Fatata, il disco simbolo di un artista che ha scelto di cambiare

Per anni Andrea Sabatino è stato legato soprattutto al jazz più classico. Con il nuovo album sceglie di non restare chiuso in un solo stile: si muove liberamente, mescola suoni diversi e prova strade nuove. La tromba non serve solo a fare assoli, ma diventa una specie di voce che racconta, a volte quasi come se stesse recitando una storia.

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Con Fatata, prodotto da Encore Music, Andrea Sabatino cambia passo. Questo disco non è solo un nuovo lavoro da aggiungere ai precedenti: è un momento di svolta, qualcosa che nasce da un periodo difficile della sua vita e che lo porta a rimettere in discussione il modo in cui fa musica.

Per anni Sabatino è stato legato soprattutto al jazz più classico. Qui invece sceglie di non restare chiuso in un solo stile. Si muove liberamente, mescola suoni diversi e prova strade nuove. La tromba non serve solo a fare assoli, ma diventa una specie di voce che racconta, a volte quasi come se stesse recitando una storia.

Questo disco arriva dopo uno stop lungo e forzato: un serio problema di salute lo ha costretto a fermarsi, mettendo a rischio tutto. Questa esperienza si sente chiaramente nella musica, che trasmette fretta di dire qualcosa, bisogno di ritrovarsi e di andare avanti senza fingere che nulla sia successo.

Alla base del progetto c’è anche un legame molto personale, legato alla famiglia. Fatata nasce come una necessità, non come un’operazione studiata a tavolino. Sabatino cerca una sua identità, senza copiare modelli già esistenti, e lo fa mettendo insieme mondi diversi: rap, funk, pop internazionale, soul e perfino richiami alla musica classica. Non sono pezzi incollati uno accanto all’altro, ma elementi che convivono e si tengono insieme. L’album non è immediato: alcune parti si capiscono meglio col tempo, ascolto dopo ascolto. La tromba resta centrale, ma non schiaccia tutto il resto. Sabatino suona con grande controllo e attenzione, lasciando spazio agli altri musicisti e creando un vero dialogo di gruppo. Le tante collaborazioni fatte negli anni confluiscono qui in un suono maturo e consapevole.

La varietà è uno dei tratti più evidenti del disco: si passa dal funk e dal rap di Fafa ai colori mediorientali di Road to Nazareth, dal soul-R&B di Starmaker fino a I Remember Ludwig, che si apre con pianoforte e violoncello e richiama apertamente Beethoven. Nonostante tutto questo, il disco non si perde: mantiene una sua unità e sembra seguire un filo narrativo preciso, quasi come un film.

Un ruolo importante lo ha il pianista Claudio Filippini, che accompagna Sabatino anche nell’uso dell’elettronica. Qui l’elettronica non invade, ma serve ad allargare gli spazi e i colori della musica, senza togliere anima al jazz. Il momento più intimo del disco è proprio Fatata, la traccia che dà il titolo all’album. È stata registrata in un’unica ripresa, senza tagli. Tromba e pianoforte dialogano in modo delicato e sospeso, chiudendo il disco con un senso di quiete. La presenza delle figlie di Sabatino – in copertina, nel video e persino in una voce campionata – rende tutto molto personale, ma senza risultare sdolcinato.

Brani come Hub e South hanno un ruolo speciale. Il primo è un omaggio al liutaio Hub van Laar ed è costruito su un suono essenziale e riflessivo. South, invece, prepara e commenta Road to Nazareth, trasformandosi in un lamento intenso che parte da un’esperienza personale e arriva a toccare qualcosa di universale. Dal punto di vista musicale, Sabatino mostra grande maturità. La tromba guida, ma non comanda: è una scelta precisa, che mette al centro il suonare insieme e non l’esibizione individuale.

Fatata non è un disco facile né rassicurante. Non serve a confermare un’immagine già nota, ma ad aprire una nuova fase, anche rischiosa. È un lavoro che segna un distacco netto dal Sabatino degli inizi e racconta un artista che ha scelto di cambiare.

Antonino Ianniello

Nasce con una spiccata passione per la musica. Si laurea in lettere moderne indirizzando la scrittura verso il giornalismo, percorre in maniera sempre più approfonditamente e competente le strade della critica musicale, pubblicando numerosi articoli su jazzisti contemporanei e prediligendo, spesso, giovani talenti emergenti. Ama seguire il jazz, blues e fusion e contaminazioni.

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