Andremo fino in fondo.
I nostri fervori
e a tratti il loro sobbalzo
e la loro sete
saranno serviti a qualcosa
avranno alimentato l’impossibile terra intera.
Una traduzione è già una sparizione lapidaria e spiazzante: una ri-apparizione. E ciò nel gioco-gioia di un eterno apparire e scomparire. Qui, in questo Sparire, Marco Saya Edizioni, pag. 130, cioè in quest’opera della poetessa canadese Denise Desautels, splendidamente tradotta per la prima volta per il pubblico italiano da Maura Baldini, che ringraziamo per averci fatto conoscere quest’apprezzabile poetessa, s’incontra sì la poesia nella sua essenza “precipitante”, fallente, snodante, l’esergo iniziale – l’opera è satura di citazioni, motti, sentenze, epigrafi d’interlocutori di varia natura o provenienza, per lo più artisti e poeti – di Yves Bonnefoy è perspicuo di un intento, di una volontà, non tanto di un linguaggio dell’opera quanto di una doppia dimensione, esistenziale e ontologica, che fa della poesia una decostruzione straniante e abissale: “Lento e lungo/è questo cieco precipitare; che nessun grido giunga mai a sospendere o a finire!” Gioia ed eternità della poesia! Gioia nel senso che Emanuele Severino dà al termine. Gioia come l’apparire irrefrenabile degli eterni! O l’eterno apparire e sparire delle cose, del linguaggio, dove gli eterni, il tutto, l’intero, non è altro che l’interlocuzione infinita dell’altro, del passato, del futuro, del presente. Non solo ciò che passa è lo sparire, ma ciò che appare perché già velato di sparizione. Ciò che sparisce, in breve, è già scomparso nell’atto dell’apparizione. Ciò che si presenta è già passato sia nella determinazione del tempo sia in quella di una lingua, di una scrittura, di un’impronta, di una memoria. Singhiozzano in noi i nostri morti/e in loro la storia del mondo/– smisurato serbatoio. Nulla muore, è soltanto uno sparire e un apparire. Ancora la lezione di Severino. Ma senza volto né orizzonte ancora. Tutto il determinato è già l’indeterminato. Tutto l’innegabile è già negabile. Tutto l’apparire, sembra dirci la Desautels, è già lo sparire. Si ha, pertanto, tra le mani un’opera strutturata fondamentalmente come dialogo, incontro, interrogazione, di opera e di opere d’arte. La raccolta, titolo originale “Dispaitre”, consta di settantasette testi poetici scaturiti dall’incontro con l’opera eponima di Sylvie Cotton, poliedrica e bravissima artista canadese, e particolarmente intorno ad alcune sue opere, precisamente undici, le cui rappresentazioni fotografiche sono presenti nel libro. Se poi si aggiungono i richiami ad artisti diversi per qualità pittoriche o suggestioni private quali Tintoretto, Rembrandt, Caravaggio, Chagall o i cenni, o le citazioni di poeti come Garcia Lorca, Antoine Emaz, Ingeborg Bachmann e tantissimi altri, allora l’intreccio di una scrittura interrogante, lisergica e polisemica, come ben ha individuato Maura Baldini, nonché di un’annotazione che scruta, che individua, che lascia apparire senso e sparizione, è fatto. E come se qualcosa rinascesse per poi non sparire o almeno compiutamente dissolversi per sopravvivere. Come se si dicesse voce e invece è silenzio. Ritornare alla tua voce che veglia/vita/morte/vita./L’attesa./E il rituale delle lacrime./E la tua lingua nuda in questo angusto nido di lettere. Ancora inedita nel nostro paese ma tradotta in molte lingue e pubblicata recentemente in Francia dall’editore Gallimard, Desautels frequenta gli abissi del silenzio con maestria, offrendo per la prima volta al lettore italiano una voce autentica e liminare che pare avere come unico compromesso con se stessa quella tensione semantica che, tra verso e verso, dispiega un mistero inesauribile. L’enigma della poesia non è il suo svelamento ma il suo sapiente sapersi occultare. Respiriamo all’interno./Quasi felici./È come una rimozione quasi troppo mite. Affrontare la sparizione, l’assenza, l’apparente nulla, la memoria, il semplice di ogni cosa, non richiede solo una sorta di estensione segnica o semantica ma una predisposizione non comune, rara, tuttavia una sapienza in grado di contaminare un’inquietudine con una domanda: Quanto tempo ancora l’apparizione resisterà? Oppure: Qual è il tempo della sua trasfigurazione? Qual è il tempo dove il linguaggio mira al centro del suo annientamento per rendersi artefice e consapevole? Non vediamo altro che definizioni. Frasi senza senso perché chiuse in un decifrabile determinismo. La poesia non è questo, essa, sembra indicarci la Desautels, è una sparizione continua dal senso per un esile vivere della sapienza, della suggestione, dell’udito come della leggerezza. O dell’inaudito. Dell’eterno apparire delle cose e del sincrono velarsi. Non lasciarsi più sparire, come declamano alcuni versi dell’autrice canadese, forse, vuol dire sottrarsi, decostruirsi, diritto davanti/il suo versante incompatibile e sgrammaticato. Tenere il mondo in vita. Ecco. L’infinto il levigato intorno a noi./simula – si direbbe – odore di vento o legature d’oracolo./Dappertutto noi siamo le prede. Difficile stabilire uno sguardo fisso da dove poter osservare più agevolmente una scrittura magnetica ed esuberante, sempre deviata e di un lirismo seducente qual è quello di una poetessa così dotata d’immaginazione e di maestria compositiva. Sta di fatto che queste poesie, questi incontri di sensibilità anche avverse l’una con l’altra restano in quel limbo dove non è facile non assentarsi, non sparire, non riapparire. Dopotutto, il linguaggio ha dalla sua la prerogativa di annullare ogni cosa come anche la proprietà di far comparire l’esistente, di essere mondo. Non sempre l’esistente, il mondo, si presenta nella sua connotazione sensibile. Spesso, in maniera essenziale, l’esistente richiede uno sguardo più ostinato, più minuscolo, più gregario, più appartato. Rifugiata in un antro – da quale ordine,/a quale ordine, in quale ordine, in nome di quale/disordine parla la vita? Desautels è una poetessa assolutamente da leggere e da tenersi stretta. E prima che ogni sparizione avvenga. In primis quella della poesia.
Denise Desautels, Sparire, Marco Saya Edizioni, pag. 130

