Ho avuto la fortuna essere tra quelli che lavoravano in comunicazione nei mitici anni ’80-’90; oggi girovago negli attuali contesti in cui editori, politici e piattaforme hanno venduto formazione, conoscenza e discernimento al miglior offerente trasformandoli in un sottoprodotto del marketing: pubblicità, promozioni, offerte da non perdere, tette di influencer, etc…
Ecco, vorrei dire la mia su come l’informazione ha smesso di formare ed è diventata incarto: c’è stato un momento – non precisamente databile, diciamo tra il 2005/08 – in cui la comunicazione ha smesso di parlare alle persone e di informarle, e ha iniziato a orientarle e a indurre comportamenti. Da quel momento in poi, la degradazione della conoscenza e del discernimento non è stata una deriva accidentale: è stata una scelta strutturale e sociologica.
Oggi sacramentiamo contro le fake news, ci indigniamo per l’ignoranza diffusa, per il massacro dei congiuntivi, per la elisione delle H nel verbo avere (anno – hanno), ci stracciamo le vesti per i giovani che “non leggono più”… Ma stiamo guardando l’effetto, non la causa. Il problema non sta a valle. Sta a monte. Sta nel fatto che la comunicazione odierna non è più progettata per far capire, bensì per far consumare idee, prodotti, identità, schieramenti sociali e politici. E quando la comunicazione diventa un invito continuo a… l’informazione smette di formare e direziona, converte, induce.
La grande mutazione: dal capire al convertire
Lo sappiamo bene, il giornalismo non è mai stato puro, neutrale o innocente. Ma aveva una funzione civile riconoscibile: fornire strumenti per comprendere il mondo, per orientarsi nella complessità, per essere consapevoli. Oggi quella funzione è considerata un lusso fuori mercato.
L’obiettivo attuale è uno solo: convertire attenzione in valore. Poco importa se quel valore sia pubblicitario, politico o ideologico. Il linguaggio è sempre lo stesso, mutuato senza vergogna dalla réclame. I titoli sono slogan, le notizie spot, le opinioni prodotti premium. Il lettore non è più un cittadino da informare, ma un target emotivo da attivare. Capire è secondario.
Editori: non vittime, ma complici
Gli editori amano raccontarsi come vittime della rivoluzione digitale, travolti dai social, strangolati dalla crisi economica, costretti a scelte dolorose. È una narrazione rassicurante. Ed è falsa. Secondo me, la verità sta nel fatto che hanno scelto di inseguire i social, adottandone linguaggi, tempi e tossicità invece di fare argine. Hanno barattato autorevolezza con visibilità, approfondimento con traffico, responsabilità con engagement.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: quotidiani che sembrano bacheche Facebook ben pettinate, analisi ridotte a thread, editoriali che imitano il tono da talk show. La complessità viene sacrificata sull’altare del click, perché il click paga, la comprensione no. Poi si va a parlare in TV di come nessuno distingue più una notizia da una suggestione.
Le piattaforme: neutralità come alibi
Le piattaforme, dal canto loro, si dichiarano neutrali come un coltellino svizzero in mano a un chirurgo ubriaco. In realtà sono macchine di orientamento cognitivo potentissime, progettate con un unico scopo: tenerti agganciato. Gli algoritmi non cercano il vero. Cercano ciò che performa meglio. E ciò che performa meglio lo sappiamo benissimo: rabbia, paura, semplificazione, conflitto. Il discernimento non è monetizzabile. Il dubbio non fidelizza. La complessità fa scappare lettori ed inserzionisti. È questo il motivo per cui tutto ciò viene espulso dal sistema.
Politica: la resa finale
La politica, invece di difendere uno spazio pubblico informato, ha fatto la cosa più facile: si è adattata. Ha adottato il linguaggio della comunicazione commerciale, trasformando il consenso in prodotto e l’elettore in consumatore. Non si governa più spiegando. Si governa narrando. Non si argomenta: si brandizza. Programmi, leader, perfino ideologie vengono confezionati come marchi, pronti per essere venduti a segmenti di pubblico sempre più profilati. Il discernimento è pericoloso: rende imprevedibili.
