La comunicazione del referendum: la paura fa più del marketing

La campagna elettorale, il rischio che la democrazia si addormenti e che vinca la smobilitazione

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C’è qualcosa di paradossale nel modo in cui la destra sta facendo comunicazione per il SI al prossimo Referendum. Un cortocircuito quasi pedagogico. Alle politiche del ‘22, Giorgia Meloni vinse con un marketing aggressivo, promettendo di tutto: accise da cancellare, tasse da abbassare, azzero delle liste d’attesa: parlò alla pancia, alla frustrazione, al portafoglio, all’identità del suo elettorato, usando lessico e comunicazione diretti, muscolari, quasi violenti  e conquistò il Parlamento.

Oggi, sul Referendum sulla giustizia, lo stesso blocco politico –Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia– ha cambiato spartito. Non ci sono promesse immediate da fare, né ipotetici benefici tangibili. Si parla di “Separazione delle carriere”, di “Equilibrio tra funzioni requirenti e giudicanti”, di “Architettura del nuovo ordine della Magistratura”. In altre parole è passata dal parlare dalla pancia al voler istruire il cervello, mettendosi in cattedra. Il problema è sociologico, perché il consenso non si costruisce nell’astratto delle norme, ma nel concreto delle percezioni: la gente di pancia cosa percepisce? Poco, se non riesce a capire quale è il suo vantaggio concreto a breve.

Un elettorato avvezzo alle promesse

La vittoria elettorale della destra è stata figlia di un ciclo storico preciso: crisi economica, insicurezza sociale, sfiducia nelle élite, bisogno di decisionismo. Il linguaggio ha funzionato ed è stato quello della promessa semplice. Non serve che la promessa sia veramente realizzabile, basta che sia chiara, che ti distragga dalle miserie quotidiane e che ti riempia lo stomaco: “Tolgo le accise” è comprensibile? SI… “Ristrutturo l’assetto costituzionale della magistratura” è comprensibile? Poco. La separazione delle carriere è una riforma che non produce un beneficio percepibile nel breve periodo. Non riempie il carrello, non riduce le bollette, non accorcia le liste d’attesa. È una riforma sistemica, i cui effetti -ammesso che arrivino- sono indiretti…Ma l’elettorato mobilitato negli ultimi anni è stato allenato a chiedere effetti diretti, per saziarsi almeno di promesse. Qui non ce ne sono e c’è il vago dubbio che tutto si ridurrà a un pro o un contro chi ha proposto la Legge: non c’è verso.

Meloni: dal populismo al tecnicismo

La destra italiana è cresciuta con un registro comunicativo identitario, conflittuale, diretto. Ora chiede un voto di fiducia su un impianto tecnico. È un salto di codice verbale, anzi ad essere prosaici è proprio un salto con l’asta senza materassi per la caduta: parlare di cose complesse non è nel suo arco. Quando Giorgia Meloni definisce la separazione delle carriere “una riforma di civiltà”, utilizza uno slogan nobile. Ma “riforma di civiltà” se non viene riempito di esempi concreti, è un contenitore vuoto. È un’espressione talmente generica che potrebbe riferirsi al suffragio universale, alla raccolta differenziata, a una pista ciclabile o a un innovativo tappo per non far fare ai cani cacca sul marciapiedi.

Dal punto di vista semiotico è uno slogan che non fa visualizzare nulla. Una comunicazione più concreta ed opportuna avrebbe detto: “Se tu fossi imputato, ti fideresti di un giudice che fino a ieri l’altro era un PM?”…È brutale, rozza, ma almeno è chiara, concreta, fa capire il punto. Ancora più problematico è il registro adottato in diversi interventi di esponenti di Fratelli d’Italia, dove si parla di “superamento dell’unità delle carriere requirenti e giudicanti”. È linguaggio da convegno. Non da campagna referendaria. La politica dovrebbe tradurre in chiaro, così mi sa che la pancia capisce poco.

Salvini e l’iper-semplificazione

Sul fronte Matteo Salvini -che, poverino, porta sfiga anche a sé stesso (vedi l’affaire Vannacci, un autogol previsto anche dai minus habens)- ha scelto la solita scorciatoia: “più giustizia per i cittadini, meno potere alle correnti”. Altro slogan che non dice nulla di specifico. “Più giustizia” è l’abituale banalità, “meno potere alle correnti” presuppone che l’elettore sappia cosa siano le correnti della magistratura e perché dovrebbe preoccuparsene. La figura di Salvini è polarizzante per definizione… ma la polarizzazione in un referendum tecnico, è un’arma a doppio taglio: di certo mobilita la base, ma irrigidisce gli indecisi.  E nei referendum, gli indecisi sono decisivi

