Chi ha studiato giornalismo, marketing o psicologia sociale, prima o poi si è imbattuto nella storiella delle otto scimmie e del casco di banane. Una parabola apocrifa, feroce il giusto, che sembra uscita da una fiaba dei fratelli Grimm dopo un’esposizione alle radiazioni della burocrazia. Eppure funziona, talmente bene da spiegare l’Unione Europea meglio di qualsiasi manuale specifico.
In breve la storiella è questa: al centro di una stanza c’è una scala e sopra di essa pende un casco di banane. Ogni volta che una delle otto scimmie prova a salire per mangiarne una, arriva una doccia gelata per tutte, come una punizione sociale. Dopo varie e sgradite docce, non serve più l’acqua fredda per distogliere chi vuole una banana, perché le altre scimmie si organizzano e picchiano urlando chi ci prova, per evitare che arrivi la spruzzata gelida per tutte quante. L’esperimento perfido continua: una per volta le scimmie vengono sostituite con una nuova scimmia che non sa nulla della doccia gelata. Ma quando osa salire sulla scala per prendere una banana, viene pestata da quelle che hanno già fatto l’esperienza delle docce gelate. E così, quando il gruppo è ormai composto solo da nuove scimmie -nessuna docciata, ma tutte picchiate- la consuetudine è fatta: “…Non si sale la scala, punto e basta”. Perché? Non si sa, ma tutte sono concordi che non si fa: ecco creata una prassi arbitraria, accettata e rispettata da tutte. E le banane restano a marcire lì, bramate ma trascurate. Se questa stanza vi ricorda vagamente Bruxelles, Strasburgo o una riunione del Consiglio europeo, non è fantasia, tanto più che oggi nella UE ci sono nazioni ostili all’UE e che -per mandato d’altri- stanno lì proprio per imballare e ritardare le decisioni con l’assurda regola dell’Unanimità.
Dal branco alla governance multilivello
L’Unione Europea oggi funziona esattamente così. C’è la scala delle decisioni politiche, iniziative strategiche, capacità di contrasto quando serve, e poi c’è una paura viscerale della doccia gelata: come mercati nervosi, spread, ritorsioni commerciali e tweet d’oltre oceano scritti alle tre di notte.
Ogni volta che qualcuno propone di salire per reagire alle provocazioni altrui, prendere una posizione netta, smettere di fingersi arbitri imparziali in un mondo cui piace giocare il violento football yankee, scatta il riflesso condizionato di Pavlov: “Non è il momento”, “Serve cautela”, “Apriamo un tavolo”… tavolo che, beninteso, non porta da nessuna parte, ma è bello, solido, di legno antico e tirato a lucido, aperto sì ma con la premessa fondamentale che nessuno deve bagnarsi con una doccia gelata.
L’America ultimamente prende a calci quella scala. Minaccia, ricatta, cambia idea, la ricambia, poi accusa gli altri di averla fraintesa. Non perché ci sia un genio strategico lì, ma perché ha capito una verità elementare: se giochi contro qualcuno che ha paura della doccia, basta agitare il tubo dell’acqua.
Il Canada e lo scandalo della reazione
Poi c’è il Canada. Che fa una cosa inaudita: reagisce. Non sempre in modo elegante, non sempre vincendo, ma reagisce. Sale la scala sapendo che la doccia arriverà. Ma almeno il gesto lo fa. Questo è il punto che in Europa fingiamo di non capire: non è che il Canada non conosca i rischi. È che ha deciso che l’irrilevanza, noto anche come “prudenza UE”, è un rischio maggiore.
L’UE invece ha elevato la prudenza a sistema filosofico. Non è più una strategia contingente: è una forma mentis. L’ideologia dominante non è il federalismo, non è il mercato unico, non è nemmeno la pace… è la non-decisione ben argomentata, perché su questo l’UE è maestra di stile letterario. Il massimo dell’audacia europea oggi consiste nel convocare un vertice straordinario per ribadire posizioni già note, usando toni “fermi ma dialoganti”, espressione che tradotta dal politichese significa: “non faremo un caxxo, ma con grande compostezza democratica”.
Il conformismo istituzionale perfetto
Nel potere contemporaneo non serve più vietare. Basta ricordare la storiella della doccia gelata. Realismo e responsabilità sono le nobili parole usate come strumenti di addestramento di massa.
Quando un leader UE dice “dobbiamo essere pragmatici” (frase molto cara al nostro Tajani, non a caso fino a qualche anno fa Presidente del Parlamento Europeo) sta dicendo a cittadini e istituzioni di stare lontani dalla scala, di non urlare, di non fare movimenti bruschi: insomma meglio asciutti che esposti. Peccato che poi si finisca irrilevanti lo stesso, senza nemmeno averci provato.
