Scrivere di Trump e degli USA oggi è difficile, non gli si può star dietro, per questo in una chat con colleghi di varie nazioni ci siamo fermati su una domanda: “Cosa sarà del mondo, dopo?”. Prima o poi, in pensione, in cura in reparto protetto o in dipartita, Trump sparirà e ci sarà comunque un dopo.
Per ora abbiamo convenuto che c’è un grande equivoco che aleggia in Occidente, l’idea che Donald Trump sia una deviazione dal solco della democrazia, un incidente comunicativo in un sistema sano, un corpo estraneo da espellere quanto prima per tornare alla normalità… Peccato che quella “normalità” già non esista più. Trump non è una parentesi. È alcol su ferite già aperte. È il sintomo di una patologia profonda. E il fatto che lui non abbia mai nascosto i presupposti, già chiarissimi del primo mandato, dice moltissimo su cosa sia quell’ecosistema malato -politico e mediatico- yankee che lo ha prodotto, sostenuto e rieletto.
Trump non ha detto solo cose sgradite. Ha fatto qualcosa di molto più grave: ha messo in discussione l’infrastruttura dell’ordine occidentale. Trattati, alleanze, diritto internazionale, istituzioni multilaterali: tutto ciò che per decenni era stato ritenuto intoccabile, irreversibile, “sacro” in un contesto democratico globale, sono finite nello scarico della storia. Su questo il leader più lucido, più pragmatico e meno illuso dell’occidente, il canadese Mark Carney, è stato chiaro e consapevole.
Il trumpismo geopolitico
Dal punto di vista sociologico, l’aspetto più dirompente del trumpismo non è interno agli Stati Uniti, ma esterno. Trump ha sdoganato un’idea radicale: gli accordi valgono finché convengono.
NATO? Un servizio a pagamento. ONU? Un teatro inconcludente. Trattati commerciali? Catene. Diritto internazionale? Un fastidio. Accordi sul clima? Evviva il petrolio.
In USA almeno il 30% della popolazione la pensa così. Trump, con i suoi tratti narcisistici profondi ma perfettamente compatibili con quell’ecosistema sociale in cui vive, è stato il primo a dirlo senza ipocrisia. Ha mostrato che l’ordine multilaterale occidentale non era una legge naturale, ma un compromesso politico sorretto dalla forza americana. E lui quella forza la toglie quando vuole. Almeno finché qualcuno non lo illumina, convincendolo a fare marcia indietro. Ed è qui che entra in gioco un aspetto spesso deriso: le sue continue retromarce… Ancora c’è chi pensa sia solo uno squilibrato?
La marcia indietro come metodo
Groenlandia, Iran, dazi, NATO. Prima l’annuncio roboante, poi l’arretramento. Prima la minaccia, poi il “ci stiamo pensando”. Questo non è un caos. È uno schema mentale.
Trump non ragiona per strategia, ma per test di dominanza. L’annuncio serve a misurare la reazione: mercati, alleati, apparati militari, opinione pubblica. Se il costo sale troppo, si arretra senza problemi, riscrivendo la narrazione. La coerenza non è un valore. La performance sì.
La Groenlandia non era una conquista territoriale, ma un test sulla reazione europea. Le bombe sull’Iran non erano una strategia, ma un sondaggio sul consenso interno e sui limiti del Pentagono. I dazi non erano politica industriale, ma messaggi identitari. Questo stile ha prodotto danni duraturi: ha trasformato la politica internazionale in una sequenza di bluff. Dopo Trump, anche senza Trump, quel precedente resta. E i precedenti contano più dei comunicati ufficiali.
Il messaggio, recepito da tutti, è semplice: se gli Stati Uniti se ne fregano, perché dovremmo rispettarlo noi? Questo stile ha un effetto micidiale: rende razionale l’imprevedibilità.
Dopo Trump: ritorno all’ordine o fine dell’illusione?
Ed eccoci allo scenario: se Trump esce di scena senza traumi, senza martiri, senza santini, cosa succede davvero dopo? Qui sociologi e politologi sono piuttosto chiari: non si torna indietro, l’ha affermato a chiare lettere anche il premier del Canada Carney; non si può tornare per tre motivi:
1. I trattati anche se firmati da 100 leader sono diventati negoziabili: Trump ha aperto una porta che non si richiude. Anche un’amministrazione più tradizionale difficilmente potrà tornare a dire che “gli accordi si rispettano sempre”. Il sottotesto ormai è chiaro: finché conviene. Il risultato è un mondo più instabile e più cinico, dove il diritto pesa meno della forza contrattuale.