Quando l’informazione smette di formare i giovani
I giovani non sono stupidi. E non sono pigri. Sono cresciuti dentro un ecosistema comunicativo che li addestra alla reazione, non alla comprensione. Ogni messaggio li spinge verso qualcosa. Ogni contenuto chiede una risposta immediata. In questo ambiente non si sviluppa il pensiero critico, ma l’abitudine alla spinta. Non sanno scegliere perché nessuno insegna più a scegliere. Si limitano a reagire, come previsto dal sistema. L’informazione smette di formare non quando mente, ma quando rinuncia a far pensare. Quando non crea connessioni, non fornisce contesto, non mostra alternative.
Oggi ogni notizia è un episodio isolato, consumabile in pochi secondi, subito rimpiazzato da un altro stimolo. Non c’è memoria, non c’è profondità, non c’è apprendimento. Solo consumo cognitivo. La scuola e l’università giocano una partita persa in partenza. Chiedono lentezza in un mondo accelerato, studio in un mondo performativo, fatica in un sistema progettato per evitarla. Nel frattempo, la comunicazione commerciale educa molto meglio: educa al desiderio, allo schieramento, al consumo simbolico. E lo fa senza mai dichiararsi educativa. Non stupiamoci se lo studio appare noioso e inutile: non produce effetti immediati.
L’unica via possibile (e scomoda) per il giornalismo
Non servono oscure regie. Bastano i bilanci. Finché l’informazione dipenderà dalla pubblicità, dai click, dai like, informerà quanto basta per vendere. Finché le piattaforme vivranno di profilazione, la comunicazione sarà orientata alla previsione del comportamento, non all’emancipazione del cittadino.
La degradazione del discernimento non è un errore di sistema. È il sistema che funziona esattamente come previsto. Qui sta il punto che dà fastidio, e che infatti viene accuratamente evitato: la comunicazione non è più solo un mezzo, è diventata una vera e propria infrastruttura di potere. Al pari dell’energia, delle reti digitali, della finanza. Invisibile, pervasiva, determinante. In questo scenario, parlare di libertà d’informazione senza parlare di modelli economici, piattaforme, proprietà dei media e algoritmi è una forma di autoassoluzione collettiva. La comunicazione contemporanea non emancipa: prevede, indirizza e produce utenti compatibili.
Ecco perché non basta invocare il ritorno al buon giornalismo, alla scuola che funzioni, ai giovani più attenti. Tutto questo è necessario, ma insufficiente. Finché la comunicazione resterà strutturalmente orientata alla conversione-commerciale, politica, identitaria- ogni tentativo formativo sarà marginale, residuale, fuori mercato.
L’unica via possibile è riconoscere il conflitto. Trattare la comunicazione per quello che è diventata: un terreno di potere, non un semplice strumento neutro. Significa smettere di consumare messaggi come se fossero aria e iniziare a leggerli come atti politici, anche quando si presentano come intrattenimento, informazione o servizio.
Serve una nuova alfabetizzazione civica, radicale e scomoda: non ai contenuti, ma ai meccanismi. Non alle notizie, ma alle intenzioni. Imparare -e insegnare- a smontare il linguaggio prima ancora di discutere il messaggio. Finché la comunicazione continuerà a vendere invece di formare, l’informazione potrà anche essere formalmente corretta, pluralista e persino benintenzionata. Ma resterà sterile. E la conoscenza, senza discernimento, continuerà a essere trattata per ciò che il mercato pretende: un’altra merce sugli scaffali del potere, pronta all’uso, pronta al consumo, pronta a non disturbare mai davvero. Una società che confonde comunicazione e conoscenza non viene informata, viene gestita.

