Con Dei vertebrati, degli invertebrati (Interno Poesia 2025), Giuseppe Grattacaso offre al lettore una riflessione – e con essa una esperienza poetica – sul confine “fragile e infinito” tra la realtà e ciò che è assente, tra la materia e ciò che la trascende, tra il visibile e ciò che lo abita nella sua indicibilità. La raccolta si muove proprio lungo questa soglia, interrogandola senza la pretesa di definirla in modo netto: ciò che appare distinto, classificabile, riconducibile a categorie precise, nella poesia di Grattacaso torna a confondersi, a relazionarsi, a perdere i propri margini. Come nella raccolta del 2019 Il mondo che farà (Elliot), la parola torna a farsi interprete di una domanda apparentemente semplice e in realtà radicale: quale forma assumerà l’esistente una volta che smetterà di abitare nell’intervallo che separa il tempo da una dimensione altra? A delinearsi tra le pagine di questa “aiuola del mistero” è il mondo naturale che, diversamente dalla staticità di un inventario, si rivela nella sua incessante vocazione alla trasformazione.
Se la nominazione rimane un processo di convalidazione dell’esistente, la tassonomia sembra invece perdere di vista la sua efficacia laddove l’obiettivo non può limitarsi a suddividere la realtà in infinite sottocategorie (“sistemare le nuvole in settori / suddivise per sagoma e misura”): mettere in ordine, classificare, può certamente aiutarci a conoscerne le diverse manifestazioni, ma non a coglierne l’essenza.

Facendo presa su una parola analogica che cerca di cogliere le corrispondenze e le somiglianze di ciò sancisce un’appartenenza (indipendentemente dalle differenze) a una sorta di laboratorio di interrogazione filosofica, la forma ispiratrice di Giuseppe Grattacaso si fa concava a una concretezza che non è mai solo denotativa, piana, inconfutabile: la materia – organica o inorganica che sia – diventa una soglia, una frontiera, che rende linguisticamente possibile un dialogo con il lato nascosto del mondo, vale a dire quell’alterità che nella connessione con le cose restituisce un senso incompiuto, imperfetto, eppure vitale.
Nella propria evidenza sensibile, nella propria eccedenza materiale, ogni elemento minimale è convocato di fronte all’osservazione poetica nella capacità di instaurare relazioni impreviste, inusuali, improbabili con l’umano. Ed ecco che il basilico, il cavolfiore, la patata, la melanzana, il prezzemolo, la zucca, il pomodoro, così come la stella, la polvere, il bicchiere diventano orizzonti che contengono ed espandono la riflessione dell’io poetico.
L’atto poetico non è un agito che livella l’esistente, ma è il riconoscimento – al di là delle differenze – di uno spazio comune che trova nella “oscillazione” quel movimento inafferrabile che porta alla vita, alla trasformazione, alla perdita, al miracolo dell’esserci: “È nell’oscillazione il nuovo avvio, / la tortora che dondola sul ramo / e congettura il volo, l’insicuro / viaggio della bottiglia verso il varo / della nave da carico (…) incerta attesa / del giorno dopo, se diventeremo / altro da noi.”
In questo spazio intermedio tutti – vertebrati e invertebrati – parlano una lingua comune, contrastando quella spinta alla classificazione tassonomica che pretenderebbe di ordinare il mondo invece di mostrarne la più radicale continuità.
Come nella raccolta del 2013, La vita dei bicchieri e delle stelle (Campanotto), anche in questa troviamo infatti un costante slancio al superamento della distanza fra l’io e ciò che gli sta intorno. Già nel titolo del libro precedente, l’accostamento fra il bicchiere – oggetto domestico e inanimato – e la stella – corpo celeste, remoto, vertiginosamente distante – annunciava la possibilità di mettere in relazione scale, nature e dimensioni differenti. Dei vertebrati, degli invertebrati non abbandona questa prospettiva, ma la amplia: le forme della realtà crescono numericamente e si intensificano entrando di fatto in un comune campo di risonanza.