2. La NATO non è più un dogma: Non sparisce, ma smette di essere una certezza esistenziale. Torna a essere ciò che è sempre stata: un’alleanza politica, non una garanzia metafisica. Per l’Europa è uno shock culturale enorme: difesa autonoma, deterrenza propria, responsabilità strategica. Tutte parole che l’UE ha sempre rimandato con elegante fastidio e una certa albagia.
3. Il multilateralismo perde l’aura morale: Trump ha tolto il linguaggio etico al potere occidentale. Ha mostrato che dietro i “valori” c’erano solo interessi. Gli storici lo sapevano. L’opinione pubblica molto meno. Il diritto internazionale torna a essere un equilibrio instabile tra forze diseguali.
L’Europa davanti allo specchio
Qui sta il vero nodo. L’UE è la creatura che più di tutte viveva di quell’ordine: senza esercito, senza potenza dura, ma con regole e procedure: credeva ai trattati…
Se Trump esce di scena, l’Europa ha due possibilità: fare finta che sia stato un brutto sogno e continuare a invocare trattati che nessuno considera più sacri; oppure accettare che siamo in una fase post-normativa, dove le regole esistono solo se qualcuno è disposto a difenderle.
La prima opzione è comoda. La seconda è necessaria. Tre scenari europei, tutti realistici:
L’Europa che regola tutto come un notaio ma racconta niente: efficiente, tecnica, incomprensibile. Nessun crollo, solo un lento scolorimento.
L’Europa che finalmente fa politica: difesa comune, scelte industriali, politica estera vera. Bellissimo sulla carta. Doloroso per la tasca nella realtà.
L’Europa irrilevante ma educata: non decide, commenta. Non guida, accompagna. Una Svizzera più grande, senza conti in banca e senza capitali dubbi da riciclare.
E dopo Trump, chi?
Altro errore diffuso: pensare che Trump sia solo. Attorno a lui si è formato un cerchio politico che non scomparirà con la sua uscita di scena. Figure come Rubio -e altri ancora più ideologici e meno istrionici- rappresentano il vero rischio: meno caos, meno confusione, più azione meditata.
Trump è istinto. Loro sono struttura. Trump improvvisa. Loro suggeriscono e organizzano.
Il trumpismo senza Trump potrebbe diventare più disciplinato e più efficace ma diventerebbe un populismo di apparato. Ed è quasi sempre lì che i fenomeni diventano davvero pericolosi.
E il popolo americano? Qui la risposta è meno spettacolare e più inquietante. C’è assuefazione. Una parte è stanca, ma non riconciliata. Un’altra è radicalizzata, ma minoritaria. La maggioranza è cinica, disillusa, sospesa. In vista delle elezioni di medio termine, prevale il voto contro qualcuno, non per qualcosa. È il vero lascito trumpiano interno: la normalizzazione della sfiducia.
E se Trump ne uscisse male?
Molti, anche tra i repubblicani gli augurano il peggio: se Trump uscisse di scena in modo traumatico (alla Kennedy, per capirci), i sociologi lo ripetono come mantra: diventerebbe martire politico istantaneo, la sua base si radicalizzerebbe e le narrazioni complottiste esploderebbero.
Ogni istituzione verrebbe letta come apparato repressivo. Sarebbe l’inizio di una mitologia tossica. Ma il trumpismo si combatte solo togliendogli il mito, non dandogli un altare.
Trump ha fatto qualcosa di irreversibile: ha dimostrato che l’ordine internazionale del dopoguerra era una costruzione fragile, comoda, ma pensata per un mondo che non esiste più da due-tre decenni.
La domanda -quindi- non è cosa succede dopo, ma se l’Europa è pronta a vivere senza gli USA. Sarà difficile, ma intanto il Canada sta indicando la strada “…adesso è il momento di lottare per i nostri valori” (sottinteso: senza gli USA), insomma: il “dopo” è già cominciato.

