collettività partendo da uno studio scientifico che su queste aree mancava. Vogliamo così ricordare a tutti che il paesaggio ha vissuto grandi cambiamenti e non è mai stato uguale a quello che osserviamo oggi.
Storicamente, a quando possiamo far risalire questi grandi cambiamenti?
Se restiamo nell’ambito geocartografico, possiamo rilevare che negli anni Sessanta del secolo scorso è pubblicata a colori la carta dell’IGM al 25mila, che diventa pubblica. Si tratta di un cambiamento sociale epocale, di cui il topografo si fa tramite, trasferendo sulla carta le nuove esigenze e sensibilità di una società in movimento. Se osserviamo le Tavolette di quel periodo, ci rendiamo infatti conto di un dettaglio cromatico: i tetti delle case sono colorati di nero, mentre le infrastrutture di rosso, evidenziando così l’avvento del boom economico italiano. Il paesaggio naturale e antropico risulta invece attutito nel colore verde. Insomma, la cartografia esprime i valori che in quel dato momento storico la società considera prioritari: urbanizzazione e infrastrutture, mentre il paesaggio passa in terzo piano. In quegli stessi anni, poi, la Politica Agricola Comunitaria (PAC) impone specifiche modalità di coltivazione, seguite dal moltiplicarsi delle fabbriche e dello spopolamento.
Alla trasformazione del paesaggio hanno poi contribuito anche altri aspetti sociali ed economici. Mi riferisco al grande investimento nella coltura dell’uva e nella produzione del vino che prende il via, dagli anni Ottanta in poi, nella provincia di Treviso: non a caso l’Istituto “Cerletti” di Conegliano prepara enologi e persone particolarmente qualificate per la produzione vitivinicola. Si tratta di un grande balzo in avanti per lo sviluppo del territorio, senza dubbio. Il punto, però, è che, come ha scritto il Corriere del Veneto, la monocoltura è un paesaggio industriale e non indica una crescita organica della produzione agricola. La prima sezione della mostra inaugurata qualche settimana fa serve proprio a far maturare questa consapevolezza.


Narrazione scientifica necessaria
per costruire consapevolezza
La narrazione scientifica riesce in qualche modo ad alzare la voce, a farsi sentire, in un ambito in cui la comunicazione mainstream, e quindi anche quella legata alla costruzione di brand volti semplicemente a pubblicizzare un territorio, sembra farla da padrone?
È difficilissimo. La forza narrativa dei brand importanti è molto forte, fortissima. Non è un caso che, proprio dopo l’apertura della nostra mostra, ci siano stati quegli articoli sul Giro d’Italia in cui si parlava del paesaggio immutato di duecento anni fa, raccontando cose molto diverse dalle nostre. Ma, parliamoci chiaro, il brand ormai è questo e si lega a una serie di trasformazioni fascinose: percorsi lungo le colline del prosecco, edifici rurali trasformati in resort con piscina… Insomma, è in corso una nuova narrazione, che restituisce qualcosa di diverso, puntando sul coinvolgimento emotivo ed estetico del pubblico. Anche per questo è difficile creare consapevolezza del reale significato di queste trasformazioni. Ecco perché, nell’ambito della mostra, abbiamo preparato anche un video. In un mondo che va sempre di fretta, spero ci siano persone intenzionate a guardarlo e a riflettere.
Il rapporto tra la comunità locale e il paesaggio cambia negli anni? In questo ambito quanta conoscenza c’è?
Esiste indubbiamente una contro-narrazione locale, giacché la monocoltura impone la manutenzione e il mantenimento del paesaggio industriale, il che vuol dire continui trattamenti con i fitofarmaci, fonte di problemi per chi vive in quei luoghi. Questi sono però argomenti spinosi e molto delicati da affrontare, anche perché sono sottesi a un mondo economico particolarmente importante.
Il geografo dovrebbe cavalcare verso il passato
per aiutare la comprensione del presente
Chiudiamo con una riflessione sull’importanza degli studi geostorici per affrontare e programmare il futuro dei territori
A me piacerebbe proprio che emergesse questa necessità come forma di onestà intellettuale. È necessario comprendere la realtà, senza schierarsi. Per secoli e almeno fino alla metà del Novecento, differenti usi del suolo hanno caratterizzato la pianura e la collina veneta, prima che l’intervento di nuove politiche agricole e il mutamento dei sistemi economici e sociali ne trasformassero profondamente la fisionomia del paesaggio. Noi abbiamo provato a dimostrarlo con la mostra: restituire scientificamente un dato di fatto per ragionare su ciò che sta accadendo, dimostrando che è necessario dialogare con il passato. Oggi abbiamo i pixel, i materiali on line, ma non la piena consapevolezza di quale realtà territoriale sia raffigurata nelle cartografie che si utilizzano.


Nel video dedicato di cui ho parlato prima, abbiamo analizzato due aree all’interno del sito “Le colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene”, Patrimonio dell’Umanità Unesco e, per farlo, ci siamo serviti delle mappe del Catasto napoleonico di San Pietro di Barbozza (Figura 1) e di Colbertaldo (Figura 3), realizzate nel 1812 dai geometri censuari Giuseppe Pozzi e Paolo Aglio. Dal confronto con le ortofoto del 2025 di queste stesse zone (Figure 2 e 4), emerge il cambiamento radicale del loro paesaggio colturale: le due mappe catastali mostrano come duecento anni fa, in queste due aree di circa 1150 ettari, fossero presenti 49 diversi usi del suolo, grazie alla pratica della coltura promiscua, cioè di più colture praticate in uno stesso terreno. Attraverso la raffigurazione dei sistemi di coltivazione dei vigneti e alcune cartografie generali, abbiamo quindi rievocato la lunga tradizione vitivinicola in area veneta e trevigiana.
Nel video abbiamo inoltre ricostruito scientificamente il paesaggio storico del 1812, identificando ogni singola particella di terreno e il suo peculiare uso, messo poi a confronto con la situazione odierna attraverso le immagini aeree, che rivelano in maniera evidente la perdita di biodiversità.
Il mio maestro, Massimo Quaini, ricordava sempre che il geografo dovrebbe cavalcare prepotentemente verso il passato per favorire la comprensione del presente. Purtroppo, si tratta di un impegno che i giovani geografi disattendono sempre più di frequente.
Il discorso vale anche per gli architetti, che progettano il futuro ma raramente usano materiale d’archivio.
Invece proprio da qui bisognerebbe ripartire per dare corpo e significato alla formazione culturale di chi è chiamato a imprimere nuovi segni sul territorio, insegnandogli a considerare le testimonianze del passato non come elementi superati e inutili, ma come le immagini originali della nostra più autentica civiltà.
La mostra
La mostra «Cultura e paesaggi del vino. Il senso della terra e la voce dell’architettura, a cura di Mauro Pierconti, organizzaata dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche in collaborazione con l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Treviso sarà aperta fino al 2 agosto e accompagnata da un ricco calendario di eventi. Articolata in più parti, l’esposizione si propone di stimolare il visitatore a un approccio diversificato nei confronti del mondo del vino. Il percorso intreccia l’evoluzione storica del paesaggio con voci che raccontano esperienze di coltura, anche secondo nuove pratiche, volte a ottenere una migliore qualità del vino. Infine, focalizza lo sguardo sul contributo che la figura dell’architetto può portare a questo settore, non solo per la sua capacità di lavorare sugli spazi, sia su quelli della produzione che su quelli destinati all’accoglienza dei visitatori, ma anche per offrire ai produttori un diverso modo di comunicare se stessi, attraverso una struttura che sappia incarnare i loro valori.

