La voce di Hind Rajab, il lato più vulnerabile del conflitto

Il lungometraggio, scritto e diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania, è basato sulle registrazioni audio raccolte a Gaza e colpisce per la tensione drammatica l’opinione pubblica. La violenza è solo immaginata, il film non decreta colpe né verità assolute: nessuna spettacolarizzazione, alcun commento politico diretto.

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Il 29 gennaio del 2024 gli operatori del soccorso “braccio palestinese Mezzaluna Rossa” a Ramallah ricevono la telefonata di Liyan Hamada, la quindicenne di Gaza intrappolata in auto assieme ai familiari, sotto il fuoco di un carro armato israeliano. Tra i familiari c’è la cuginetta Hind Rajab di appena sei anni, ferita alla schiena e alle gambe. Quando anche la vita di Liyan viene stroncata dai colpi, Hind continua a chiedere aiuto agli operatori del soccorso che nelle ore successive restano in contatto telefonico con lei. Rana, mediatrice di Mezzaluna Rossa, sta per staccarsi dal turno, ma il collega Omar le chiede di rimanere in sede, a rassicurare la voce flebile della bambina che implora di essere raggiunta. Alle domande insistenti degli operatori, “Sei sola? Ci sono feriti con te?”, Hind risponde più volte di essere rinchiusa nel veicolo. Sei anni di vita ed è già presente una sorta di istinto di sopravvivenza mista alla paura che spinge alla prudenza, giacché non descrive l’accaduto e non parla del sangue e dei cadaveri.  Nella sede di Mezzaluna Rossa si accende un gran fermento, mentre parte il progetto su come raggiungere il veicolo senza ulteriori spargimenti di sangue.

Questa storia, dal titolo “La voce di Hind Rajab”, è il lungometraggio di novanta minuti scritto e diretto dalla regista tunisina Kaouther Ben Hania. Distribuito nelle sale cinematografiche italiane nel settembre del 2025, il film ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti: il Leone d’argento, accolto da una lunga standing ovation alla 82esima Mostra del Cinema di Venezia 2025, il Premio Arca Cinema Giovani, il Premio Croce Rossa Italiana, le candidature al David di Donatello e all’Oscar 2026 come miglior film straniero. Basato sulle registrazioni audio raccolte a Gaza, nella sede centrale di soccorso, ha colpito per la tensione drammatica l’opinione pubblica.

I soccorritori tentano di raggiungere Hind, ma anche l’ambulanza, inviata lungo un corridoio umanitario, viene ritrovata giorni dopo ridotta in macerie a 50 metri dall’auto-sepolcro dei corpi di Hind e della sua famiglia. La vicenda di Hind Rajab si pone come la testimonianza storica che mostra il lato più vulnerabile del conflitto: l’uccisione dei civili e dei piccoli innocenti. Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, hanno inoltrato indagini sull’accaduto, aprendo un dibattito ancora in corso sul rispetto delle norme umanitarie nelle aree di guerra. A tal riguardo, la parte israeliana (IDF) ha messo in discussione la veridicità della ricostruzione dei fatti narrati. La breve storia della piccola Hind è stata riportata dai media di tutto il mondo. La regista segue una narrazione immersiva, che punta sui dialoghi tra la vittima e i volontari del soccorso. La voce di Hind fa da fulcro emotivo: pura, non doppiata, non recitata, avvolta nei silenzi e nei respiri, interrotti dai rumori delle interferenze in rete e dai suoni in lontananza. Forte è l’ansia di Rana, interpretata da Saja Kilani, simile a quella di una madre che vorrebbe correre nel fuoco pur di salvare la sua bambina. E la recitazione di Saja diventa il pilastro della dignità umana in una situazione di crollo fisico e psicologico.

La violenza è solo immaginata, il film non decreta colpe né verità assolute: nessuna spettacolarizzazione, alcun commento politico diretto. La morte di Hind arriva come un filo spezzato attraverso la voce che si spegne. Ben Hania accende un faro sull’unica bambina, in un luogo preciso dove l’umanità ha fallito. E alla voce innocente di Hind fa seguito quella di Khatun Salm, la poetessa libanese ritrovata morta a Beirut, insieme al marito, l’8 aprile scorso. Accanto al corpo schiacciato tra i detriti, la copia sfregiata di “Ventiquattro ore nella vita di una donna” di Stefan Zweig … Sembra che la poetessa libanese avesse previsto la sua fine: ”Potrei essere la vittima, la martire, se così vogliono. Nella fessura un’ascia, nel petto una ferita.” Questi versi, oggi, arrivano come l’eco di un testamento che dà voce alle grida di dolore in altri luoghi di guerra.

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