Cultura, milioni sulla carta e pochi a terra: divario tra impegni e spesa nel Sud

I numeri sono eloquenti. Al 31 dicembre 2025, su una dotazione originaria di 648,3 milioni di euro, gli stanziamenti avevano raggiunto il 70,4%, mentre i pagamenti si fermavano al 14,9%. Tra somme impegnate e materialmente erogate rimaneva quindi una forbice di circa 360 milioni. Un tema particolarmente avvertito nel Mezzogiorno: un patrimonio culturale straordinario, una partecipazione ancora inferiore a quella del Centro-Nord e un enorme bisogno di investimenti, mentre fra disponibilità finanziaria e realizzazione concreta continua ad aprirsi una zona grigia fatta di procedure, ritardi e capacità amministrativa alimentata anche dai deficit organizzativi, materiali e immateriali degli enti preposti

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Il ministro della Cultura Giuli: rimodulati in positivo gli investimenti culturali ma resta scarsa la concreta capacità di spesa

Il Programma Nazionale Cultura 2021-2027 aveva impegnato, alla fine del 2025, oltre 456 milioni di euro, ma ne risultavano materialmente pagati appena 96,4 milioni. I soldi non sono “scomparsi”, né si può parlare di fondi perduti. Ma la distanza tra programmazione, impegni e spesa effettiva fotografa uno dei problemi più antichi delle politiche culturali nel Mezzogiorno: trasformare le risorse disponibili in patrimonio accessibile, servizi, imprese, occupazione e partecipazione.

I numeri sono eloquenti. Al 31 dicembre 2025, su una dotazione originaria di 648,3 milioni di euro, gli impegni avevano raggiunto il 70,4%, mentre i pagamenti si fermavano al 14,9%. Tra somme impegnate e materialmente erogate rimaneva quindi una forbice di circa 360 milioni.

La cultura sia

leva di coesione

Il Programma, finanziato dal Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), riguarda Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia e considera la cultura non soltanto come patrimonio da tutelare, ma come leva di coesione, innovazione, inclusione sociale e crescita economica. Le risorse sono destinate, tra l’altro, a digitalizzazione, competitività delle imprese culturali, efficientamento dei luoghi della cultura, partecipazione e servizi.

Andrea Cancellato, presidente nazionale Federculture

«C’è un problema generale legato alla capacità di spesa – commenta il Presidente nazionale di Federculture Andrea Cancellato – nel passare dalla programmazione alla realizzazione dei progetti. I fondi PNRR, per fortuna, stando ai nostri dati, se non sono al 100% sono oltre il 90% di spesa rispetto a quanto pianificato. Ha certamente inciso una scadenza molto puntuale: la macchina pubblica ha risposto. Il processo è stato lento e macchinoso nella fase iniziale, ma poi direi che è stato dirompente e i risultati sono positivi. È chiaro però che ci sono anche situazioni complicate, realtà come il Mezzogiorno in cui si fa fatica anche a presentare progetti. E se non ci sono i progetti, non ci può nemmeno essere un’imputazione di spesa».

Dotazione rimodulata

ma spesa al contagocce

Nel 2026 la dotazione complessiva destinata alla cultura, anche per le risorse del PNRR cui faceva riferimento il presidente Cancellato, è stata rimodulata a 638,8 milioni di euro. Ma il punto non è tanto quanto sia stato promesso, appunto, ma ciò che è arrivato realmente a destinazione. Un impegno, infatti, non equivale a un pagamento. Significa che una somma è stata giuridicamente destinata a un intervento o a un beneficiario. Prima che il denaro si trasformi in spesa effettiva possono esserci progettazione, autorizzazioni, gare, affidamenti, avanzamento dei lavori, verifiche e rendicontazioni.

Per questo sarebbe scorretto sostenere che i 360 milioni siano “spariti”. Ma sarebbe altrettanto fuorviante considerare quella distanza un semplice fatto contabile. Una politica di coesione produce effetti quando le risorse diventano opere, servizi, investimenti e attività concretamente fruibili.

Il dato, peraltro, non fa della Cultura il fanalino di coda della programmazione europea. Al 31 dicembre 2025 il livello degli impegni, pari al 70,4%, era relativamente elevato; anche il 14,9% dei pagamenti risultava sostanzialmente in linea con l’andamento complessivo dei programmi FESR.

Sta proprio qui la contraddizione: il problema non è soltanto della cultura, ma della capacità complessiva della macchina pubblica di trasformare rapidamente la programmazione in spesa.

Al 31 agosto 2025 il Programma Cultura registrava appena 159,47 milioni di obbligazioni e 4,73 milioni di pagamenti. Quattro mesi dopo gli impegni erano saliti a 456,6 milioni e i pagamenti a 96,4 milioni. L’accelerazione fortissima cui faceva riferimento il presidente Cancellato, che dimostra che la macchina si è messa in moto. Ma è inevitabile una domanda: perché così tardi?

Rischio della fretta

cattiva consigliera

La concentrazione della spesa nella fase avanzata dei programmi porta con sé anche un secondo rischio: che alla necessità di spendere bene si sovrapponga quella di spendere in fretta.

Nel settore culturale la questione è particolarmente delicata. Restaurare un edificio, mettere in sicurezza un museo o recuperare un complesso storico non significa automaticamente produrre sviluppo. Servono personale, gestione, programmazione, accessibilità, comunicazione, competenze digitali e capacità di costruire nuovi pubblici. Un museo restaurato ma chiuso, o aperto poche ore al giorno, resta una promessa incompiuta.

Il vero nodo è disporre di un sistema amministrativo sufficientemente rapido, competente e stabile da accompagnarle.

L’accorato SOS

di Cancellato

«Le amministrazioni devono terminare i progetti che hanno programmato non solo realizzando gli interventi materiali – aggiunge ancora il presidente Cancellato -, ma anche dal punto di vista dell’implementazione delle attività e della loro sostenibilità nel tempo. Mi preoccupa piuttosto la fase successiva, perché se gli interventi non vengono portati a compimento in tutto e per tutto, ovviamente rimangono inutilizzati. Molto spesso, ad esempio, ci sono delle strutture museali riqualificate che, purtroppo, non dispongono del personale adeguato per garantirne la piena fruizione e questo è un problema legato alla gestione, che viene in un secondo momento».

Un tema particolarmente avvertito nel Mezzogiorno: un patrimonio culturale straordinario, una partecipazione ancora inferiore a quella del Centro-Nord e un enorme bisogno di investimenti, mentre fra disponibilità finanziaria e realizzazione concreta continua ad aprirsi una zona grigia fatta di procedure, ritardi e capacità amministrativa alimentata anche dai deficit organizzativi, materiali e immateriali degli enti preposti.

Alla cultura si chiede di rigenerare i centri storici, creare occupazione, combattere lo spopolamento, attrarre turismo, sostenere le imprese creative e migliorare la qualità della vita. Ma iscrivere milioni in un programma europeo non basta.

La distanza tra 456,6 milioni impegnati e 96,4 milioni pagati non indica denaro perduto. Indica, però, quanta strada restava ancora da percorrere, alla fine del 2025, perché quelle risorse diventassero realmente cultura.

Perché il vero indicatore di successo non è quanto si riesce a mettere sulla carta. È ciò che rimane sul territorio: un’impresa che nasce, un teatro che riapre, un museo accessibile, una biblioteca viva, un posto di lavoro, una comunità che recupera identità. È soltanto allora che un impegno contabile diventa davvero cultura.

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