Così nasce il conformismo istituzionale perfetto: Stati membri che si sorvegliano a vicenda, Commissioni che temono lo spread più dei cittadini, governi che aspettano che qualcun altro faccia la prima mossa. Se va male, si potrà sempre dire: “Lo sapevo, che finiva così”.
La doccia gelata non serve più. L’UE l’ha interiorizzata. “Si è sempre fatto così”, è lo stile UE, una consuetudine che è diventata un principio quasi costituzionale: l’attesa scambiata per saggezza, l’immobilismo per stabilità, la paura per senso di responsabilità.
Eppure la storia europea racconta il contrario, e senza andare al 1789, alla Rivoluzione Francese.
Qualcuno salì la scala in quel lontano ’68
Ci fu quel momento in cui si decise che restare asciutti non bastava più. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, la mia generazione salì la scala senza chiedere permesso a nessuno. Giovani, insieme ad operai, donne e minoranze, non avevano alcun piano predisposto. Ma avevano tutti chiaro che quel mondo post ottocentesco e per certi versi ancora post fascista non funzionava più.
Il ’68 non fu ordinato, anzi in verità fu un casino conflittuale, confuso, contraddittorio e come tutte le rivoluzioni senza alcuna idea del dopo… provocò un sacco di docce gelate: manganelli e lividi a in quantità industriale, repressione, licenziamenti, isolamento, perfino morti. Ma fece una cosa che oggi sembra impossibile: ruppe l’inerzia, ruppe la comfort zone. Mise in discussione gerarchie che sembravano calate da divinità, autorità auto-consacrate, ruoli sociali spacciati per eterni e sacri.
Il mondo cambiò. In meglio o in peggio, si può anche discutere. Ma cambiò. Le Università smisero di essere feudi eterni, le donne iniziarono a vestirsi come cacchio pareva loro, a fare e a pretendere diritti senza chiedere il permesso a nessuno… la politica perse la sua aura sacrale.
Non fu una rivoluzione pulita, giusta, corretta. Ma necessaria, indispensabile e tangibile.
L’Europa che ha rimosso sé stessa
Oggi l’UE sembra aver archiviato la lezione del ’68 come una fase adolescenziale di cui vergognarsi. Si comporta come se ogni conflitto fosse un errore di sistema, ogni rottura una minaccia esistenziale, ogni scelta netta una pericolosa avventura.
L’America oggi -piaccia o no- è uno stress test brutale. Non è il problema principale: è il rivelatore. Il problema è un’Europa che, di fronte allo shock, sceglie sistematicamente la “prudenza”, e confonde la neutralità con la virtù, il ragionamento con la saggezza, l’inazione con la temperanza.
Chi oggi prova a salire la scala europea non lo fa per le banane -quelle sono marcite da tempo- ma per evitare che la stanza diventi una ludoteca. La libertà politica, quella vera, è scomoda, divisiva, impopolare. Espone al rischio. Fa prendere schiaffi. Ma è l’unica cosa che sposta davvero gli equilibri.
Restare fermi, è comodissimo, ma spegne l’UE come consesso di nazioni. Agli occhi dei falchi internazionali appare democratica, tollerante, affidabile e con relazioni istituzionali tranquille, ma anche lenta, pacifica e conquistabile. Per questo è necessario che essa brandisca un piglio vero, fermo, se è necessario duro, altrimenti tra qualche anno si ritroverà terra di conquista dei T-Rex finanziari come Musk che vorranno consigliare leggi e rifare Costituzioni: furono proprio quelle “debolezze democratiche” che invogliarono -tra gli anni 2000-20- gli oligarchi russi a portare oltre $700 miliardi qui da noi, riempiendo banche e comprando di tutto, pur di non lasciarli nel loro “problematico” Paese.
Per chi volesse saperne di più:
Solomon Asch, Opinions and Social Pressure: il classico esperimento sul conformismo, quando l’istinto di gruppo vince sul buon senso.
Philip Zimbardo, The Lucifer Effect (Random House, 2007) – come le persone finiscono per difendere regole assurde, purché condivise.
Erich Fromm, Fuga dalla libertà (1941) – perché a volte la libertà fa più paura dell’obbedienza.
Zygmunt Bauman & Ezio Mauro, Babel (Laterza, 2015) – un dialogo lucido sulla crisi del pensiero critico e la nostalgia dell’ordine.
Marco Revelli, Populismo 2.0 (Einaudi, 2017) – la politica come effetto collaterale della paura collettiva.
Alessandro Baricco, The Game (Einaudi, 2018) – come la rivoluzione digitale ci ha trasformati in scimmie iperconnesse ma prevedibili.