Lo sguardo poetico insiste sull’idea che ogni elemento sia in transito: un organismo può diventare residuo, un corpo può farsi polvere che, a sua volta, può entrare in nuove configurazioni della materia. In questo senso, la poesia di Giuseppe Grattacaso è anti-antropocentrica, non è geneticamente ombelicale, ma sa riconnettersi a un movimento circolare in grado di sabotare la pretesa di centralità, senza però degenerare nel nichilismo. Al contrario, proprio il sentore di precarietà permette di riconoscere una forma di fraternità materiale tra tutte le cose, come il ravanello che “in bande affratellate” “immagina possibile un futuro / di scelte solitarie (…) simile solo a sé e separato / con l’anima che brilla e il cuore snello: // è il suo sogno, da sempre condiviso / con ogni ravanello suo fratello”. È come se ciò che interessa allo scavo poetico sia una ridefinizione della posizione dell’umano in relazione a tutte le creature: l’uomo diventa una delle tante forme con cui il mondo prende temporaneamente coscienza di sé, rinunciando all’illusione di onnipotenza, esclusività o superiorità. Ad esempio, nella poesia “Noi siamo corpo umano e siamo assenza”, la pluralità della “vita traboccante” viene condensata nell’inconciliabilità dicotomica tra materia e immateriale, tra “istante solitario” e “moto eterno”, mettendo in evidenza l’estensione della distanza che separa l’esperienza individuale, finita e circoscritta, dall’incessante divenire della materia, dallo stato animale a quello vegetale, o ancora a quello siderale. Tuttavia, è proprio in questo patto simbiotico che ogni cosa appare come “il lichene” che cresce dappertutto con tutta la sua portata enigmatica (cfr. la poesia ispirata a Sbarbaro “Mettono casa ovunque, pietra, legno”).
È significativo, allora, sottolineare che tra le immagini ricorrenti della raccolta c’è quella della transitorietà e della trasformazione. Noi siamo immersi nella contemplazione, come la lattuga che “medita tempo e intanto è inaridita”. O ancora come la zucca che “si domanda perché invecchia” o il cardo che “si domanda se i petali non servano a passare oltre l’estremità, chissà poi quale, se già il confine è tutto dentro il cuore”. La materia e l’identità sono prove ontologiche di una condizione temporanea, un equilibrio instabile destinato a cambiare muta, un “evanescente luogo presente”: “Per qualche tempo rimanere in stallo / tra un’ora e quella assente in sospensione, / difetto di cadenza, oscillazione / nell’incertezza, nel moto pendolare / sentirsi sani, è la liberazione / aderire appagati all’intervallo.”
In questo intervallo tra la precisione del dettaglio e l’indeterminatezza dell’essere, troviamo anche la restituzione della necessità di sorprendersi, il desiderio di recuperare una forma inattesa di meraviglia, alimentando la domanda su che cosa significhi essere parte del mondo. Lo stupore è una espressione di attenzione, è l’effetto di una pratica quotidiana che esorcizza l’attraversamento distratto facendosi lente paziente sulle cose di tutti i giorni.
Lungi dall’avere una tempra meramente speculativa, in Dei vertebrati, degli invertebrati la parola poetica si nutre della concretezza dell’immagine ispirativa e di oggetti o presenze che – seppur nel quotidiano – sanno farsi interpreti della complessità. Ad esempio, nella poesia dedicata al peperone, la “forma piena” che richiama la focosità vitale e la spinta ad “amare la bellezza e il suo gonfiore”, è anche presagio di una finitudine inesorabile che mostra velocemente un altro lato, quello del disfacimento.
Per concludere, Dei vertebrati, degli invertebrati può essere letto come un ulteriore capitolo della ricerca di Grattacaso nella quale l’indagine poetica accorcia la prossimità tra domestico e cosmico e si fa immanente dentro il cuore delle cose: sono le connessioni a dare voce alle forme di ciò che esiste, riconoscendo nella singolarità di ogni oggetto o creatura l’impronta di una condizione condivisa.