Tajani e l’Europa come argomento freddo

Antonio Tajani -da ex presidente del Parlamento europeo- ha insistito sul confronto europeo: “in Europa le carriere sono separate”. È un argomento legittimo, ma manca il passaggio cruciale: perché? Se non lo spieghi non mobiliti gli indecisi. E volendo essere cazzimmosi, i recenti esempi francesi (caso Sarkozy) e Svizzeri (Crans Montana) non è che depongano a favore della separazione e la dipendenza dei PM dal Ministero della Giustizia. Il confronto comparativo senza argomentare è solo accademia. C’è poi un elemento che pesa come un macigno strutturale: la memoria del conflitto tra politica di destra e magistratura. Dai tempi dell’ex cavaliere in poi, ogni riforma della giustizia viene letta attraverso la lente del sospetto, perché le leggi ad personam e le prescrizioni non sono dimenticate. E se poi la comunicazione scivola anche per un po’ sul lessico berlusconiano con “toghe rosse”, il frame cambia: Se non sembra più una riforma istituzionale ma una resa dei conti, la diffidenza si attiva.

La campagna involontaria per il NO: Nordio

E veniamo agli autogol del ministro Nordio, grande tecnico ma di certo non un maestro della comunicazione. Non so se sia vera la storia che è sempre “su di giri”, ma le sue idee sulla legge le ha raccontate nel modo peggiore… facendosi trovare anche maldestro nell’esprimere i suoi reconditi pensieri -raccolti da microfoni indiscreti- … e diventando un involontario promoter per il NO.

Il fronte del NO, il marketing della paura

Dall’altra parte, il fronte del NO Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Associazione Nazionale Magistrati– ha adottato una strategia comunicativa più lineare, forse banale: la paura. Stavolta la Sinistra non ha insistito sui tecnicismi. Ha chiamato alla lotta la pancia della gente: ha evocato un rischio, l’indebolimento dell’indipendenza della magistratura, il possibile condizionamento politico dei Pubblici Ministeri con le soverchierie tipiche del Trumpismo, così stimato a destra… In sociologia politica, la difesa dello status quo è più semplice del cambiamento. Il cambiamento va spiegato. La difesa richiede solo un allarme. Quando dici “attenzione, si tocca l’equilibrio dei poteri”, attivi un riflesso emotivo. Non serve che l’elettore conosca l’intero impianto normativo. Basta che percepisca un rischio. È marketing della paura?… È efficace? Beh,, abbastanza.

Il vero rischio: la smobilitazione

La questione centrale non è tanto se prevarrà il SÌ o il NO, è se si mobiliterà l’elettorato in modo da far capire davvero le sue intenzioni… La separazione delle carriere è un tema tecnico, differito negli effetti, privo di impatto immediato sulla vita quotidiana. Se non si costruisce un racconto concreto come “ti garantisco un giudice più imparziale”, “riduciamo il rischio di commistioni”, il rischio non è il voto contrario ma l’astensione, e anche se non c’è il quorum, una partecipazione risicata sarà comunque uno sbaraglio sociologico per tutti: questo è il vero nodo del referendum.

La politica italiana oscilla da 3 anni tra due estremi: promesse miracolistiche e tecnicismi astratti. Prima si promette di tutto, poi davanti all’irrealizzabile si cercano di spiegare i vincoli -finanziari, legislativi, di ordine pubblico, quelli posti da nemici, etc…- che ci sono e che c’erano anche al tempo delle promesse… ma dopo si pretende fiducia su questa riforma che pochi sentono propria. Al cittadino interessa una cosa semplice: capire cosa cambia per lui, a breve. Se la risposta è una spiegazione tecnica sull’ordinamento giudiziario, la reazione più probabile non è l’entusiasmo: è lo sbadiglio. E lo sbadiglio è più pericoloso del dissenso. Perché il dissenso vota. Lo sbadiglio resta a casa. Se si avrà solo un 30% di elettori alle urne -pur in mancanza di un quorum-, non vincerà né il , né il NO. Vincerà l’indifferenza e forse addirittura il vuoto, e quando vincono questi -lo testimonia il popolo USA in questi tempi-  la democrazia si addormenta.

Carlo De Sio

Laureato in Scienze Politiche ed Economiche, con Master in Psicologia Sociale e Pubbliche Relazioni, quando ancora servivano a qualcosa. Ex pubblicitario pentito, esperto di marketing prima che diventasse una parola senza senso. Giornalista curioso per mestiere, pittore digitale per sopravvivenza emotiva. Ho vissuto i Caroselli veri e ora analizzo quelli truffaldini. Scrivo per chi ha ancora due neuroni e una sana diffidenza per il coro pubblico. Questo è il mio chiringuito mentale: se chi mi legge cerca miracoli, cambi grappa. Qui si serve solo pensiero liscio.

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