Se Levi raccontava di come Cristo si fosse fermato a Eboli, il Disorder racconta invece tutto quello che, in quella stessa città, ha ricominciato a muoversi. Il Festival non si è fermato affatto, bensì si muove, si organizza e continua a far rumore tra conflitto e passione. «Disorder: independent festival, do-it-yourself attitude since 2010»: è così che si presenta una delle realtà più interessanti della scena indipendente del Sud Italia, ormai riconosciuta e apprezzata in tutto il Paese. La sua è una comunicazione senza fronzoli: un’estetica tanto minimalista quanto efficace chiarisce fin da subito il gusto e gli intenti di questo festival. Quest’anno il Disorder si è svolto dal 23 al 25 luglio nel Complesso Monumentale di San Francesco a Eboli (Sa) e ho avuto il piacere di partecipare alla prima giornata di questa dodicesima edizione.
La prima delle tre giornate del festival presenta una line-up compatta ma ben costruita, composta da quattro nomi capaci di tracciare un percorso che parte dalle realtà locali e si apre progressivamente alla scena internazionale. Ad aprire le danze è Healthy God, progetto solista cilentano in grado di trasformare le sonorità indie in un connubio tra alternative e elettronica minimalista dal gusto new wave. Un’aggressività trattenuta in stile Placebo ma con un tocco di sperimentazione lo-fi adatta a scaldare il pubblico già numeroso sotto il palco.
Prosegue la serata con gli Ulan Bator, storica formazione parigina che in Italia ha trovato una seconda casa grazie al supporto del Consorzio Produttori Indipendenti, capitanato da Lindo Ferretti, Massimo Zamboni e Gianni Maroccolo. Definirli soltanto post-rock sarebbe riduttivo: significherebbe trascurare le ripetizioni ipnotiche in stile krautrock, il rumore ammaestrato alla Sonic Youth, la tensione crescente alla Swans e tutte le altre sonorità che spaziano dalla new wave ad un cantautorato inquieto. In live risultano ancora più intensi e caldi che sul disco, le strutture asimmetriche si alternano a silenzi meditativi e forti esplosioni. Il basso ipnotico di Di Battista si bilancia con il drumming deciso di Vagnoni che oscilla tra ostinati delicati a veloci pseudo-blast beat. Il tutto contornato dalla voce grave di Cambuzat che fonde i suoi versi in francese alla musica senza mai sovrastarla. Il loro ultimo album “Dark Times” è un ritorno alla cupezza e alla tensione delle origini, lo stesso Cambuzat spiega però che non è da intendere in chiave pessimistica ma lo definisce più “un album di resistenza”, in cui la musica può attraversare il buio senza mai appartenervi completamente.
Dopo il set immersivo e quasi ritualistico degli Ulan Bator salgono sul palco i Totorro, giovane band formatasi in Bretagna nel 2008. Il loro è un math rock/post-rock strumentale dal forte gusto melodico. L’assenza della voce è fortemente voluta, la dimensione strumentale permette alla loro musica di risultare più universale, il loro sound energico e divertente riesce a raccontare storie senza mai ricorrere alle parole. I Totorro sono una delle poche band che riesce a interagire e comunicare col pubblico senza l’ausilio del linguaggio, ma solamente grazie alla loro energia e al loro mood creativo: Un basso che accentua la dimensione ritmica ed espansiva, un batterista che sembra non riuscire a star fermo sullo sgabello e due chitarristi che “giocano a tennis da tavolo” scambiandosi note accentate e suoni originali.
A chiudere le danze è il NaDir Collective, che con il suo DJ set alternativo riesce a mantenere la particolare atmosfera del festival all’interno dello spettacolare portico del Complesso Monumentale di San Francesco.
Il Disorder ormai è diventato uno dei principali pilastri per la scena musicale e culturale alternativa campana attirando spettatori da tutta Italia. Tutto nasce nel 2010 da un esperimento quasi domestico, ironicamente definito dagli organ//6izzatori «il festival più piccolo d’Italia». Nel corso degli anni, il festival è cresciuto progressivamente, conquistando un pubblico sempre più ampio tra gli appassionati di musica di tutta la penisola, fino ad accogliere artisti affermati e di rilievo internazionale del calibro di Xiu Xiu, Ulan Bator, June of 44 e Thurston Moore (cofondatore dei Sonic Youth), o per citare qualche nome italiano spiccano Marlene Kuntz, 24 Grana, Uzeda, Zu, Ronin e Kill Your Boyfriend.
Tutto questo è stato possibile grazie all’impegno e alla passione delle ragazze e dei ragazzi di Macrostudio, che si occupano di discografia, booking, promozione e organizzazione di eventi dal 2009. Il Disorder (nome forse ispirato al noto brano dei Joy Division) è un esempio di festival culturale nato dal basso, L’attitudine DIY e l’autoproduzione danno vita non più a un semplice concerto, ma a una comunità temporanea costruita e vissuta insieme dal pubblico e dagli artisti, capace di sottrarsi alle logiche di mercato proprie dell’intrattenimento. Gli artisti sono selezionati con cura e coerenza così come i luoghi storici e suggestivi della cittadina di Eboli e dintorni vengono riqualificati per creare un’esperienza del tutto immersiva. Inoltre, sempre presente un’area EXPO dedicata al vintage, all’handmade, alle distribuzioni indipendenti, all’arte e all’artigianato. Oltre alla musica nel corso degli anni il festival ha ospitato anche saloni editoriali, incontri con scrittori, fumettisti, proiezioni, videoarte e mostre. Tra gli ospiti maggiormente noti troviamo Massimo Zamboni (CCCP, CSI), lo scrittore Andrea Pomella e i fumettisti Dr Pira e Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ. Musicalmente è difficile inquadrare il Disorder, spazia dalle sonorità dell’Alt-rock, dello Shoegaze, della Darkwave e del Post-punk fino ad arrivare all’elettronica pura, l’Ambient e la Noise Music passando anche per la psichedelia, senza escludere cantautorato indipendente e le espressioni più sperimentali del jazz. Ogni anno un tema diverso, uno slogan semplice che funge da manifesto per la nuova edizione. Non solo una dichiarazione esplicita al pubblico, ma probabilmente anche una sorta di bussola che orienta di anno in anno la direzione artistica del Festival con un intento politico primordiale che riorganizza e rende concreta quella che gli organizzatori chiamano “un’espressione di idee”. Il tema di quest’anno, “Rifiorire/Resistere”gode dell’eleganza politica di un discorso alla Berlinguer, dell’aggressività di un testo dei Sepultura (sarà una reference a Refuse/Resist?), della poetica sublime di un brano di De André e della efficace semplicità di uno slogan di Helen Todd che ci insegna che la giustizia sociale non può esistere senza dignità, cultura e bellezza. Col passare del tempo la giovane troupe di Macrostudio ha architettato un discorso che va ben oltre la musica, con questo nuovo slogan, dall’ispirazione forse più politica che culturale, il Disorder ci invita ad abbandonare il rifiuto categorico e a riscoprire il senso della lotta nell’immagine di un fiore che sboccia: rifiorire insieme, come forma quotidiana di resistenza.

